La clonazione e le sue leggende

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(foto: Colin McPherson/Corbis via Getty Images)

Il 22 febbraio 1997 il mondo intero apprendeva dell’esistenza Dolly, la pecora più famosa del mondo. Dopo 276 tentativi falliti, era il primo mammifero a essere clonato a partire da cellule adulte (somatiche). L’animale era nato dalla sua madre surrogata il 5 luglio precedente. Quando pochi giorni dopo l’annuncio fu pubblicato lo studio su Nature, l’immaginazione del pianeta si era già messa in moto.

Come molti traguardi scientifici, le possibili applicazioni ed estensioni della tecnica ponevano legittimi interrogativi etici da considerare: in breve molte nazioni bandirono la clonazione riproduttiva umana. Allo stesso tempo la clonazione veniva fagocitata e trasformata dall’immaginario collettivo. Dolly spesso era vista come un nuovo mostro di Frankenstein. La tecnica che l’aveva creata sarebbe servita a creare distopie e/o freak, come aveva già anticipato la fantascienza (per esempio ne Il mondo nuovo e I ragazzi venuti dal Brasile). O, forse, era già successo: i doppioni camminavano in mezzo a noi… Nel frattempo, cinema, serie tv, fumetti e persino le telenovelas davano il loro contributo.

Avremmo discusso moltissimo negli anni a venire di questa scoperta, e non sempre sarebbe stato facile distinguere la dimensione scientifica da quella pop, onnipresente. Ancora oggi la parola basta a farci drizzare le antenne. Per provare a capire l’impatto di Dolly e della clonazione, può essere utile ricordare alcune delle leggende, bufale e fake news legate a questo argomento.

Déjà vu: Eva, la bimba dei Raeliani

Le cellule staminali ottenute per trasferimento nucleare da cellule somatiche sono forse la più grande eredità di Dolly finora. La clonazione riproduttiva, invece, rimane limitata agli animali (bestiame e animali da compagnia). Nel 2018, dopo la clonazione di due scimmiette, si è riaperto brevemente il dibattito su questo tipo di clonazione applicato all’uomo. Il consenso dietro il bando della pratica è ancora solido, ma soprattutto uno scienziato senza scrupoli avrebbe ben poco da guadagnare nell’imbarcarsi in un’impresa che sarebbe sia ancora molto complicata da realizzare (ricordate i 276 tentativi per Dolly?), sia sostanzialmente priva di utilità pratica.

Ma quando Dolly era ancora sulla bocca di tutti, poteva valere la pena se non provarci, almeno far credere di esserci riusciti. È quello che fece Clonaid, una supposta compagnia biotech che nel 2002 diede l’annuncio bomba che tutti si aspettavano da un momento all’altro: il primo clone umano era nato. Era una bambina e il suo nome, ci dicevano, era Eve. Data di nascita: 26 dicembre. Clonaid non è una compagnia biotech come le altre. Anzi, non è neanche una compagnia. Più che altro è una facciata, ed è di proprietà del Movimento Raeliano. Si tratta di una religione ufologica in cui la clonazione riproduttiva umana è del tutto positiva: è così, secondo questi credenti, che Gesù sarebbe risorto. Per qualche anno Clonaid e i Raeliani hanno ricevuto pubblicità grazie a questo tipo di annunci. Ma il punto è che tali sono rimasti: annunci. Non ci sono prove dell’esistenza di Eve o di altri bambini clonati, e non ci sono nemmeno prove che a Clonaid lavorasse qualcuno con le competenze necessarie a effettuare l’impresa solo 6 anni dopo Dolly.

Eppure anche prima della famosa pecora una bufala simile aveva già fatto discutere. I tentativi di clonare animali sono infatti cominciati negli anni ’50, con le rane. Negli negli anni ’70 e ’80 eravamo già arrivati ai topi e alle pecore, ma a differenza di Dolly per questi mammiferi si usarono cellule embrionali, e non adulte. Così, quando nel 1978 un famoso giornalista di nome David Rorvik annunciò che era nato già il primo essere umano clonato, ci fu un terremoto.  Lo fece con il libro A sua immagine: la clonazione di un uomo, dove raccontava di essere stato ingaggiato da un riccone per selezionare gli scienziati che poi lo avrebbero clonato. Al tempo tutti i veri scienziati sapevano che la tecnologia non era sufficientemente matura, non importa quanti soldi c’erano a disposizione, ma soprattutto il giornalista non presentò mai prove di quello che aveva affermato.  Ancora oggi non conosciamo le sue motivazioni. Fu un best-seller, ma lui e l’editore furono condannati per aver diffamato uno scienziato citato nel libro. Eppure Rorvik ha sempre difeso il suo lavoro, rifiutandosi di ammettere l’evidenza.

Santi e mammut

In La solitudine del mammut (2019) Massimo Sandal racconta di un pesce d’aprile del 1984. Un professore sovietico aveva recuperato cellule uovo da un mammut in Siberia. Poi le aveva incrociate con spermatozoi di elefanti creando il primo ibrido elefante-mammut. Una nuova razza di animale da soma.

Uno scherzo dichiarato, naturalmente preso per vero da molti giornali, che però non hanno imparato dall’errore. Da una ventina d’anni infatti c’è un annuncio che si ripete: il mammut tornerà sulla Terra. Un team di ricercatori è già al lavoro e ha ottenuto i primi risultati. Non avremo mai i dinosauri, ma almeno potremo consolarci accarezzando un pachiderma de-estinto. Nonostante i proclami sempre più originali e ambiziosi, il sogno della clonazione del mammut non si è avvicinato molto. Oltre ai problemi filosofici legati al concetto di de-estinzione, clonare un animale estinto comporta enormi problemi pratici, di cui raramente la stampa che raccoglie questi spot ci informa. Non è possibile usare il nucleo di una cellula di mammut di 40000 anni, trasferirlo in una cellula uovo di elefante (un’altra specie), e sperare per il meglio. Già è complicatissimo farlo con campioni molto più recenti, e comunque per ora non è mai nato un animale sano. Abbiamo sequenziato il genoma di mammut, ma per usarlo in un processo di clonazione dovremmo prima costruire dei cromosomi artificiali e farli funzionare, più facile a dirsi che a farsi. Insomma, per sperare di clonare un mammut ci vorrebbe qualche mammut vivo. Per questo i fan della de-estinzione ora ripongono le loro speranza in Crispr, che darebbe la possibilità di cesellare il genoma di specie esistenti a immagine e somiglianza di quelle estinte. Non proprio la stessa cosa, e altrettanto problematico.

E se, invece di una specie, volessimo riportare un vita un personaggio storico? Una delle opzioni più popolari è Gesù.  Non c’è da stupirsi: come dimostrano i Raeliani la clonazione, come concetto, risuona anche con la religiosità. Ma dove lo trovi il dna di Gesù? Naturalmente sulla sindone di Torino, ma visto che si tratta di un falso medievale forse a questo punto è più facile tornare al mammut. Nel 2000 la proposta cominciò a circolare come bufala satirica: il Second Coming Project, che chiedeva donazioni per clonare Gesù, non esisteva oltre al sito internet messo su dai burloni. Da allora ogni tanto la stessa bufala riemerge su siti spazzatura con qualche mutazione (cambia il nome del progetto per esempio), e anche i migliori ci cascano. Fake news a parte, il punto è che la possibilità è stata talmente discussa (oltre ad apparire in innumerevoli romanzi e fiction) da creare un’illusione di plausibilità. Persino i cosiddetti sindonologi, convinti dell’autenticità del sacro lino, hanno escluso la possibilità dal punto di vista tecnico, ora e in avvenire.

Il ritorno dei sosia

Doppelgänger è una parola tedesca che indica un sosia, un doppione. A differenza di fratelli o sorelle gemelli (monozigoti) non si tratta di una entità naturale, con una chiara origine, ma di una presenza misteriosa e soprannaturale. Nella storia si è sempre parlato di loro, in diverse culture. Lo facciamo ancora, ma abbiamo adeguato la leggenda ai tempi, grazie alla clonazione.

Da Paul Mcartney in poi il genere celebrità sostituite da un sosia va forte, anche se (come la teoria Paul is Dead) nascono più per satira che per genuino convincimento. Da Avril Lavigne ai coniugi Trump, passando per Beyonce sono almeno una decina i nomi di vip rimpiazzati da un clone. Usando questa parola però, invece di un più neutro sosia, implichiamo nel complotto una precisa tecnologia. Il rapper Kid Buu, invece, ha forse deciso di bruciare tutti sul tempo, e di dichiarare di essere un clone creato dalla Clonaid dei Raeliani.

A volte queste teorie prendono pieghe meno facete. Già prima della prima Guerra del Golfo, per esempio, i giornali scrivevano che Saddam Hussein stava cercando di farsi clonare. Poi arrivò Dolly, e nel 1997 riemerse una storia simile. Se poi si aggiungono le storie sulle controfigure di Saddam qualcuno può persino sospettare che quello impiccato nel 2006 fosse un clone. Che l’interesse di Saddam fosse reale o meno, quella del supercattivo clonato è un’idea che dovrebbe farci paura solo nelle fiction. Eppure anche recentemente, nel 2018, il presidente della nigeria Muhammadu Buhari è stato costretto a difendersi dalla voce che lo voleva morto e sostituito da un clone.

Sono storie che probabilmente esisterebbero anche senza la clonazione, ma è significativo che in questa epoca venga tirata in ballo. La scollatura tra la sua faccia scientifica e quella pop è molto evidente, perché clonare un essere vivente è diverso da fotocopiarlo. Nel caso di un bambino clonato, dovrebbe crescere prima di servire agli scopi dei cospiratori, ammesso e non concesso che questi riescano poi a convincerlo. Se fossimo sceneggiatori potremmo immaginare un trucco per accelerare la crescita e lavare il cervello, ma per leggende e complotti queste sono complicazioni secondarie: lunga vita ai Doppelgänger.

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