Perché il governo litiga con la regione Marche sul coronavirus

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(foto: Filippo Attili/LaPresse)

L’epidemia di coronavirus ha fatto sì che l’animo si surriscaldasse in particolare fra il governo e gli enti territoriali. Alcune regioni, infatti, come il caso delle Marche, hanno deciso di prendere dei provvedimenti per prevenire e contenere il contagio che si è sviluppato soprattutto nel Nord Italia. Il presidente delle Marche Luca Ceriscioli, del Partito democratico, ha predisposto la chiusura delle scuole fino al 4 marzo, ancor prima che nella sua regione fossero casi accertati di coronavirus e, di fatto, contravvenendo alle indicazioni di Palazzo Chigi. A questa decisione ha risposto duramente il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che ha annunciato la volontà di impugnare il provvedimento, proprio mentre Ceriscioli lo annunciava.

Per Conte, infatti, così facendo si alimenta solo “caos e paura” senza pensare alle effettive condizioni del paese e necessità dei cittadini. Ceriscioli però non intende tornare sui suoi passi e attacca ancora più duramente: “Il governo impugna la nostra decisione di chiudere le scuole? Sarà l’occasione per vedere chi ha fatto bene, noi o il governo che si oppone. Io non faccio alcun passo indietro anzi l’impugnazione sarà utile per tutti, per la salute dei marchigiani e aiuterà il governo a tenere comportamenti più coerenti”, ha specificato in un’intervista radiofonica il governatore. Al Corriere della Sera ha inoltre ribadito che si tratta solo di “sicurezza e prevenzione” e non di paura.

Il 25 febbraio, Conte, insieme al capo della protezione civile Angelo Borrelli, aveva visto in teleconferenza tutti i presidenti di regione per fare un punto sulla questione. “Ci ha sorpreso che dopo che tutti avevano concordato sul protocollo suggerito, nel pomeriggio le Marche hanno realizzato una deviazione” ha specificato poi il premier in un’intervista tv. “Questo non va bene, perché se ognuno assume iniziative per conto suo si crea una confusione generale del paese difficile da gestire”, ha incalzato. Ma per Ceriscioli non ci sono storie: “direttive omogenee non sono arrivate. La Liguria e il Friuli Venezia Giulia hanno preso decisioni analoghe alla nostra quando c’erano casi alle loro porte”.

Infatti, i primi casi nelle Marche sono stati ufficializzati solo mercoledì 26, mandando ancora di più in confusione governo e regione e il braccio di ferro che si è creato. Il primo caso a Pesaro – un ragazzo che lavora vicino a Codogno, nella cosiddetta zona rossa – è stato confermato da Borrelli poco dopo mezzogiorno. Tutti i tamponi effettuati finora nelle Marche erano risultati negativi.

Oltre a questo caso, ci sarebbe quello della vicina Cattolica (in Emilia-Romagna). Si tratta di “una di quelle situazioni” – ha detto ancora il governatore – “dove si vive a cavallo dei due confini con tanti spostamenti tra le due regioni. Era impossibile per noi rimanere fermi”. Per questo le Marche hanno anche chiesto di essere annoverate tra le regioni coinvolte dal contagio coronavirus con Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte, Veneto, Liguria. Lo ha fatto sapere Stefano Bonaccini, presidente della conferenza delle Regioni, in una lettera che, a quanto si è apprende è stata inviata ieri al governo.

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