Coronavirus, 5 motivi per non farsi spaventare dall’ultimo bollettino

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(foto: Massimo Bertolini/NurPhoto/Getty Images)

“Record di decessi” e “il numero più alto di morti da inizio epidemia” sono le considerazioni più semplici e immediate che il bollettino della Protezione civile del 27 marzo scatena in ognuno di noi. Se ci si ferma alle cifre ufficiali non c’è dubbio: i 969 decessi registrati rendono oggi il giorno più drammatico fin qui vissuto dal nostro Paese per la Covid-19, con il precedente triste record di 793 vittime superato del 22%, o equivalentemente un inatteso +46% rispetto a ieri.

Se però si entra nel merito dei numeri, e del significato effettivo che questi dati possono avere nel raccontare l’epidemia, forse non ha senso essere più spaventati o preoccupati di quanto fossimo fino ad alcune ore fa. Senza voler ridimensionare l’enorme dolore umano per ciò che il nostro Paese sta vivendo, abbiamo raccolto qui alcuni dei motivi per cui il dato di oggi, di fatto, non cambia granché quello che già sapevamo.

1. I dati non vengono comunicati con regolarità

Oltre alle ovvie fluttuazioni statistiche che i dati mostrano, anche il sistema di trasmissione dei numeri dalle regioni al coordinamento nazionale può contribuire a creare oscillazioni più ampie. Per esempio, come è stato chiarito durante la conferenza stampa, 50 dei decessi inseriti nel dato odierno sarebbero da attribuire alla giornata di ieri, poiché il dato del Piemonte era giunto con qualche minuto di ritardo rispetto alla presentazione del bollettino di giovedì.

Anziché avere 662 decessi per il 26 marzo e 969 per il 27 marzo, dunque, sarebbe più corretto assegnarne 712 a giovedì e 919 a venerdì. Non si tratta di un cambiamento decisivo, è vero, ma dà la misura di come le fluttuazioni tra un giorno e l’altro possano essere dovute a questioni che nulla hanno a che fare con l’evoluzione generale dell’epidemia. Per questo, così come non avrebbe senso mettersi a festeggiare se il dato del giorno segnasse una netta flessione, non ha senso nemmeno disperarsi se la brusca variazione è in senso negativo.

2. I decessi reali sono molti di più di quelli ufficiali

Come abbiamo avuto modo di raccontare anche qui su Wired nei giorni scorsi, le informazioni finora a disposizione fanno pensare che ci siano molte più persone decedute con la Covid-19 di quanto i bollettini della Protezione civile abbiano registrato. Le prime valutazioni basate sulla mortalità reale dei primi tre mesi dell’anno, infatti, lasciano intendere quanto sia probabile che i decessi effettivi siano anche 4 o più volte superiori rispetto al dato ufficiale.

In questo senso, dunque, una variazione dell’ordine del 20% o del 40% potrebbe essere dovuta (a quanto ne sappiamo) solo a una miglior capacità di intercettare la situazione reale, e non per forza a un peggioramento dello scenario epidemico. In breve, il dato è troppo poco affidabile per permettere di trarre conclusioni.

3. Il dato dei decessi è in ritardo rispetto al resto

Anche questo effetto può creare qualche qui pro quo statistico: dato che tra la comparsa dei primi sintomi e l’eventuale decesso trascorrono alcuni giorni (in media 8, di cui 4 in ospedale), l’allineamento cronologico tra i dati delle positività al tampone è quelli degli exitus è tutt’altro che garantito. Fare una valutazione esatta di questo scarto temporale è impossibile perché bisognerebbe conoscere nel dettaglio anche quanto tempo trascorre tra l’esecuzione di un tampone e l’esito delle analisi, ma in generale gli esperti ci dicono che il dato dei decessi fotografa una situazione spostata più indietro nel tempo rispetto ai casi positivi.

4. Altri dati dell’ultimo bollettino sono rassicuranti

In questo caso una premessa è d’obbligo: se già il dato dei decessi soffre di enormi fluttuazioni statistiche e di un problema di sottostima della realtà epidemica, a maggior ragione quello dei casi positivi ha una rilevanza statistica quasi nulla, perché si parla di un difetto di accuratezza che facilmente punta a un numero finale con uno zero in più.

Se proprio si vuole fare un’analisi dei dati del giorno, comunque, si nota che all’aumento dei decessi fa da contrappeso una lieve flessione di un centinaio di casi per i nuovi positivi. Ma come sempre, lo ribadiamo, non basta il confronto puntuale tra i numeri degli ultimi bollettini per giustificare entusiasmi sulla fine dell’epidemia, o viceversa l’abbandono allo sconforto.

5. Non c’è alcuna variazione di trend

Se si guarda al dato odierno in una visione d’insieme, allargando lo sguardo a ciò che è accaduto dall’inizio dell’epidemia, si nota che non c’è alcuna particolare deviazione rispetto all’andamento generale. Certo, questa può essere considerata una notizia non positiva perché indica che ancora non abbiamo raggiunto né un rallentamento completo della progressione né la tanto sperata inversione di tendenza. Ma tutti – istituzioni ed epidemiologi anzitutto – nei giorni scorsi hanno raccomandato prudenza: l’apparente rallentamento della letalità negli ultimi bollettini non era ancora abbastanza solido dal punto di vista statistico per trarre conclusioni generali o per parlare di raggiungimento del picco oppure di inversione del trend. Purtroppo dovremo attendere ancora.

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