Probabilmente non avremmo potuto fermare l’arrivo del nuovo coronavirus in Italia. Che fare ora?

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Il paese di Codogno, nel Lodigiano (foto: Getty Images)

Alla fine, come previsto, il virus della Covid-19 è arrivato anche in Italia, ed è arrivato col botto. In un solo giorno, una ventina di persone sono risultate positive al test nella zona intorno a Codogno, in provincia di Lodi, e altrettanto è capitato a una coppia di anziani con la polmonite in provincia di Padova. Uno dei due, che già apveva altri gravi problemi di salute, è deceduto poco dopo la diagnosi. Lo stesso è accaduto purtroppo a una donna tra i positivi nel Lodigiano.

In Lombardia il 38enne con grave polmonite da cui sono partiti gli accertamenti sembra essere stato contagiato da un manager italiano rientrato il 21 gennaio dalla Cina: nei giorni successivi quest’ultimo avrebbe manifestato una sindrome di tipo influenzale, ma, come spesso accade, forse con l’aiuto di qualche farmaco per controllare i sintomi, ha continuato la sua vita di tutti i giorni, andando a lavorare e incontrando gli amici. Positiva al test risulta anche la moglie del primo, incinta di otto mesi.

Dei malati in Veneto invece non è ancora chiar a la sorgente del contagio da nuovo coronavirus. Se si riuscirà a trovare anche in questo caso la fonte iniziale della trasmissione, si potrà tentare di isolare tutti i suoi contatti e contenere il focolaio come è già stato fatto in Germania e nel Regno Unito. Altrimenti dovremo accettare il fatto che il virus stia circolando anche da noi, come probabilmente sta accadendo in Giappone e in altri Paesi dell’estremo Oriente, e non solo. Allarmanti sono soprattutto le notizie provenienti dall’Iran (18 casi e 4 vittime al 21 febbraio), per la debolezza del suo sistema sanitario, piegato da anni di embargo, e di quello dei Paesi vicini, soprattutto il Kurdistan nel Nord dell’Iraq, la Siria stremata dalla guerra e, oltre questa, il Libano, dove è già stato segnalato un paziente con polmonite.

In Italia, intanto, serpeggiano panico e rabbia, alimentati da chi sostiene che il governo non abbia fatto abbastanza per evitare che il virus potesse arrivare anche nel nostro Paese. Eppure l’Italia, anche sulla spinta di un’opinione pubblica particolarmente spaventata, ha preso misure più severe di tutti gli altri Paesi di Europa.

Una notizia annunciata

La comparsa di casi, anche non importati, di Covid-19 nel nostro Paese era assolutamente prevedibile, prevista e probabilmente inevitabile. I modelli matematici, basati sul traffico aereo, anche tenendo conto dei blocchi e delle altre politiche di contenimento, mettevano l’Italia subito dopo la Germania e il Regno Unito, come Paese a maggior rischio di importazione del virus. La virologa Ilaria Capua, in diverse interviste, aveva sostenuto con convinzione che certamente sarebbe accaduto presto, ma anche chi si era espresso in maniera più prudente non aveva mai negato questa eventualità.

D’altra parte, il ritardo con cui le autorità cinesi si sono rese conto dell’emergenza e hanno lanciato l’allarme ha concesso al nuovo coronavirus un vantaggio di qualche settimana: prima che fossero bloccati i voli diretti dalla Cina, a Fiumicino ne arrivavano tre al giorno soltanto da Wuhan, città epicentro dell’epidemia. Prima che questa fosse circondata e isolata, inoltre, milioni di persone ne erano già uscite, diffondendo il contagio anche in città lontane dalla megalopoli capitale della provincia di Hubei.

A quel punto, tutte le misure successive potevano forse solo rallentare l’avanzata della malattia, mentre le possibilità di contenerla andavano via via calando. Il 21 febbraio lo stesso direttore dell’Oms  Tedros Adhanom Ghebreyesus ha ammesso che la finestra di possibile intervento per spegnere del tutto l’epidemia si stava restringendo. Per questo molti Paesi europei hanno deciso di tralasciare i controlli della temperatura negli aeroporti, ritenendo queste procedure un inutile spreco di risorse. Un esame scrupoloso viene già condotto in uscita dalla Cina e non può comunque evitare il passaggio di persone che ancora non hanno sintomi di malattia, o hanno preso dei comuni farmaci da banco per superare qualche leggero malessere. Viceversa, non è probabilmente possibile approfondire più di tanto i controlli in aeroporto su tutti coloro che hanno sintomi lievi, tanto più durante la stagione invernale, quando moltissime sono le persone con febbre, tosse e mal di gola.

In Italia, invece, sono state acquistate apparecchiature e dal 4 febbraio mobilitate in tutti i grandi scali équipe di personale sanitario che, munite di protezioni complete, hanno passato al setaccio tutti i passeggeri provenienti anche da voli interni, senza trovare un solo caso positivo. Anche negli Stati Uniti, che hanno adottato la stessa strategia, decine di migliaia di controlli non hanno consentito di individuare nemmeno un portatore del nuovo coronavirus.

Il virus non si ferma allo stop

Poco utile si è rivelato anche il blocco dei voli, contro cui l’Organizzazione mondiale della sanità si era espressa con forza fin dal 30 gennaio, giorno in cui il suo direttore generale ha dichiarato l’emergenza sanitaria di interesse internazionale (Public Health Emergency of International Concern). Le gravi limitazioni agli scambi delle persone possono avere molti effetti deleteri, ma uno fra tutti, per il grave danno che producono, spingono chi le ha subite a pensarci due volte prima di lanciare un allarme che può avere conseguenze pesantissime. Vale per gli Stati con i blocchi dei voli, vale per gli individui con la quarantena: se un allarme dato davanti a un caso sospetto rischia di pesare in maniera così violenta sulla vita di una nazione, sono giustificati i ritardi e le paure prima di denunciare una polmonite ospedaliera che poteva avere anche altre cause; se per quello che appare come un banale raffreddore rischio di dover bloccare la mia attività per due settimane, portando poi in quelle successive il peso dello stigma, o addirittura doverla chiudere, e trascinare in questa situazione tutta la mia famiglia, ci penserò due volte prima di rivolgermi al medico.

Nonostante la raccomandazione dell’Oms, tuttavia, l’Italia ha deciso di sospendere tutti i voli diretti da e per la Cina. Prima di quel momento le persone provenienti dal Paese asiatico venivano controllate all’arrivo, erano invitate a lasciare traccia dei loro futuri spostamenti e veniva consegnato loro un foglietto di istruzioni su come comportarsi in caso di sintomi. Dopo, hanno continuato a partire e tornare passando per scali intermedi, oppure atterrando a Zurigo, Nizza, Vienna, per poi raggiungere l’Italia in treno. In questo modo però se ne sono perse le tracce.

Il governo italiano ha invece resistito alle pressioni di alcuni presidenti di Regione che volevano vietare per due settimane l’accesso a scuola a tutti i bambini di ritorno dalle vacanze di Capodanno in Cina e di chi voleva imporre al governatore della Toscana di mettere in quarantena oltre 2.500 cinesi sulla via del ritorno da una provincia con tanti abitanti quanti l’Italia e da diversi giorni solo casi sporadici di Covid-19. Evidentemente non aveva torto.

Misure inutili, stigma pericoloso

Per quanto si precisasse che non si voleva fare alcun razzismo, ma solo concentrarsi su gruppi ritenuti a maggior rischio, si è compiuto l’errore tipico legato allo stigma di una popolazione nel corso di un’emergenza infettiva. Concentrandosi sul fatto che si trattasse di un virus “cinese, proveniente dalla Cina, si è avvalorata l’impressione che il pericolo potesse nascondersi in un pacco acquistato online, in un piatto di riso alla cantonese o nel negozio di parrucchiere. Tutti hanno acquisito una maggiore attenzione nei confronti di tutto ciò che è cinese, senza prestare la dovuta attenzione a chi, come il manager lombardo, è uno di noi.

Come si poteva immaginare, così, il virus non è arrivato sui barconi, come temeva qualcuno dopo il caso importato in Egitto, ma forse in business.

Nessuna delle misure proposte nei giorni scorsi, e rivendicate con forza in queste ore, avrebbe potuto impedire i casi che si stanno sviluppando ora proprio nelle due Regioni i cui vertici si erano espressi con maggior forza. L’italiano che probabilmente ha contagiato il 38enne di Codogno era rientrato dalla Cina quasi 10 giorni prima della dichiarazione di emergenza internazionale: se anche il blocco fosse stato più severo, e tutte le persone passate dalla Cina fossero state messe in quarantena, il virus era già qui, in questo tiepido e asciutto inverno padano.

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(foto: Getty Images)

Né gli stessi provvedimenti avrebbero potuto fermare la superdiffusione del virus da parte dell’inglese che ha contagiato gli amici in uno chalet sulla neve in Francia e altre persone in patria. Lui veniva da Singapore, che in quel periodo non era considerato tra i Paesi a rischio; in Canada è stata individuata una donna che probabilmente si è infettata mentre si trovava in Iran. Anche il criterio dei viaggi in Cina o dei contatti stretti con qualcuno che vi è stato di recente potrebbe quindi ormai perdere di significato. Se si volesse applicare il criterio che ha portato a bloccare i voli dalla Cina, ora che il virus potrebbe circolare qua, il resto d’Europa dovrebbe secondo questa logica alzare un muro sulle Alpi, e impedire qualunque scambio, affossando la nostra economia e creando una serie di ulteriori problemi a catena, che amplificherebbero le conseguenze negative dell’epidemia.

Adesso, che fare?

Non è arrivata da cinesi, non è emersa in una scuola, non è stata captata dai controlli negli aeroporti, non è esplosa in Toscana. Tutta la tempesta mediatica scatenata in Italia su questi obiettivi facili ha distolto l’attenzione dagli unici messaggi che era importante passare:

– tutti devono mettere in pratica le stesse misure igieniche raccomandate per l’influenza;

– chi torna dall’Oriente, per un paio di settimane eviti baci, abbracci e cene con gli amici, e se può si tenga ad almeno un paio di metri di distanza dagli altri per 14 giorni;

– chi ha dubbi su come comportarsi telefoni al 1500 oppure consulti il sito del Ministero della salute o quello dell’Istituto superiore di Sanità;

-chi sta male chiami il numero unico per il soccorso (112 o 118, a seconda delle Regioni) e non vada in pronto soccorso;

-in caso di sintomatologia sospetta è bene avvisare subito il personale sanitario se si hanno avuti contatti diretti o indiretti con qualcuno tornato da Paesi ad alto rischio.

Fare invece di recriminare

Ora comunque è importante guardare all’esempio degli altri Paesi europei che davanti al loro focolaio non hanno dichiarato la fine del mondo, né hanno chiesto a tutti i cittadini di Baviera, Parigi, Brighton o Londra di chiudersi in casa. Senza scatenare il panico nella popolazione, che ha proseguito con la sua vita normale, hanno invece implementato serie e severe ricerche di contact tracing isolando solo chi aveva sintomi e i loro contatti stretti, esattamente come si sta facendo anche in Italia.

Hanno anche potenziato i servizi di pronto soccorso creando percorsi privilegiati e aree di isolamento. Mi auguro che anche le regioni italiane del Nord, che si sono tanto preoccupate dei bambini cinesi, abbiano provveduto a fare lo stesso.

A partire dai focolai rilevati negli altri Paesi europei nelle scorse settimane, il contagio non si è esteso, tanto che il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie ha continuato a giudicare basso il rischio di una diffusione sostenuta in Europa. Vedremo nelle prossime ore se i casi italiani, dopo quelli di Germania, Francia e Regno Unito cambieranno la situazione. Se non si ricostruissero con precisione le catene di contagio, o si rivelasse impossibile isolare tutti i contatti, le cose potrebbero cambiare.

Per il momento bisogna solo continuare a seguire la situazione con attenzione e serietà, senza sottovalutare il rischio, ma senza gridare alla catastrofe. Non è obbligatorio essere allarmisti o deridere chi si preoccupa. È possibile limitarsi ad attenersi ai fatti e prepararsi ad affrontarli al meglio.

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