Raccontare il Carnevale, senza scherzi

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Mentre nel mondo, purtroppo, si parla d’altro, siamo arrivati anche nella settimana di chiusura del Carnevale. Una festa che, benché spodestata a tratti dal nuovo ruolo di Halloween, rimane almeno in Italia un appuntamento fondamentale per tanti, oltre che un rito di passaggio alla primavera che fa parte della nostra cultura da secoli, cambiando la vita nel midollo di città come Venezia o Viareggio, o facendo emergere tradizioni secolari e trasfigurazioni locali da Nord a Sud. Questa settimana, indossata anche noi la nostra maschera, proviamo a raccontare la festività con qualche titolo di libro che ci aiuta a guardarla da nuove prospettive.

Facciamo prima di tutto i seri, e scegliamo subito un saggio sul tema: il saggio Carnevale. La festa del mondo di Giovanni Kezich uscito lo scorso anno per Laterza. Dall’etimologia incertissima – “Questa parola, divenuta nei secoli sempre meno comprensibile, nell’interpretazione tardomedievale si è voluta far alludere a un rito di addio solenne alle carni e al mangiare di grasso” – il Carnevale si sospende storicamente in una posizione scomoda come una festa bizzarra tra i più solenni Natale e Pasqua. È la “festa del mondo” perché appartiene all’umanità, si intreccia alla commedia dell’arte, al teatro, alle ritualità cristiane, nasce relativamente “tardi”, secondo Kezich, nel Mille con il periodo d’oro dei Comuni italiani per celebrare il risorgere della civiltà degli Antenati. E ha però a che fare con la stessa coscienza umana che si stacca, attraverso la maschera, dall’animale, pur appartenendovi e ricordandoselo. Il libro di Kezich segue la storia di questa etimologia incerta, l’intreccia con uno studio antropologico della maschera, che mostra il Carnevale come la sedimentazione di varie radici anche apparentemente opposte. Una bizzarria antropologica necessaria e inesplicabile, sul quale il libro di Kezich racconta in modo piacevole.

Abbiamo già accennato a come il Carnevale e le sue maschere sconvolgano ogni anno (e non solo) lo spirito della città di Venezia, caricandola di sensualità e mistero. È forse quello che troviamo nel teso romanzo di Paolo Malaguti pubblicato da Solferino, L’ultimo carnevale. Siamo innanzitutto di fronte ad un romanzo distopico che ha – ahinoi – del realistico. Tutto si svolte attorno al Martedì grasso di un febbraio 2080, dove Venezia è diventata Venice Park per via delle continue inondazioni per l’acqua alta (è inagibile, ma è trasformata in attrazione turistica) e tutti i suoi residenti, tranne qualche resistente, sono spariti. Chi sono quelli che rimangono? In primis quelli che la controllano (due guardie), quindi una guida turistica, infine l’anziano veneziano Giobbe, nostalgico e dalla forte parlata dialettale, rappresentante come una voce sommersa autoctona che resiste. E poi c’è lei, Rebecca, l’attivista che complotta un attentato proprio il giorno di Carnevale, quando l’attrazione Venice Park è ovviamente gremita di avventori… Mescolando un po’ i generi, tra il diario e il thriller, Malaguti ci ricorda che il Carnevale come momento di trasformazione catartico passa da una presa di coscienza di ciò che sarebbe da migliorare nella nostra vita.

Chi fosse interessato a continuare ancora sul versante del giallo e criminoso del Carnevale, potrebbe riprendere in mano il godibile volume di Sellerio uscito tempo fa, Carnevale in giallo, composto con racconti di alcuni dei suoi autori di punta, tra i quali i nostri Marco Malvaldi, Francesco Recami, Antonio Manzini che portano i loro personaggi storici (Schiavone, i nonni del Barlume, il Consonni e la Casa di Ringhiera di Recami) a contatto con l’atmosfera carnevalesca, che pare adatta, nel suo scombussolamento, al crimine. Al di là dell’operazione – come sempre un po’ a tavolino – di questi volumi, le piste inseguite dai detective spesso scanzonati di questi racconti gialli sono tutte legate in modo originale a feste o mascheramenti che sviano dal successo dell’impresa. Il punto però non è tanto risolvere un mistero, quanto intrattenersi per un po’, e gli autori ci riescono molto bene.

Parlando di Carnevale, ci si può dimenticare del Brasile? Invece di proporre una pletora di classici della letteratura brasiliana (ne abbiamo già parlato un po’ qui, d’altronde) rimaniamo sempre in Italia con uno dei nostri scrittori che più ama e racconta quelle terre: Fabio Stassi. Uno dei suoi romanzi più noti e complessi è sicuramente È finito il nostro carnevale, uscito un po’ di tempo fa per minumum fax. Sebbene il titolo riprenda un verso di Vinicius de Moraes (Acabou nosso carnaval) che si riferiva all’instaurarsi della dittatura in Brasile, la storia ha certamente del carnevalesco nella trama e nei suoi molti spostamenti spazio-temporali. Il romanzo è un vertiginoso inseguimento che attraversa il Novecento non solo europeo e brasiliano, tra memorabili partite di calcio che entrarono nel mito, personaggi realmente esistiti, guerre civili e donne fascinose. Chi si muove di nazione in nazione, di partita in partita – e di maschera in maschera – è Rigoberto Aguyar Montiel, meticcio di padre brasiliano e madre marsigliese, che a partire dalla Parigi degli anni Venti (quella di Hemingway, di Django Reinhardt, per intenderci) si innamora della donna modello della Coppa Rimet fino al punto da inseguire e rubarla (la coppa). “Sì, sono io quello che ha rubato la Diosa, se qualcuno ancora non se ne ricorda. Sì, la Diosa, o la Rimet, com’era chiamata in Europa… Le ho dato la caccia per cinquantatré anni. Dal 1930 al 1983”, si confessa in un’intervista fin dall’inizio del libro Rigoberto. Ciò che segue a ritroso la rincorsa di un mito e le mille identità necessarie per acciuffarlo, con un ritmo che pare ereditato dalla bossa come in molte opere di Stassi.

Un titolo potrebbe indicare poi un’inedita fusione del carnevalesco con il macabro, e sempre a certe latitudini latinoamericane. Visto che Carnevale è il momento in cui mascheriamo in fondo la nostra identità facendone un mistero, consigliamo proprio per questa settimana di leggere Coriandoli il giorno dei morti di B. Traven, enigmatico autore dall’identità ignota. C’è chi dice che fosse il giornalista anarchico tedesco Ret Marut, o l’attore Otto Feige, altri ancora parlano del suo agente o persino della traduttrice messicana Esperanza López Mateos, solo per citare alcune tra le tante ipotesi. Traven, assurto a mito letterario, arriva in Italia pubblicato da Racconti edizioni in un importante volume di racconti con la cura, l’introduzione e le illustrazioni molto belle di Vittorio Giacopini, suo adoratore da tempo. Sono “storie dalla giungla messicana” dove però la classica maschera della messicanità sgargiante è messa da parte, in racconti che tra l’ironica più cruda e l’analisi sociali più spietata presentano spesso non la maschera, quanto la vera e propria faccia brunita e sporca di antico del Messico e dello Stato di Oaxaca, bistrattato nelle sue classi poveri sia dagli effetti della Revolución che dall’avvento del capitalismo gringo. Alcuni racconti hanno un fare sorprendente ieratico quasi distaccato, e B. Traven – di fede anarco-comunista fino al midollo – riesce incredibilmente a criticare i guasti del commercio sulla vita semplice dei campesinos senza abusare di retorica. Una lettura carnevalesca perché trasformerà davvero il vostro esotismo in presa di coscienza.

Ci sentiamo poi di consigliare con un libro che affronta in modo magico la problematica del bullismo attraverso le maschere, scritto dall’ottimo narratore Claudio Morandini. Un libro che ha molto a che fare con lo spirito anche violento del Carnevale, visto però dal punto di vista dei bambini. Si tratta de Le maschere di Pocacosa uscito per Salani. È un romanzo, scritto anche sotto l’egida del Club degli Alpini Italiani, sui rancori e la rabbia che possono celarsi dietro una festa esplosiva come quella di cui stiamo parlando: infatti il Carnevale di Morandini, cioè quello di Pocacosa, presenta questa peculiarità di vero e proprio “sfogatoio“: ovvero chiunque può, dietro una maschera, perseguitare chi vuole prendere di mira. E stavolta tutti, a scuola, sono pronti ad attaccare il Più Bravo della Classe, Remigio… Al quale tocca fuggire, su su, verso i monti. Dove, immergendosi nei suoni e nelle presenze di un bosco che pare resistere incantato alla bruttura umana, incontrerà un personaggio, Bonifacio, che per anni è stato usato come spauracchio proprio a Carnevale e descritto come un mostruoso outsider, un delinquente, da estromettere dalla comunità. L’apologo delicato ed ecologista di Morandini è abile nel voler parlare al lettore bambino ma non solo, trattando di una tematica che lavora proprio sul limite tra la beffa e il danno.

Chiudiamo come sempre con la graphic novel e il fumetto di qualità. Una chiusura oggi che vale un commiato un po’ amaro: a marzo uscirà l’ultimo albo dell’eccellente serie della Bonelli, Mercurio Loi – impreziosita dalle copertine di Manuele Fior. Mercurio Loi è l’investigatore con la faccia scimmiesca e il mantello sempre al vento che indaga i crimini occulti nella Roma papalina dell’Ottocento, descritta nei suoi molteplici personaggi (compreso il Papa, ovvio) in storie di un’elevata fattura narrativa (e meta-narrativa). Dove i personaggi spesso si sdoppiano, si mascherano l’uno nell’altro, come in un eterno Carnevale (romano) grottesco e pieno di numerose “pasquinate” del destino. Ci mancherà, ma speriamo che la chiusura della serie sia solo una carnevalata…

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