Se una pandemia globale non basta per cancellare l’austerity dall’Ue, cos’altro serve?

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(foto: Stringer/Afp via Getty Images)

Per rimanere ai confini dell’Italia, secondo il Cerved l’impatto dell’epidemia da coronavirus sulle aziende italiane sarà di 275 miliardi di euro, e solo nel caso a maggio la fase peggiore dell’emergenza potesse dichiararsi conclusa. Se l’allarme sanitario dovesse durare fino alla fine dell’anno, invece, l’effetto sarebbe di 469 miliardi nel 2020 e 172 nel 2021. Sono solo stime, come quelle delle diverse banche d’affari o delle istituzioni finanziarie internazionali: per Goldman Sachs il Pil nostrano calerà quest’anno dell’11,6%. Con un deficit che toccherà il 10%. Numeri da saga fantascientifica, fino a poche settimane fa. In Europa invece il calo medio sarà del 9%, con qualcuno che andrà meno peggio (-9,7% la Spagna, -8,9% la Germania, -7,4% la Francia, -7,5% il Regno Unito) con un rimbalzo notevole nel 2021, quando il Pil continentale risalirà del 7,8% (c’è da dire che sono le stime più fosche: altre sigle, come Morgan Stanley, vedono il nostro prodotto interno lordo scendere solo del 5,8%). Comunque la si pensi – e per quanto la situazione sia davvero troppo dinamica per fasciarsi la testa prima di doversela fasciare ancora meglio – la caduta sarà durissima e c’è solo da confidare in una veloce ripresa alla rimessa in moto dell’economia mondiale.

Non a caso Mario Draghi, ex presidente della Banca centrale europea, è tornato. L’uomo del “whatever it takes”, l’epica formula pronunciata in uno storico discorso del 26 luglio 2012 a Londra col quale salvò l’euro e le economie dell’Ue con una serie di iniziative (fra cui il bazooka del quantitative easing, la lunga e massiccia operazione di acquisto di titoli pubblici dei paesi più esposti). Insomma, se c’è un “supereroe” che doveva parlare, proprio ora, era lui, per quanto abbia lasciato la poltrona a Christine Lagarde. Ieri Draghi ha spiegato sul Financial Times, con parole molto dure – definendo il coronavirus “una tragedia umana dalle proporzioni potenzialmente bibliche” – che i governi devono agire rapidamente, assorbendo la recessione con il debito pubblico e tentando in ogni modo di evitare che il brusco stop di queste settimane, “un’inevitabile e profonda recessione”, si trasformi nell’innesco di un periodo depressivo di cui non possiamo neanche immaginare le conseguenze, con un effetto domino di default grandi e piccoli. Poi l’invito all’Europa: mezzi e soldi ci sono, cambiate modo di pensare (un “change of mindset”), basta esitare di fronte a quella che Draghi non fatica pure a etichettare come guerra.

Per Mario Draghi, che molti danno come in pole position per un eventuale governo tecnico dopo il Conte bis, la priorità è dunque proteggere i cittadini e l’economia da uno shock sul quale nessuno ha responsabilità. Distribuendo liquidità tramite le banche, garantendo che posti di lavoro e aziende si salvino dopo il letargo, breve o lungo che sia, assegnando sussidi a tutti i cittadini. In tutto questo, come detto, c’è il ruolo centrale dell’Europa dove occorre – lo dice in conclusione – “sapersi sostenere gli uni con gli altri nel perseguire quello che è palesemente un obiettivo comune”. Come sempre, parte dei 28 (ormai 27) paesi hanno risposto picche. Rispolverando dal cilindro quel feticcio, quel totem assoluto che se poteva avere un senso in tempi consueti, oggi dimostra davvero come l’ostinazione possa partorire mostri teorici: l’austerity.

Dal vertice europeo del 26 marzo, e da quelli che seguiranno, si capirà se i capi dei paesi Ue accetteranno di mettere in campo le armi di cui tutti disponiamo – perché finanziate anche con i nostri soldi – come l’erogazione dei fondi del Mes, il fondo salva-stati progettato in ben altre epoche e che ha in canna oltre 650 miliardi di euro, senza condizioni. Oppure l’emissione solidale e temporanea dei cosiddetti Eurobond, titoli che possano condividere il debito pubblico dei paesi Ue e la cui solvibilità verrebbe garantita dall’intero sodalizio europeo. O ancora il pieno sostegno a un quantitative easing massiccio da parte della Bce, più di quanto già annunciato da Lagarde dopo qualche giravolta iniziale.

Strumenti a parte, la domanda è quasi di tipo morale: cosa serve più di una pandemia globale esplosa nel giro di pochi mesi per mandare definitivamente in pensione l’ossessione dell’austerity? Un conto è tenere i bilanci in ordine quando si può e si deve, un altro imporre – come vorrebbero Germania, Olanda, Austria e Finlandia – vincoli e obblighi per l’accesso alle linee di credito. Davvero le cancellerie del Nord – che sì, sanno che nessuno si salva da solo: ma forse pensano di salvarsi meglio – credono che i cittadini che stanno perdendo i posti di lavoro, abbassando le saracinesche senza sapere quando le rialzeranno, contando i morti, intaccando i risparmi e vivendo in casa reclusi nell’impotenza possano accettare una qualsiasi condizione? Di cos’altro hanno bisogno a Berlino, Helsinki, L’Aia o Vienna per cancellare quella parola dal loro vocabolario: la terza guerra mondiale, una battaglia intergalattica, o magari è sufficiente un attacco alieno?

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