È morto Alberto Arbasino, uno dei più grandi intellettuali italiani del Novecento

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Alberto Arbasino (foto: Leonardo Cendamo/Getty Images)

Una delle icone del mondo della cultura italiana dell’ultimo secolo, Alberto Arbasino si è spento “serenamente” a 90 anni (compiuti il 22 gennaio scorso) dopo una lunga malattia, hanno fatto sapere fonti della sua famiglia. Protagonista e animatore del Gruppo 63 – il movimento culturale e letterario tra i più dirompenti degli anni ’60 – Arbasino era diventato il nume tutelare di più generazioni di italiani affascinati dalla sua produzione variegata: poesie, narrativa, racconto, romanzo, critica teatrale, reportage, e tanto altro, con una prosa debordante ed enciclopedica.

Oltre ai libri – pubblicati per i maggiori editori nazionali, e più di recente ripubblicati da Adelphi: Fratelli d’Italia, l’affilato racconto del mondo culturale italiano del dopoguerra, è il titolo più celebrato – Arbasino è stato per decenni collaboratore di Repubblica e l’Espresso, e per il suo stile imprevedibile e divagante – capace di fondere dozzine di generi nel giro di poche pagine – e la sua attitudine anticonformista è diventato negli anni un’inimitabile icona camp.

Nato a Voghera (il modo di dire casalinga di Voghera nasce proprio da un suo articolo sul Corriere della Sera), Arbasino è stato anche un politico di rilievo nazionale: tra il 1983 e il 1987 è stato deputato tra le fila del Partito repubblicano italiano. Omosessuale dichiarato – ma ancor più dichiarato snob, avrebbe forse detto lui – l’autore e intellettuale ha raccontato a modo suo sessant’anni di cambiamenti nei costumi, nella letteratura e nella morale sociale del paese, e in titoli come L’anonimo lombardo (1957), tra tante altre cose, ha messo in scena un’allora tutt’altro che scontata storia omoerotica. Ma, da par suo, Arbasino non ha mancato di far una certa polemica con la comunità gay: nel ’96 ad esempio ha definito i matrimoni fra persone dello stesso sesso “troppo froufrou”, causando un tentativo di boicottaggio della sua produzione, e in altre circostanze ha assunto una posizione critica nei confronti dei pride.

Lui ha raccontato le vacanze, le trattorie, i tic, i vezzi, gli imprenditori, i parvenu e le ossessioni di un paese, ma forse per raccontare Alberto Arbasino bastano le parole da lui messe in fila a novembre del 1990 davanti all’intervistatrice Grazia Cherchi, che su Panorama gli chiedeva a chi parlasse quando si metteva a scrivere: “Un piccolo pubblico di persone colte e non volgari, come ce ne sono sempre state nel nostro paese, e giustamente esigenti sulla qualità della vita. Il contrario della clientela che chiede cose alla nostra portata, al nostro livello proprio nella cultura, mentre morrebbero di vergogna facendo la stessa richiesta dal salumiere o dalla sarta”.

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