Forse non ce ne siamo accorti, ma il nuovo coronavirus girava in silenzio da mesi

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Quando tra qualche tempo, a picco epidemico archiviato, si ricomporranno con calma tutti i pezzi della storia del virus Sars-CoV-2, di certo gennaio e febbraio 2020 saranno ricordati come i primi due mesi in cui il mondo – a partire cronologicamente dalla Cina – si è trovato a fare i conti con una nuova minaccia sanitaria di natura virale e di portata globale. Quello che però è ormai evidente, e lo suggerisce la comunità scientifica oltre che il buon senso, è che l’inizio dell’epidemia debba essere spostato indietro nel tempo, retrodatato al 2019 certamente per l’area di Wuhan, e probabilmente anche per il nostro Paese.

Prima di fare appello alla letteratura scientifica partiamo da una spannometrica questione matematica. Ovunque in questi giorni stiamo leggendo del cosiddetto tasso medio di riproduzione (R0), ossia il numero di persone che ogni malato può contagiare, e pure del periodo di incubazione del virus, che è stimato in media tra i 5 e i 6 giorni ma può arrivare fino a 14. La combinazione di questi due elementi, in cui è determinante la questione del numero di contatti stretti tra le persone, determina quanto in fretta il contagio può espandersi. Al momento si ritiene che, nella prima fase epidemica, Sars-CoV-2 possa aver raddoppiato il numero degli infetti ogni quattro giorni. Ossia, se nel giorno 1 avevamo un solo contagiato, per arrivare a 2 malati avremmo dovuto attendere fino al giorno 5, per arrivare a 4 fino al giorno 9, per arrivare a 8 fino al giorno 13, e così via. Questo modello matematico è fin troppo semplificato per essere davvero fedele alla realtà, ma nel suo essere grossolano rende evidente un aspetto cruciale: affinché il virus coinvolga un gruppo abbastanza grande di persone da farsi notare, occorrono parecchie settimane.

Spiegato bene, questo risultato è stato pubblicato con tutti i dettagli in un paper firmato da cinque scienziate e scienziati italiani dell’università Statale di Milano uscito sul Journal of Medical Virology qualche giorno fa. Senza entrare nei dettagli tecnici, la conclusione a cui si è giunti è che quel gran mascalzone del nuovo coronavirus è in giro in Cina da tre o forse anche quattro mesi. Per la precisione, il momento del cosiddetto salto di specie dall’animale agli esseri umani si stima possa essere avvenuto tra la metà di ottobre e la metà di novembre, diverse settimane prima che negli ospedali di Wuhan si iniziasse a sospettare la presenza di un’anomalia sanitaria.

E anche se lo studio scientifico meneghino non ha affrontato la situazione italiana (perché condotto con i campioni biologici disponibili alla data del 4 febbraio scorso), non è difficile credere che un’analoga fase di propagazione sottotraccia possa essere accaduta anche nel nostro Paese, ben prima del grande clamore suscitato dal nostrano cosiddetto paziente 1, l’involontariamente celebre 38enne di Codogno diagnosticato come portatore del virus nella notte tra giovedì 20 e venerdì 21 febbraio.

Per usare una metafora editoriale, potremmo dire che in quelle frenetiche ore non si stava aprendo la storia epidemica della Covid-19 nel nostro Paese, ma eravamo come minimo già al capitolo 2. Il passaggio sotto silenzio di tutto quello che è venuto prima non è colpa di qualcuno, ma sta nella norma dell’epidemiologia. Se ipotizziamo che siano corrette le stime attuali secondo cui solo un paziente ogni venti (ossia il 5%) sviluppa una sintomatologia allarmante, allora quello che finora abbiamo chiamato paziente 1 potrebbe essere stato tranquillamente il 7, il 36, il 125 o il 311. Perché, va ricordato, un anziano che arriva al pronto soccorso in pieno inverno e con una polmonite da aggravamento di una forma simil-influenzale non mette affatto sull’attenti il personale sanitario. Oppure un giovane che passa una settimana a letto con la febbre senza soffrire più di tanto non pensa certo come prima cosa al coronavirus, soprattutto se non è ancora giunta notizia di casi di trasmissione sul territorio nazionale. Figuriamoci poi per una forma lieve, limitata a qualche colpo di tosse e soffiata di naso.

Un’anomalia, infatti, emerge quando i casi strani si accumulano. E se quei casi sono appena un 5% scarso dei contagiati, occorre senz’altro un gran numero di contagiati prima che l’allarme scatti. A maggior ragione lo stesso dev’essere accaduto in Cina, dove a suo tempo nemmeno si era a conoscenza dell’esistenza di Sars-CoV-2. E nelle ultime ore è diventato evidente che, forse in maniera ancora più clamorosa, lo stesso è accaduto in Iran.

Almeno due aspetti oggi ci inducono a credere che, pure per l’Italia, quel capitolo 1 meriti di essere riempito di contenuti. Il primo è l’elevatissimo numero di casi registrati nel nostro Paese in pochissimi giorni. Proprio per le caratteristiche del tasso medio di riproduzione, è sostanzialmente impossibile che oggi si registrino centinaia e centinaia di casi, e decine di ricoveri in terapia intensiva (che stanno sempre in quella fettina del 5% del totale), se il paziente 1 si fosse ammalato appena un paio di settimane fa. L’altro aspetto è questione di cronaca: su Cattivi scienziati Enrico Bucci ha messo insieme le tesserine del puzzle, sommando alle polmoniti anomale emerse a Codogno già a metà gennaio gli oltre 40 casi di polmonite in una settimana registrati nell’ospedale di Piacenza a dicembre. Episodi che, letti ora, assumono un significato del tutto nuovo.

Certamente la solidità scientifica per sua natura richiede tempo, e forse è prematuro saltare già alle conclusioni, ma via via che passano i giorni viene da chiedersi sempre più che senso abbia chiamare paziente 1 il 38enne di Codogno, e paziente zero il suo fantomatico untore. Sarà semmai il primo di cui ci siamo resi conto, ma di certo non l’ospite di partenza scelto dal coronavirus per saltellare di persona in persona pure nel nostro Paese.

Tutte queste informazioni emerse a posteriori non sono solo una questione scientifico-sanitaria o per addetti ai lavori, ma riscrivono la narrazione dell’epidemia così come la si è fatta finora. O, perlomeno, impongono di aggiungere in testa un intero capitolo, sia che si guardi all’Italia o si allarghi il proprio orizzonte anche al resto del mondo. Un capitolo in cui il tempo della storia è molto più lungo del tempo del racconto, al contrario di quanto sta accadendo con la fase successiva. Un capitolo fatto di pochi casi, rispetto a quelli che contiamo ora, con un numero così piccolo di pazienti gravi da poter essere affrontato dal sistema sanitario senza particolari difficoltà. Ma allo stesso tempo un capitolo abbastanza lungo da aver dato origine, nel nostro Paese, a un ceppo tutto italiano del coronavirus, isolato da poco e auspicabilmente più contagioso ma meno aggressivo di quello originale. E soprattutto un capitolo che, come tutti gli incipit, è determinante per capire il resto della storia.

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