Cosa vuol dire, in pratica, essere un hosting attivo o passivo

0
136
Questo post è stato pubblicato qui

yahooAbbiamo già affrontato il tema della responsabilità dell’internet service provider (Isp), illustrando il modo in cui la normativa inquadra le figure dell’hosting e del cacher e introducendo la nozione di “hosting attivo” e “hosting passivo”. Di seguito, un approfondimento dedicato alla differenza tra queste due denominazione.

Hosting attivo

Con la sentenza 7708 del 2019 (il caso riguardava la presunta violazione di diritti d’autore da parte di Yahoo, accusata da Rti di aver diffuso sul proprio portale video di filmati tratti da vari programmi televisivi) la Corte di cassazione ha chiarito la differenza tra le due figure di hosting e stabilito una serie di importanti principi in tema di responsabilità:

* l’hosting attivo svolge un’attività che esula da un servizio di ordine meramente tecnico, automatico e passivo, e realizza invece una condotta attiva, concorrendo con altri nella commissione dell’illecito;

* il provider è qualificabile come “hosting attivo” quando in sostanza completa e arricchisce in modo non passivo la fruizione dei contenuti da parte degli utenti, compiendo sui contenuti stessi una delle seguenti operazioni: filtro, selezione, indicizzazione, organizzazione, catalogazione, aggregazione, valutazione, uso, modifica, estrazione, promozione dei contenuti; oppure adottando una tecnica di valutazione del comportamento degli utenti per aumentarne la fidelizzazione.

Il regime di favore stabilito dal d.lgs. 70/2003 vale solo per l’hosting passivo, mentre per l’hosting attivo si applicano le regole comuni della responsabilità civile valide per qualsiasi soggetto giuridico che commette un illecito.

Hosting passivo

L’hosting passivo è responsabile per non aver provveduto all’immediata rimozione dei contenuti illeciti o per aver continuato a pubblicarli quando ricorrono tutte le seguenti condizioni:

– se ha “conoscenza legale” dell’illecito commesso dall’utente, per averne avuto notizia dalla vittima o dal danneggiato o per altra via;

– se l’illiceità del contenuto è da lui “ragionevolmente constatabile” (ragionevolmente significa secondo la diligenza che è lecito attendersi da un operatore professionale della rete);

– se ha la possibilità di attivarsi in modo, essendo sufficientemente edotto di quali sono i contenuti illeciti da rimuovere.

In caso di video diffusi in violazione del copyright, il giudice dovrà valutare, a seconda dei casi, se per identificare i video è sufficiente  l’indicazione del nome o titolo della trasmissione da cui sono tratti o se invece è indispensabile conoscere l’indirizzo “url”.

Per un approfondimento sui principi stabiliti dalla Corte di cassazione rimandiamo all’articolo pubblicato su Altalex dal titolo Responsabilità del provider: la Cassazione detta rilevanti principi di diritto.

A definire ulteriormente il quadro della responsabilità del provider, in particolare con riferimento al dovere di sorveglianza, è intervenuta la Corte di giustizia dell’Unione europea con una sentenza del 3 ottobre 2019; i giudici europei hanno affermato che è legittimo ordinare all’hosting provider (nella fattispecie Facebook) di rimuovere le informazioni da esso memorizzate aventi un contenuto identico o equivalente a quello di un’informazione precedentemente dichiarata illecita o di bloccarne l’accesso; la sorveglianza e la ricerca delle informazioni incriminate vanno però limitate alle informazioni che “veicolano un messaggio di contenuto sostanzialmente invariato“, senza che l’hosting sia costretto a compiere una valutazione autonoma di tale contenuto; è inoltre legittimo ordinare all’hosting di rimuovere le informazioni in questione o di bloccarne l’accesso a livello mondiale.

Per chi volesse saperne di più su questa vicenda consigliamo la lettura su Altalex dell’articolo Facebook rimuova i contenuti simili ad illeciti!.

The post Cosa vuol dire, in pratica, essere un hosting attivo o passivo appeared first on Wired.