The Mandalorian, un western con lo stile dei videogiochi e l’anima vera di Star Wars

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Era davvero così difficile? Vedendo The Mandalorian (finalmente arrivato in Italia con il primo episodio ieri sera su Italia Uno e da domani con la serie su Disney+) è evidente che quel lavoro auspicato per il canone ufficiale della serie, cioè la nuova trilogia, è stato invece fatto qui. Creare una storia nuova con un personaggio nuovo tenendo strettissime a sé le regole e i principi di stile che definiscono Guerre stellari. Tutto ciò che ha scontentato dei film (molto più audaci nei loro cambiamenti di quel che il pubblico desideri) è bandito e tutto ciò che invece ci può essere di rassicurante e classico è tenuto. Da qui la serie parte e sviluppa qualcosa di noto in maniera impeccabile e sorprendente.

Lo dicono i tamburi elettronici dello score che chiude ogni episodio, siamo con tutti e due i piedi nel campo del western classico, una storia di uomini sulla frontiera, dentro terre di nessuno, armati di pistola ma soprattutto della propria schiena dritta, unica bussola morale possibile in un universo senza legge. Siamo 5 anni dopo gli eventi di Il ritorno dello Jedi, l’impero è caduto e i suoi rottami sono ovunque: ad un cacciatore di taglie mandaloriano viene affidata una missione come altre da un committente che non conosce ma che usa ex stormtrooper come guardie del corpo, solo che stavolta quel che deve recuperare è un bambino (baby Yoda), il quale è chiaro che farà una brutta fine in quelle mani. Il mandaloriano ha allora quello che un cacciatore di taglie non deve mai avere, un rigurgito di coscienza. Si tiene il pacco (cioè il bambino) e scappa diventando il ricercato n.1 della galassia. Da qui parte tutto. Semplice ed essenziale: un uomo fa una scelta morale che gli costa la persecuzione.

Il mandaloriano parla poco e non ha nome come i grandissimi cavalieri delle valli solitarie, come i personaggi di Clint Eastwood, non si può nemmeno levare il casco perché questo prevede il suo ordine, per lui parlano tutte le persone che gli ruotano intorno. Parlano i cattivi, parlano i soci, gli amici e i nemici, i mentori e gli aiutanti (una galleria di personaggi uno più fenomenale dell’altro). Ogni puntata avrà quasi una sua trama autoconclusiva e prenderà di petto una diversa mitologia del west, rimescolandola per renderla una storia di fantascienza (quella che rifà I sette samurai con Gina Carano è una delle migliori) e finirà quasi in un finale tutto pallottole e asserragliamento che unisce Un dollaro d’onore a John Woo.

Ci sono un milione di possibili riferimenti dietro le puntate eppure ad un occhio allenato è evidente che quei meccanismi messi in campo dalla serie di Jon Favreau e Dave Filoni (già responsabile di Star Wars: The Clone Wars e Star Wars Rebels), sono i medesimi che da decenni i videogame usano per raccontare le loro di storie e mandare avanti i loro racconti. Il mandaloriano stesso, cioè il protagonista, è pensato per funzionare secondo i principi videoludici. La sua carriera si misura in crediti che matura con le missioni, quei crediti poi li spende in miglioramenti per sé e per la propria armatura, grazie ai quali può accettare missioni più audaci e affrontare nemici più pericolosi. Ogni puntata ha un setting diverso e costituisce di fatto uno schema diverso con sue dinamiche, alleati e compagni diversi e un suo stile di gioco (cioè quel che dovrà fare il mandaloriano per non morire). Alla fine, tutti insieme, i personaggi affronteranno l’ultimo boss.

Tuttavia ciò di fronte a cui ci mette The Mandalorian è che questo stile e queste dinamiche sono profondamente radicate nel cinema, i videogiochi le hanno standardizzate e rese una costante replicabile (più che altro “giocabile”) ma il western le proponeva da prima con le sue serie classiche, con i suoi eroi silenziosi che badano solo alla ricompensa e poi passano ad un’altra avventura. Che questa nuova sintesi tra generi, mezzi d’espressioni e linguaggi avvenga in una serie Star Wars, l’universo al centro degli snodi narrativi e tecnologici fondamentali del cinema degli ultimi 40 anni, suona assolutamente appropriato e per una volta rimette quel mondo sulla frontiera dell’innovazione.

Vero prodotto in grado di unire più generazioni di spettatori sotto il medesimo ombrello, The Mandalorian sembra davvero la serie perfetta per lanciare Disney+, quella che più di tutte promette rigore, tradizione e innovazione. La seconda stagione è già in programma e questa volta entreranno in gioco anche altri personaggi classici del mondo allargato di Guerre stellari come Ahsoka Tano, ma l’onda lunga di The Mandalorian si misurerà altrove, sull’impatto che il primo prodotto targato Star Wars davvero in grado di riscuotere il plauso dei fan dai tempi di Il ritorno dello Jedi avrà sulle nuove produzioni.

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