40 anni dopo, siamo arrivati alla verità sulla strage di Bologna?

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(Foto di /AFP/Getty Images)

Un atto terroristico finanziato dalla loggia massonica P2, organizzato da pezzi deviati dello stato ed eseguito materialmente dai Nar, i Nuclei armati rivoluzionari d’ispirazione neofascista. A quarant’anni di distanza dall’attentato alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 che costò la vita a 85 persone e che ne ferì oltre 200, la procura di Bologna mette la parola fine al nuovo round di indagini, che potrebbe restituire la prima verità organica su quelle ore drammatiche.

I quattro avvisi di conclusione indagini sono indirizzati a Paolo Bellini, primula nera di Avanguardia Nazionale, accusato di essere tra gli esecutori, Quintino SpellaPiergiorgio Segatel, rispettivamente ex generale dei servizi segreti ed ex carabiniere del nucleo investigativo di Genova – entrambi accusati di depistaggio – e a Domenico Catracchia, l’amministratore degli appartamenti di via Gradoli che diedero rifugio ad alcuni membri del Nar. Ma il fascicolo del capoluogo emiliano contiene altri 4 nomi di peso, tutti deceduti, che secondo l’ipotesi investigativa sarebbero i mandanti, finanziatori e organizzatori della strage.

L’ipotesi della procura

Le indagini condotte dalla procura si sono concentrate in particolar modo sui flussi di denaro circolati nei mesi precedenti l’attentato e sulle transazioni avvenute in concomitanza con i depistaggi successivi al 2 agosto.

Con l’aiuto della Guardia di Finanza, i procuratori generali bolognesi hanno fatto risalire la prima traccia di denaro al febbraio del 1979, soldi transitati da conti riconducibili al Maestro Venerabile della Loggia Propaganda 2 Licio Gelli e al suo braccio destro, il banchiere e imprenditore Umberto Ortolani. Cinque milioni di dollari in tutto, destinati al gruppo dei Nar che i processi passati in giudicato hanno individuato come il nucleo materialmente responsabile della strage. Oltre che agli esecutori materiali, i finanziamenti della P2 sarebbero stati destinati anche a quelli che gli inquirenti considerano gli organizzatori della strage, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi.

Ex direttore dell’Ufficio affari riservati del Viminale, D’Amato è una figura chiave per addentrarsi nella storia dell’eversione nera. Ritenuto uno dei principali emissari della Cia in Italia (da Peter Tompkins, agente dei servizi segreti americani), era a capo di una vera e propria polizia parallela, come si scoprirà alla sua morte, quando in una palazzina di via Appia saranno rinvenuti circa 150mila fascicoli non catalogati. D’Amato era nella lista dei 962 iscritti alla P2 rinvenuta nel 1981 a villa Wanda, proprio come l’amico Mario Tedeschi, direttore della rivista Il Borghese e per due mandati senatore della Repubblica eletto con il Movimento sociale italiano, già arruolato nella X Mas.

La verità processuale, fin qui

La storia processuale della strage di Bologna è un lento susseguirsi di depistaggi e strumentalizzazioni politiche, ma anche la battaglia interminabile dei famigliari delle vittime, che da quarant’anni chiedono verità sulla sorte dei propri cari. Ancora oggi l’arco parlamentare italiano ospita partiti che negano esplicitamente la pista dell’eversione nera, preferendo quella che conduce ad un coinvolgimento palestinese.

Si tratta di una ricostruzione dei fatti alternativa a quella considerata ufficiale dalla magistratura italiana, introdotta nel dibattito pubblico dall’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Secondo i suoi teorici, la bomba del 2 agosto sarebbe arrivata in Italia come conseguenza del Lodo Moroun accordo verbale ricostruito dalla commissione parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin, che avrebbe reso immune il territorio italiano dagli attentati palestinesi, in cambio del libero accesso di gruppi legati all’Olp. In questo scenario, la detonazione dell’ordigno sarebbe avvenuta – per errore o come ritorsione per la rottura del patto – a opera del Fronte nazionale per la liberazione della Palestina.

La teoria riscuote un discreto successo presso le destre italiane, ma non ha mai avuto alcuno sviluppo processuale, dopo il fascicolo contro ignoti aperto nel 2005. Ciò che sappiamo con certezza sono invece i nomi degli esecutori materiali della strage, individuati nel corso di tre diversi processi: Giusva Fioravanti e Francesca Mambro (condannati nel 1995), Luigi Ciavardini (condannato nel 2007) e Gilberto Cavallini (condannato dalla corte d’Assise lo scorso 9 gennaio). Tutti e quattro ex appartenenti ai Nar, tutti e quattro ancora oggi continuano a dichiararsi innocenti.

La giustizia italiana ad oggi non è stata in grado di individuare i mandanti e gli organizzatori della strage, nonostante Licio Gelli e tre funzionari del Sismi siano già stati condannati per depistaggio delle indagini. L’ultimo atto della ricostruzione di uno dei pezzi più oscuri della storia d’Italia è appena iniziato e questa volta potrebbe mettere la parola fine a quasi quarant’anni di rincorsa alla verità.

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