Coronavirus, ora l’Europa dei tecnocrati deve dimostrare umanità e buon senso

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(Foto: Leon Neal/Getty Images)

Come la Bella Addormentata che fatica a risvegliarsi, l’Unione Europea sta mettendo a fuoco solo negli ultimi giorni le proporzioni dell’emergenza coronavirus. Un quadro che travolge ogni ambito, a partire ovviamente da quello della salute e della tenuta dei sistemi sanitari nazionali per arrivare alle profonde conseguenze economiche. Di cui nessuno, al momento, sembra poter stimare le dimensioni. Che la caduta e la ripresa del prossimo futuro seguano una “V”, cioè una svolta rapidissima dopo la bomba epidemiologica, o procedano a “U”, con una fase di stagnazione più o meno breve, servirebbero misure epocali. Eppure ogni volta che occorre un coordinamento forte le istituzioni Ue, certo in parte mutilate da poteri che gli Stati membri non hanno mai voluto delegarle in pieno, sembra latitare.

I primi segnali sono arrivati ieri: “Useremo tutti i mezi per assicurarci che l’economia europea superi questa tempesta” ha spiegato la presidente Ursula von der Leyen. Come fare a evitare che lo shock riporti l’Unione indietro di oltre dieci anni, all’epoca della crisi del 2008 innescata dai mutui subprime statunitensi che rispetto alla forzosa condizione attuale sembra (quasi) acqua fresca? Lunedì, con grande calma, arriverà una prima bozza di piano che dovrà essere approvato dai ministri delle Finanze a Bruxelles. Il “Coronavirus Response Fund” dovrebbe mettere sul piatto, nell’immediato, 25 miliardi pescati dal bilancio della Commissione. Basteranno? Certo che no. Sebbene i primi 7,5 dovrebbero arrivare entro la settimana.

Il punto è che i provvedimenti economici dovrebbero procedere in parallelo con una disciplina da imporre agli altri paesi: ci sono Stati membri, mi arrivano segnalazioni per esempio dal Belgio, dove si sta quasi facendo finta di nulla. Pochi accertamenti e tamponi, la vita che prosegue come se niente fosse, si cerca di buttare l’epidemia, probabilmente già covata da migliaia di cittadini, sotto il tappeto dell’autoinganno. Sperando che tocchi solo all’Italia.

E invece i contagi salgono a ritmi esponenziali, dalla Francia alla Germania fino alla Spagna: il confronto tra le curve di crescita mostra infatti un allineamento dell’andamento dell’epidemia negli altri Paesi Ue più coinvolti. Che nel giro di dieci giorni potrebbero ritrovarsi in una condizione simile alla nostra, quando si spera l’Italia dovrebbe cominciare a vedere qualche miglioramento. Innescando così una catena ben più lunga.

L’Ue dovrebbe intervenire, per quello che i trattati e le normative le consentono, su entrambi i punti e in contemporanea. Favorendo uno stretto coordinamento delle politiche sanitarie: la Commissione e i suoi organismi non possono ovviamente definirle nel dettaglio, né organizzare la fornitura di servizi sanitari e di assistenza medica dei singoli Stati. Ma la loro azione dovrebbe invece servire, lo stabilisce l’articolo 168 del trattato sul funzionamento, a integrare le politiche nazionali e a sostenere la cooperazione tra gli Stati membri nel settore della sanità pubblica.

Lo sta facendo? Non sembra. Questa è l’altra gamba della risposta economica che serve, altrimenti la prima rischia di rivelarsi del tutto inutile. Addirittura, il primo comma di quell’articolo stabilisce che “tale azione comprende la lotta contro i grandi flagelli, favorendo la ricerca sulle loro cause, la loro propagazione e la loro prevenzione, nonché l’informazione e l’educazione in materia sanitaria, nonché la sorveglianza, l’allarme e la lotta contro gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero”. Sta pressando i paesi a proteggersi come sta facendo l’Italia, ad applicare misure simili per non ritrovarsi impreparati?

Non credo che gli italiani, e neanche i cittadini degli altri paesi preoccupati dalla situazione, stiano percependo questo impegno, che vorrebbero più chiaro di fianco a quello squisitamente economico. La flessibilità sul “fiscal compact” e gli altri parametri di bilancio, e in generale sui conti pubblici, così come lo stanziamento di risorse non solo emergenziali ma che fin da ora puntino a tirare fuori l’Unione meglio di come sia entrata in questa crisi fulminea, è la base dell’azione Ue. E ci mancherebbe che i paesi membri non possano “fare pieno uso dei margini previsti dal patto di stabilità”. Per inciso, occhio a spingersi troppo oltre: quando ne usciremo i mercati ce la faranno pagare, perché saremo ben più indebitati di prima. Ma anche la cosiddetta “General Escape Clause”, la clausola in base alla quale si potrà sfondare il famigerato tetto del 3%, non sembra del tutto esclusa. E in fondo i debiti si ripagano tanto meglio quanto più prontamente si torna a crescere.

Ma come per le migrazioni fondi e solidarietà non bastano, anche nell’emergenza coronavirus l’Ue dovrebbe applicare a pieno il proprio mandato sul fronte sanitario e di coordinamento insieme a quello economico-finanziario, agli strumenti della Bce (quelli rimasti sono pochi, a dire il vero) e a un’idea di futuro che ora, proprio adesso, è il momento di finanziare.

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