Tagliato il bonus per i diplomati, ma quello delle mancette è un dramma tutto italiano

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(Foto: Furlan/Newpress/Ipa)

Il disappunto ha ovviamente un fondamento. Specialmente in un paese in cui del famigerato “merito” tutti si riempiono la bocca ma pochi ci mettono attenzione e, perché no, quattrini. Forse non molti sanno, e d’altronde nella selva dei bonus è facile smarrirsi, che dal 2007 i diplomati con 100 e lode – qualche migliaia di persone l’anno, circa 7mila – ricevono un bonus. Lo introdusse l’allora ministro della Pubblica istruzione Beppe Fioroni. All’epoca erano mille euro, una bella cifra per pagarsi una vacanza o la retta dell’università l’autunno seguente. Pian piano sono scesi, fino a toccare la soglia abbastanza miserevole di 255 euro. Molti fanno notare che invece, col solo bonus 18anni introdotto dal governo Renzi (un altro bonus!), se ne ottengono il doppio e senza alcun merito. In realtà per il 2020 sono 300 euro ma la questione non cambia.

Budget tagliato, più alunni meritevoli (da circa 2.073 nel 2007 a 7.365 dell’anno scorso) e il gioco è fatto: se già nel 2009 l’importo era sceso a 650 euro, nel 2013 si attestava sui 500 fino ai 300 di due anni fa e ai 255 stabiliti la scorsa estate. Quei soldi erano presi dalla stessa voce di bilancio in cui figurano anche i premi per i “campioni” delle varie materie e per gli studenti che si piazzano ai primi posti nelle competizioni nazionali e internazionali. Dai 5 milioni iniziali il fondo si è ridotto per il 2020 a 1,7 milioni. Sconfortante per una serie di ragioni: che diminuisca l’importo all’aumentare dei meritevoli e soprattutto che lo si faccia con il sospetto delle solite polemiche per le differenze di valutazione che ne farebbero scattare di più al sud. Se c’è da correggere si corregga, magari sfruttando meglio le tanto contestate prove Invalsi.

Eppure il problema non è legato solo a questo triste smottamento. Piuttosto, e più in generale, mette in evidenza in tutta la sua mortificazione gli effetti della sottocultura dei bonus che sta erodendo dall’interno la nostra cittadinanza. Siamo infatti ormai abituati ad assegnare a ogni condizione della vita l’assegnazione di un qualche tipo di bonus: lo stato di gravidanza, la neogenitorialità, il merito scolastico, il ricadere all’interno di una fascia di reddito o di Isee, il compimento dei 18 anni, il proprio lavoro di docenti, le vacanze, l’acquisto di mobili, smart tv o lavori di ristrutturazione, il pagamento delle bollette. Basta farsi un giro in un Caf.

Se in certi casi si tratta di un sostegno sacrosanto alle fasce più deboli e fragili della società o a transizioni inevitabili da favorire, in generale questo tipo di approccio rappresenta un sostanziale e neanche troppo nascosto disimpegno dello Stato nei confronti dei cittadini. Perché con l’attribuzione di una mancetta le amministrazioni locali e statali rinunciano in partenza a investire sui servizi, che sono uguali per tutti, a cui tutti potrebbero partecipare in virtù delle proprie possibilità e che soprattutto sono continuativi. Consentono cioè di accompagnarci nel corso della vita, o almeno in una sua fase, senza aggrapparsi all’assegno di turno. Eppure, quando sono operativi, la platea è sempre troppo ristretta (in Italia solo un bimbo su 10 è iscritto a un asilo nido pubblico) o gli importi da pagare per accedervi sempre troppo alti anche per fasce di reddito tutt’altro che benestanti.

Se ci si pensa bene, è un po’ quello che accade nel mondo della non autosufficienza. La stragrande maggioranza delle persone anziane o disabili è lasciata al cosiddetto “accompagno”, una indennità mensile di 520 euro che spesso rimane l’unica strada per la loro cura, quando servirebbero servizi sociali locali, assistenza domiciliare per tutte le ore necessarie e molto altro. Ma per quelle prestazioni non ci sono mai i soldi che invece dilapidiamo in una giungla di abbuoni o sconti più o meno sensati.

La storia del bonus di merito tagliato ai neodiplomati con lode sembra lontana da situazioni come quelle appena menzionate ma non lo è per nulla: si riallaccia alla sempreverde logica all’italiana del bonus – per giunta spesso sotto soglie di reddito davvero troppo basse – in un contesto di servizi che non funzionano. Basti pensare agli asili: assegniamo i bonus alle mamme in gravidanza o per l’acquisto del latte, ovviamente fondamentali, ma poi non riusciamo a garantire un posto all’asilo nido. Un mix davvero letale che impoverisce la sensazione di cittadinanza a tutto tondo frammentando la società in micronicchie, ciascuna alla ricerca del suo regalo.

Renzi volle che sulla busta paga dei lavoratori i suoi 80 euro fossero distinguibili dalle altre voci che compongono il salario: “Credito Art. 1 D.L. 66/2014″ si legge. La politica vuole che si sappia di chi è la firma sulla mancia di turno. Sui servizi che funzionano, e che prevedono spesso percorsi e investimenti pluriennali che scavallano i mandati elettorali di turno, metterci la firma è più difficile: anche in questo caso basti verificare i molti casi in cui la sindaca di Roma Virginia Raggi si è attribuita il merito di percorsi avviati durante la precedente giunta Marino. Ma di casi simili potremmo elencarne all’infinito.

Valorizzare le nostre eccellenze scolastiche è un dovere – ha detto la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina – non è soltanto una questione di bonus, credo che dovremmo pensare anche a iniziative più ampie. Campus estivi, borse per proseguire gli studi, magari in collaborazione con realtà esterne. Aumenteremo il bonus e miglioreremo il programma delle eccellenze. I ragazzi devono sentire che lo Stato è loro vicino”. Ha ragione: sul bonus si potrebbe anche soprassedere se i migliori diplomati, così come quelli che hanno faticato, fossero accompagnati verso percorsi che li aiutino a costruirsi il futuro. Se sapessero che oltre quattro spiccioli c’è una serie di servizi pronti ad attivarsi per loro.

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