Come remixare gli anticorpi dei pazienti guariti contro il coronavirus

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sangue
(Foto: by National Cancer Institute on Unsplash)

L’idea che il sistema immunitario delle persone che hanno superato l’infezione da Sars-Cov-2 possa contenere le armi giuste nella lotta al coronavirus è più che un’ipotesi. Tanto che, nelle ultime ore anche oltreoceano, anche la Food & Drug Administration ha dato l’ok all’utilizzo del plasma da convalescenti in casi gravi da Covid-19. Ma si tratta di casi eccezionali, riservati all’emergenza. Perché, si legge nella nota stessa dell’Fda: “Il plasma da convalescenti non è mostrato efficace in ogni malattia studiata”, e pone problematiche di effetti collaterali, come vi avevamo raccontato. Serve rendere quelle armi contenute nel sangue dei pazienti guariti più standardizzabili, più mirate, più controllabili. Con l’aiuto delle biotecnologie. Ed è in questa direzione che va il progetto di ricerca appena lanciato dall’Istituto Spallanzani di Roma con Fondazione Toscana Life Science: sviluppare anticorpi monoclonali contro Sars-Cov-2.

“Il razionale è che le persone guarite o convalescenti da Covid-19 abbiano nel loro sangue degli anticorpi che hanno funzionato nel combattere contro il coronavirus”, ha spiegato Claudia Sala, a capo del laboratorio vAMRes Lab, della Fondazione Toscana Life Sciences: “Dal sangue di questi pazienti possiamo isolare i linfociti B capaci di produrre questi anticorpi e testarli, in vitro, osservando la capacità di legare e al tempo stesso di inattivare il virus”. L’identificazione degli anticorpi dal sangue del paziente non è che il primo passo nello sviluppo di anticorpi monoclonali (prodotti dallo stesso clone cellulare), prodotti biotech già utilizzati in medicina: “Quelli più promettenti devono poi essere ottimizzati in laboratorio per migliorare l’affinità, la specificità e l’efficacia, così da ottenere una molecola candidata per la produzione su larga scala”. Solo allora cominceranno i test di valutazione clinica per testarne sicurezza ed efficacia contro le infezioni nell’uomo. “Speriamo di arrivare a isolare un anticorpo nel giro di un anno, e nel giro di 24 mesi a ottenere un candidato ottimizzato da avviare a sperimentazione clinica”, ha aggiunto Fabrizio Landi, presidente della Fondazione Toscana Life Science.

I tempi potrebbero sembrare troppo lunghi, a fronte della speranza di debellare, e quanto prima l’epidemia in corso. E non lo negano nemmeno i ricercatori, ma avvertono: “Abbiamo la speranza che questo approccio possa servire a creare una possibilità di cura nell’immediato – commenta Sala – ma sappiamo anche che nel giro di pochi anni è già il secondo coronavirus con cui abbiamo a che fare, e che altri potrebbero arrivare in futuro. La tecnologia degli anticorpi monoclonali è una piattaforma duttile, che può essere adattata anche ad altri patogeni. Lo ha già fatto d’altronde, ricorda Sala: il filone degli anticorpi monocolonali su cui ora stanno lavorando Spallanzani e Toscana Life Science nasce da una strategia sviluppata da Rino Rappuoli, Chief Scientist and Head External R&D di GSK Vaccines a Siena, inizialmente lanciata per trovare nuovi farmaci contro batteri resistenti agli antibiotici. Ma riconvertita oggi per la ricerca di farmaci contro il coronavirus. “Non sappiamo se questo approccio che abbiamo appena lanciato ci porterà a identificare un anticorpo monoclonale che funzioni per tutti, ma sappiamo che molti pazienti sono guariti e che quindi esiste una maggioranza di persone su cui è possibile lavorare”, aggiunge Landi. Questo pur ammettendo che sappiamo ancora poco delle risposte del sistema immunitario al coronavirus.

L’utilizzo che gli anticorpi monoclonali potrebbero avere nella lotta al coronavrius è diverso: potrebbero essere utilizzati come terapia, nelle fasi iniziali per evitare le forme gravi e in quelle più avanzate che a scopo profilattico, come immunizzazione passiva, somministrandoli a persone ad alto rischio, aggiunge Sala. Ma non solo: “Gli anticorpi monoclonali possono essere utilizzati in ambito di ricerca come una sorta di esca per pescare l’antigene riconosciuto sul virus, aiutando così anche lo sviluppo dei vaccini, continua la ricercatrice.

Se alla Toscana Life Science spetta lo sviluppo tecnologico del progetto, l’Istituto Spallanzani partecipa attraverso la messa a disposizione del materiale biologico di partenza, quello dei pazienti guariti e convalescenti: “Rispetto all’utilizzo di plasma fresco, quello degli anticorpi monoclonali rappresenta una valida alternativa – ha commentato Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto Spallanzani – rispetto all’infusione di plasma l’approccio biotecnologico permette infatti di standardizzare il processo, di sapere cosa sto utilizzando e in che quantità, con meno variabili da gestire”.

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