Quante sono davvero le morti collegate al coronavirus?

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(foto: Miguel Medina/Getty Images)

C’è la persona con diverse patologie pregresse che vede peggiorare rapidamente il proprio quadro clinico e muore in casa, prima ancora che possa essere assistita dal personale sanitario. C’è l’anziano che vive in una casa di riposo a cui sono fatali le difficoltà respiratorie insorte a poche ore dal decesso. C’è l’ultraottantenne con sospetta polmonite per il quale viene pianificata l’esecuzione di un tampone, senza però che il test per la presenza del coronavirus venga eseguito in tempo. Da molti giorni il nostro Paese è consapevole che il computo ufficiale dei decessi di persone positive al coronavirus non sia completo, e che il bilancio reale della Covid-19 sia ancora più drammatico di quanto le cifre certificate raccontino.

La domanda che sorge spontanea, quindi, è: di quanto ci stiamo sbagliando? Se fino a qualche giorno fa pareva plausibile che potesse trattarsi di un numero di decessi sottotraccia relativamente sparuto, nell’ordine di qualche punto percentuale e associato ad alcuni casi specifici come certe case di riposo finite ai tristi onori della cronaca, oggi iniziano a circolare stime ben più alte. Valutazioni che, anziché restare nell’ambito delle correzioni frazionarie, aprono all’idea dei multipli. Vale a dire, i numeri ufficiali sarebbero da moltiplicare per 2, per 4, per 6 o addirittura per 10.

Il metodo, non privo di incertezze, è sulla carta piuttosto semplice: confrontare la mortalità generale di questo periodo con quella corrispondente degli ultimi anni, per valutare quante persone in più del solito ci stiano effettivamente lasciando. Naturalmente un calcolo di questo genere acquisisce via via più significatività se si restringe la scala spaziale su cui si lavora. Nelle regioni al momento meno colpite dall’epidemia, infatti, l’effetto Covid-19 resterebbe appena come una minuscola fluttuazione persa nel rumore statistico di fondo. Può aver senso allora scendere a livello regionale per la sola Lombardia, o ancora meglio sulle singole Province o sui Comuni.

Le informazioni per ora sono difficili da reperire (Wired ha tentato di farne una raccolta sistematica, ma al momento i dati generali aggiornati paiono non essere disponibili) e tutto ciò che sappiamo deriva da singole realtà locali. Ciò che è emerso non fa ben sperare. Secondo i dati comunicati dagli amministratori locali e pubblicati dal Corriere, la mortalità da inizio anno è ben più alta del solito, e i decessi ufficialmente associati al coronavirus giustificherebbero solo una fetta di questa anomalia. Una fetta anche piuttosto piccola, tra l’altro.

A Nembro, comune bergamasco di 11mila abitanti, i decessi da coronavirus al 25 marzo sono ufficialmente 31, ma il surplus di mortalità nel 2020 rispetto alle serie storiche è di oltre 120 decessi. In pratica potremmo quindi dover correggere il bilancio dell’epidemia moltiplicandolo per 4. Con lo stesso criterio, nel comune di Bergamo le morti potenzialmente associabili alla Covid-19 parrebbero essere 10 volte di più di quelle ufficiali, mentre per i comuni di Cernusco sul Naviglio e di Pesaro è stato ottenuto un fattore 6.

Un’analisi da prendere con le molle

In questa fase di grande caos, anche numerica, meglio procedere con cautela, e l’ipotesi che si possa salire addirittura di un ordine di grandezza deve essere confermata da altri elementi e comunque circostanziata solo a specifiche realtà locali. Va detto infatti che, anzitutto, i dati presentati riguardano una popolazione totale di circa 250mila italiani, quindi rappresentano un campione relativamente piccolo, con una variabilità dei dati da Comune a Comune piuttosto marcata.

In secondo luogo, tutto il calcolo si basa sull’ipotesi che non si siano altri fattori indipendenti dal coronavirus che possano incidere sulla mortalità, e non tiene in alcun modo conto del fatto che possano esserci decessi dovuti alla situazione generale ma non direttamente imputabili all’azione di Sars-Cov-2. Se da un lato non ha molto senso proporre la distinzione tra morti per e con il coronavirus, dall’altro però non si può nemmeno infilare in uno stesso calderone sia chi è morto con un’infezione virale nel proprio corpo sia chi eventualmente ha solo pagato eventuali ritardi nei soccorsi o le difficoltà di trattamento per patologie che nulla hanno a che fare con la Covid-19.

In questo senso la mortalità reale complessiva registrata in queste settimane può essere utile soprattutto per fissare un limite superiore all’incerto bilancio dei decessi associati al coronavirus. Certo, se il gap tra bollettini ufficiali e situazione reale fosse più stretto potremmo ritenere di avere già un buon quadro generale dell’epidemia, mentre i numeri che emergono fanno intendere come anche per i decessi – analogamente a tutto il resto – i dati abbiano una validità sempre più relativa.

Le altre stime da rifare

In un quadro di estrema incertezza matematica e statistica, diventa sempre più difficile capire come orientarsi nelle cifre ufficiali. Sappiamo infatti che il computo dei casi positivi potrebbe essere sottostimato di un fattore 10, e anche che il numero di tamponi eseguiti non permette di determinare quante persone siano state effettivamente sottoposte al test (perché si fanno test multipli su uno stesso paziente, e il dato nazionale conta i campioni raccolti e non le persone coinvolte). Quindi anche tutti i dati derivati, come ad esempio la percentuale di tamponi positivi, il numero dei guariti o l’andamento del trend dei contagi, sono parametri da cui è complicato estrarre un significato reale.

La novità di una possibile sottostima importante sul dato dei decessi estende questo problema di analisi non solo alla letalità, ma anche al confronto con i dati degli altri Paesi. L’unico appiglio di validità può restare nel dato dei ricoveri in terapia intensiva, che però come sappiamo soffre del problema della saturazione dei reparti e dunque non dà alcuna informazione su quante persone meriterebbero davvero di essere incluse.

Un’altra possibilità, che in fondo è l’unica che giustifica il continuare a fornire e commentare un bollettino serale, è assumere per ipotesi che tutte queste stime errate restino sbagliate allo stesso modo di giorno in giorno, e che quindi le curve mostrate dai grafici (e non i valori numerici assoluti) seguano in termini di trend un andamento che rispecchia la realtà dell’epidemia.

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