Il razzismo e la discriminazione per il coronavirus continuano (anche sugli italiani tornati dalla Cina)

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(foto: Miguel Medina/AFP via Getty Images)

Prima la sinofobia verso persone con tratti orientali, ora chi la rabbia contro chi è rientrato da poco dalla Cina. È stato piuttosto triste non stupirsi della discriminazione di molti connazionali, anzi compaesani, al mio rientro in Italia. Ero purtroppo pienamente preparato a questo, è stata solo un’amara conferma. Ma non ero preparato a una tale entità e, soprattutto, al fatto che si estendesse ai miei familiari, che davvero nulla c’entrano.

Breve riassunto: ero tra i tanti italiani bloccati in Cina dal fermo ai voli da e verso il nostro paese deciso dal nostro governo in seguito all’emergenza Sars-CoV-2. Qui avevo raccontato come si viveva il periodo d’emergenza ad Haikou, la città principale dell’isola di Hainan, dove vivo dalla scorsa estate.

In realtà non avevo alcuna intenzione di tornare, ma ho deciso di accompagnare mia madre a casa: era venuta a trovarmi poco prima dello scoppio dell’emergenza e il suo viaggio di ritorno era stato cancellato. Non me la sentivo di lasciarla attraversare mezzo mondo da sola in queste situazioni e con tutti quegli scali.

L’isola di Hainan ha accolto diverse decine di migliaia di persone da Hubei – la provincia di Wuhan – per il capodanno cinese, ma i contagi si sono drasticamente ridotti fino a stabilizzarsi e quindi a non aumentare per oltre una settimana. In tutto ci sono stati soltanto due morti (come in Italia al momento della stesura di questo pezzo). Come nel resto della Cina, la popolazione ha collaborato attivamente a contenere la diffusione rispettando le indicazioni delle autorità locali.

Soprattutto, non ci sono stati episodi di discriminazione verso le persone di Wuhan e ne sono stato testimone oculare visto che si sapeva benissimo dove chi aveva contratto il virus vivesse (anche grazie alle app), ma tutti sono stati collaborativi.

In Italia, no. La mia ragazza è nel gruppo su WeChat degli studenti universitari cinesi di Torino e negli ultimi giorni si moltiplicano numerose agghiaccianti segnalazioni. Pesanti insulti e aggressioni fisiche quotidiane fino ai comportamenti inqualificabili come l’immondizia lanciata da un balcone (con annesse ingiurie) verso un gruppo di ragazzi colpevoli soltanto di essere cinesi.

La piccola comunità è terrorizzata, arrivando persino a evitare di indossare mascherine per paura della reazione dei passanti. Ed è inutile provare a spiegare che in Cina è da mesi che non tornano.

Razzismo? Certamente in buona dose, ma alla base c’è l’ insopportabile ignoranza, perché gli italiani di ritorno dalla Cina sono le nuove vittime delle discriminazioni. Anche in questo caso posso raccontarlo come diretto interessato.

Al fine di evitare problemi e ridurre al minimo i rischi, avevamo contattato le autorità locali nei giorni precedenti al viaggio. Ci siamo dunque organizzati per metterci in quarantena domestica volontaria, nonostante non avessimo sintomi e nonostante già in Cina avessimo già speso più di venti giorni in una sorta di quarantena nazionale. Siamo aperti a controlli regolari e a qualsiasi altra procedura eventualmente proposta.

Ma nonostante l’isolamento auto-imposto, l’aver evitato qualsiasi contatto diretto con ogni altro familiare o amico e aver informato le autorità competenti sul territorio molti compaesani ci vedono come contagiati e untori pronti a infettare tutti. Quantomeno apprezzo chi ha avuto la minima decenza di esplicitarlo in modo diretto, non mi tange e non mi interessa un granché.

Quel che è meno facile da ignorare è la discriminazione “di secondo livello” a familiari stretti che – nonostante alcun contatto – stanno subendo lo stesso trattamento, con episodi spiacevoli nella vita sociale e lavorativa.

Perché per molti da “Cina = virus” si è passati a “cinesi + italiani che sono stati in Cina = virus“. Una paura immotivata e ridicola, che offusca i veri problemi che meriterebbero più attenzione, come per esempio una situazione controlli che è rimasta dormiente fino a ora che l’emergenza è esplosa anche da noi.

Nei miei tre scali per giungere in Italia hanno controllato solo la temperatura corporea superficiale, un sintomo che peraltro non appare in tutti i casi né certifica con sicurezza di essere un potenziale contagiato / contagiante.

L’idea di bloccare i voli diretti dall’Italia è stata inutile e scellerata perché migliaia di persone (ripeto: persone, non solo cinesi) sono arrivate sul nostro territorio attraverso scali e con un’ultima tratta anche in treno. Molti altri paesi hanno limitato i voli diretti dalla Cina a una città, di solito la capitale o il maggiore scalo. Così da un lato si sono garantiti un monitoraggio più preciso dei viaggiatori e dall’altro hanno evitato il malcontento della Cina, soprattutto per i rapporti commerciali, è ipocrita negarlo.

Da noi no. La quarantena obbligatoria per tutti i viaggiatori dalla Cina era verosimilmente una soluzione molto più utile del blocco dei voli diretti o della risibile chiusura delle frontiere. La quarantena è una soluzione peraltro adottata dalla stessa Cina – come già spiegato – nel proprio territorio interno, persino per chi dal villaggio tornava in città. Pensare alla quarantena come un atto di razzismo è grottesco, perché è una soluzione che non discrimina nessuno e anzi pensa al bene comune.

Così ora ci troviamo con numeri che salgono di ora in ora e continueranno a farlo nei prossimi giorni, ma senza alle spalle la potenza organizzativa di un paese come la Cina, dove vivono 1,3 miliardi contro i nostri 60 milioni di abitanti, vale la pena ricordarlo.

E soprattutto senza il loro spirito di solidarietà e di collaborazione. Al contrario, ignoranza e disinformazione generano terrore, condito dal dito puntato verso un nemico che fluidamente può essere straniero e può diventare anche italiano, basta che esista. Così come si attende un segnale forte dal governo in questo momento delicato è ancor più necessaria una maggiore e più consapevole coscienza comune.

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