Una speciale fecondazione in vitro ha permesso a una donna sopravvissuta al cancro di partorire con successo

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fecondazione assistita
(foto: Philippe Lopez / Afp via Getty Images)

Prelevati, maturati, congelati e poi fecondati. Il tutto in un laboratorio. Si tratta degli ovociti di una donna francese, con cancro al seno e resa sterile dalla chemioterapia, che è riuscita a portare a temine una gravidanza, partorendo un bambino nato grazie a una speciale procedura di fecondazione in vitro. Si tratta di una prima mondiale appena descritta sulle pagine della rivista Annals of Oncology da un team di ricercatori dell’ospedale universitario francese Antoine Beclere, che è riuscito per la prima volta a far maturare gli ovociti della donna in laboratorio per poi congelarli e successivamente, dopo 5 anni, fecondarli con successo.

Ricordiamo che i farmaci chemioterapici possono contribuire alla sterilità di una donna: secondo le stime, infatti, dopo i 40 anni circa il 40% delle pazienti con carcinoma mammario può entrare in menopausa, mentre a 30 anni, questa percentuale scende al 15-20%. La procedura per le donne che si stanno per sottoporre alla chemioterapia generalmente consiste in una tecnica in cui i medici somministrano ormoni per stimolare le ovaie a produrre ovuli maturi, che poi vengono rimossi e conservati per un utilizzo futuro.

Ma questa volta, i ricercatori hanno optato per una procedura di fecondazione assistita diversa. Nel nuovo studio, il team ha raccontato di aver prelevato sette ovociti immaturi dalle ovaie di una donna francese di 34 anni affetta da cancro al seno, prima che iniziasse la chemioterapia. Usare gli ormoni per stimolare le ovaie a far maturare gli ovociti, in questo caso, avrebbe richiesto troppo tempo e avrebbe potuto peggiorare ulteriormente la condizione clinica della donna, suggerendo quindi che l’opzione migliore fosse quella di recuperare gli ovociti immaturi e successivamente congelarli. Per farlo, i ricercatori si sono serviti per prima cosa di una speciale tecnica chiamata maturazione in vitro degli ovociti (Ivm), che consente appunto agli ovociti di continuare a maturare in laboratorio. Finora, spiegano i ricercatori, alcuni bambini sono nati con la Ivm, procedura, tuttavia, che viene di norma seguita immediatamente dalla fecondazione e dal trasferimento nell’utero della paziente.

“Le ho offerto la possibilità di congelare gli ovociti immaturi dopo l’Ivm, e di congelare anche il tessuto ovarico”, ha raccontato alla Agence France-Press (Afp) Michael Grynberg, a capo del Dipartimento di medicina riproduttiva e conservazione della fertilità dell’ospedale, precisando tuttavia che l’intervento chirurgico per rimuovere, congelare e reimpiantare parte del tessuto ovarico fosse una procedura troppo invasiva per la donna. “La tecnica di conservazione attraverso il congelamento senza stimolazione ormonale funziona poco, ma in questo caso non avevamo davvero scelta”, precisa l’esperto.

A questo punto, i ricercatori hanno deciso di rimuovere gli ovuli immaturi, farli poi maturare in laboratorio nel corso di circa due giorni e successivamente congelarli servendosi di un tecnica chiamato vitrificazione, in cui gli ovociti vengono raffreddati molto rapidamente per evitare la formazione di dannosi cristalli di ghiaccio. Dopo cinque anni dalla procedura, quando la donna risultava essere guarita dal cancro, ma comunque sterile, i ricercatori hanno scongelato i sette ovociti, sei dei quali erano sopravvissuti. Successivamente li hanno fecondati e poi impiantati con successo nell’utero del paziente. La donna, infatti, è riuscita così a portare a termine la gravidanza, dando alla luce il 6 luglio 2019 un bambino di nome Jules.

“Abbiamo dimostrato che questa tecnica, anche se può essere ulteriormente migliorata, consente alle donne con questa condizione di avere figli”, ha riferito Grynberg. E anche la comunità scientifica ha subito accolto questo risultato descrivendolo come un vero e proprio punto di svolta. “Questo progresso è particolarmente importante per i malati di cancro, ma è anche un passo verso una fecondazione in vitro (Fiv) più facile e meno invasiva”, ha affermato Richard Anderson, dell’Università di Edimburgo.

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