Un report inedito dell’Onu fa luce su come la Corea del Nord affama il suo popolo

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Un notiziario trasmette un discorso del leader Kim Jong-Un a Pyongyang, 2017 (foto: ED JONES/AFP via Getty Images)

Mentre proseguono le importazioni illegali di alcolici, gioielli, automobili e altri beni di lusso, in Corea del Nord si aggravano le condizioni di vita della popolazione civile, sempre più isolata sia dalle sanzioni internazionali che dallo stesso regime di Pyongyang. Ad ammettere l’effetto indesiderato delle misure internazionali è un report, finora inedito, stilato dalla Commissione Unsc 1718, incaricata dalle Nazioni Unite di monitorare il contenimento delle attività missilistiche e nucleari da parte del regime. Come riconosciuto nel documento, che Wired ha ottenuto in anteprima da fonti riservate, “la situazione umanitaria è tetra e non dà segni di miglioramento”.

La Repubblica popolare democratica di Corea è sottoposta alle sanzioni della comunità internazionale dal 2006, da quando il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ne ha approvato l’attivazione con lo scopo di impedire lo sviluppo di sistemi d’arma non convenzionali e la proliferazione nucleare. Tuttavia, quelle che sono rimaste in vigore per un decennio sono le cosiddette smart sanctions, calibrate per colpire esclusivamente la sfera economica di enti e privati coinvolti nello sviluppo dei sistemi oggetto del divieto. Dal 2016 invece, a fronte dello scarso risultato ottenuto con le prime, il Consiglio di sicurezza ha adottato misure più stringenti, che hanno colpito per la prima volta anche il commercio di materie prime e di prodotti civili, oltre ad aver imposto il rimpatrio di tutti i cittadini nordcoreani con un impiego all’estero. 

L’ombra del coronavirus

Industria tessile, agricoltura, commercio: tutto si ferma in Corea del Nord, un paese che paga in questi termini il costo della sperimentazione in ambito bellico, considerata necessaria per mantenere l’indipendenza del paese dalle potenze straniere. O almeno, è questa la ragione pubblica che ne ha dato il regime negli anni. Così si esprimono anche le agenzie ufficiali, che nel 2018 battevano una nota nella quale si richiamava l’esperienza della Libia di Gheddafi, “caduta quando ha rinunciato volontariamente a ogni ambizione nucleare”

Ma a rimetterci finora è soprattutto la popolazione civile, sulla quale ricadono le più pesanti ripercussioni delle sanzioni. In particolare quelle del 2016 e del 2017, che “potrebbero esacerbare la già difficile situazione nella Repubblica popolare per quanti sono impiegati nei settori direttamente o indirettamente colpiti, così come per la disponibilità dei beni necessari alla popolazione civile”, avvisano gli esperti nel report.    

A fare la conta, pur con le difficoltà tecniche che pone l’analisi di un paese impenetrabile come la Corea del Nord, ci ha pensato l’Ufficio per gli affari umanitari delle Nazioni Unite, che nella sua ultima relazione annuale ha sollevato l’allarme sulla mancanza di “cibo e medicinali salvavita”, accompagnata dalla costante contrazione del mercato del lavoro. Secondo il quadro fornito dall’organizzazione, oltre 10.4 milioni di persone (più del 40% della popolazione) necessitano urgentemente di programmi di assistenza, con particolare attenzione a donne e bambini. 

A questo si aggiunge il timore per la diffusione del coronavirus, che proprio in Asia ha avuto il suo impatto più devastante, e che ora minaccia i confini di una delle nazioni più blindate al mondo. Lo ha ricordato lunedì scorso anche l’ambasciatore cinese alle Nazioni Unite Zhang Jun, quando ha chiesto flessibilità nei confronti di Pyongyang proprio in virtù del pesante regime di sanzioni: “È per questo [per le conseguenze umanitarie, ndr] che dovremmo fare ciò che possiamo per alleggerirne l’impatto”.

Nessun caso di Covid-19 è stato finora confermato dalle autorità nordcoreane o da organismi internazionali, anche se il governo ha autorizzato un singolo volo della compagnia di bandiera, Air Koryo, a lasciare il paese in quarantena. A bordo, riportano agenzie russe e coreane, viaggerà solo un centinaio di diplomatici e funzionari delle ambasciate asiatiche ed europee. Destinazione, Vladivostok.  

Chi parte e chi arriva

Orologi di marche prestigiose, gioielli, superalcolici, automobili blindate: mentre una parte della Repubblica popolare democratica rimane nell’indigenza, l’altra continua a fare affari e a prosperare, ben sapendo che il regime ha bisogno di quadri politici e tecnici soddisfatti per mantenere saldo il controllo. Ma come osservano gli stessi esperti, l’obiettivo del divieto all’importazione di beni di lusso non ha mai riguardato il loro valore economico, quanto piuttosto il “potere di élite responsabili dell’emergere dei problemi che hanno portato alla stessa necessità delle sanzioni”. Una strategia di indebolimento del sostegno al leader supremo, in poche parole, per costringerlo a capitolare sullo sviluppo di impianti missilistici e del suo programma nucleare. 

Un negozio di alcolici in Corea del Nord (foto: NK News)

Così si aprono decine di pagine di investigazioni che cercano di risalire a quanti e quali carichi siano infine riusciti a raggiungere i confini della Corea del Nord, al netto di quelli che sono stati sequestrati preventivamente dalle dogane di passaggio. Tra questi ultimi anche una partita di vodka proveniente dalla Bielorussia e un’altra proveniente da una distilleria russa, di 90mila bottiglie da 100 millilitri

Nel documento di 250 pagine, diviso in otto sezioni e 73 schede di appendice, sono allegate anche le fotografie di automobili di lusso e di un negozi di gioielli e orologi di Taesongsan, cittadina a nord di Pyongyang, nel quale sono esposte vetrine che pubblicizzano i più famosi marchi europei e internazionali. 

Un negozio di gioielli a Taesong (foto: KCNA)

Scarseggiano invece macchinari agricoli e carburanti, che insieme all’arretratezza del settore delle coltivazioni, “possono limitare le finestre di raccolta del cibo e rendere ancora più grave la scarsità di cibo nel caso di condizioni ambientali avverse”, si scrive. 

La strategia delle élite

Che il consenso nel paese sia mutato nel tempo è impossibile dirlo: la quasi totalità delle informazioni che escono dalla Corea del Nord è vagliata direttamente dal regime, che ha tutto l’interesse a promuovere l’immagine di uno stato felice e laborioso. I pochi resoconti indipendenti disponibili sono quelli raccolti da organizzazioni internazionali, principalmente basate in Corea del Sud, come il Transitional Justice Working Group, che nel 2019 ha pubblicato un report nel quale denuncia l’identificazione di almeno 318 siti utilizzati dal governo per condurre esecuzioni pubbliche di criminali o traditori. Lo studio si basa sull’utilizzo di immagini satellitari e sulle interviste fatte a centinaia di rifugiati scappati dalla Corea del Nord per denunciarne gli abusi.

A questo si aggiunge, si legge nel report, una “crescente marginalizzazione sociale [dal momento che, ndr] le élite rispondono sia alle sanzioni delle Nazioni Unite che a quelle internazionali aumentando il proprio controllo su risorse scarse, compresa la new market economy, e in alcuni casi incanalando queste risorse verso obiettivi diversi dai bisogni della popolazione”

Una strategia, questa, già impiegata da tempo in Corea del Nord, dove “fin dai tempi di Kim Jong-il, padre dell’attuale leader, si era reso necessario il mantenimento di un forte sostegno da parte della classe militare, da cui dipendeva la sopravvivenza del regime”, ha spiegato a Wired Francesca Frassineti, ricercatrice dell’osservatorio Asia dell’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) e dottoranda all’Università di Bologna. “Questo vale ancora oggi, con l’affiancamento di una classe dirigenziale più moderna che sostiene Kim Jong-un: il punto principale resta il mantenimento del sostegno delle élite”

Nel frattempo crollano le esportazioni, “in seguito a tre round di sanzioni che, a partire dal 2017, hanno colpito, tra gli altri, il commercio di  carbone, materiali ferrosi e acciaio”, precisa Frassineti. Ma la risoluzione più pesante è stata probabilmente quella attivata a settembre dello stesso anno e che ha colpito anche il settore tessile e ittico: “Mercati di indispensabile importanza per la Repubblica popolare democratica di Corea, la cui industria tessile costituiva, fino al 2016, il 26 per cento delle esportazioni dell’intero paese, di cui la gran parte indirizzate verso la Cina”

Un equilibrio delle parti, quello con Pechino, che secondo le stime delle organizzazioni internazionali conterebbe per il 90 per cento di tutte le esportazioni del piccolo regime. Ed è forse anche questa la ragione per la quale la Cina – e la Russia – “hanno finora cercato di mitigare gli effetti delle sanzioni nella loro fase negoziale, nonostante abbiano poi approvato le misure proposte al Consiglio di sicurezza”, precisa la ricercatrice. 

Ma se per il commercio guarda principalmente al Nord, Pyongyang gode di sostegno anche al suo confine orientale: quello con la Federazione Russa. Come già scritto da Wired, da quando le sanzioni hanno imposto alla comunità internazionale il rimpatrio dei lavoratori nordcoreani, Mosca ha incrementato sensibilmente il rilascio di visti turistici o di studio verso i cittadini del paese, “facendo supporre un tentativo di prolungarne la permanenza per evitare di rimpatriarli come richiesto dalla risoluzione dell’Onu”, spiega Frassineti. 

Secondo le stime, la sola Federazione russa ha rilasciato ai cittadini nordcoreani, nel terzo trimestre del 2019, 7.703 visti turistici con un incremento di 12 volte rispetto allo stesso periodo nel 2017, mentre i visti di studio sono aumentati di 3.611 unità. Ma restano al vaglio del panel anche altri spostamenti verso Cina, Ucraina, Serbia, Canada e Stati Uniti: un giro internazionale di forza lavoro che, si legge nel rapporto, genera un giro di rendite stimato in oltre venti milioni di dollari l’anno e che dovrebbe contribuire a finanziare l’isolamento di Pyongyang dal resto del mondo.   

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