L’autista di Uber è un dipendente: lo stabilisce una sentenza

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Nuova importante sentenza per i lavoratori della gig economy. Il 4 marzo la Corte di Cassazione francese ha riconosciuto a un autista del colosso americano Uber lo status di lavoratore subordinato anziché di lavoratore autonomo. Secondo l’ordinamento francese questa decisione arriva come ultimo grado di giudizio nel procedimento, e quindi ora Uber non potrà più ricorrere contro la scelta dei giudici di Parigi.

Il caso risale al 2017, quando la compagnia americana ha deciso di disattivare l’account dell’autista francese impedendogli di ricevere segnalazioni sulle corse, si legge su Le Monde. A quel punto il lavoratore ha denunciato la società e nel 2019 la Corte d’appello di Parigi ha emesso una sentenza che stabiliva che quello tra l’autista e la compagnia era un “contratto di lavoro subordinato, e non di lavoro indipendente.

Con la nuova sentenza, la Corte di Cassazione ha ora confermato quella decisione ribadendo che gli autisti della compagnia “non si costituiscono una propria clientela, non possono fissare liberamente le proprie tariffe e non stabiliscono autonomamente le modalità di esecuzione del proprio lavoro”, scrivono i giudici, e per questo non si possono considerare quei lavoratori come autonomi ma si devono considerare come subordinati.

Da parte sua, Uber fa sapere che la decisione non tiene conto delle “ragioni per cui gli autisti decidono di utilizzare l’applicazione Uber, e nemmeno dell’indipendenza e della flessibilità che permette loro”. Inoltre, la compagnia resta ferma sul fatto che questa sentenza non “implica una riqualificazione immediata o automatica di tutti gli autisti che utilizzano la piattaforma”.

Ma questo non rappresenta certo un caso isolato. Sempre in Francia, per esempio, Uber riporta oltre 150 casi di autisti che vogliono convertire il loro contratto con la piattaforma in un contratto di lavoro dipendente, e in California, lo scorso settembre, è stata varata una legge che garantisce maggiori tutele e garanzie simili a quelle dei lavoratori dipendenti per gli autisti del colosso e per altri lavoratori impiegati nella gig economy.

Anche in Italia, lo scorso gennaio, la Corte di Cassazione si è pronunciata su un caso che riguarda i rider della compagnia di consegne cibo Foodora (ormai chiusa e passata sotto Glovo) e ha stabilito che, anche se collaboratori, i fattorini devono poter beneficiare dei diritti dei lavoratori subordinati e non come lavoratori autonomi.

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