Coronavirus: Regione che vai, tecnologia che trovi

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(foto: Massimo Bertolini/NurPhoto/Getty Images)

Regione che vai, tecnologia che trovi. Nella lotta al coronavirus le venti regioni italiane si sono mosse in ordine sparso nella scelta di strumenti digitali, app e analisi di dati per pianificare le contromosse al dilagare dell’epidemia da Sars-Cov-2. A più di un mese dal primo caso di un paziente infetto da Covid-19 in Italia, il 21 febbraio a Codogno, nel Lodigiano, mentre il governo deve passare in rassegna 823 progetti per la telemedicina e il monitoraggio attivo della popolazione piovuti sulle scrivanie del ministero dell’Innovazione, ogni Regione si è organizzata a modo suo.

Alcune, come Lazio, Sardegna e Umbria, hanno già lanciato o selezionato una propria app per fare contact tracing (il tracciamento dei contatti di una persona affetta da una malattia). Ma ci sono persino Comuni che stanno sorpassando a destra Palazzo Chigi, che prima di mettere il timbro a uno strumento digitale nazionale vuole sottoporlo ai raggi X di una commissione di esterni. A Roma la sindaca Virginia Raggi è arrivata persino a mettere online un sito per denunciare gli assembramenti di persone, quelli che finora cercava di stanare con incursioni nei parchi con le volanti della polizia locale appresso. Se non fosse successo davvero, sembrerebbe la trama di una puntata di Black Mirror all’amatriciana.

La strategia della Lombardia

La Lombardia, la regione più colpita dall’epidemia da coronavirus, è stata anche la prima a sviluppare un sistema di monitoraggio della popolazione, della quale segue gli spostamenti grazie al segnale dei telefoni cellulari. Ma nessun rischio per la privacy stavolta: si tratta di informazioni aggregate, che gli operatori telefonici forniscono – generalmente a pagamento – per finalità di marketing. In questo caso la soluzione è tornata utile anche ad autorità sanitarie e Protezione civile, che hanno potuto ricavare una stima degli spostamenti e delle zone più interessate dal fenomeno.

Asstel, l’associazione di categoria delle compagnie di telecomunicazioni, già da dieci giorni si è fatta portavoce della possibilità di usufruire di questi dati per conoscere i movimenti sul territorio. Una soluzione a cui stanno ricorrendo anche molti governi all’estero e la stessa Commissione europea, che ha arruolato Vodafone, Deutsche Telekom, Orange, Telefónica, Telenor, A1 Telekom Austria, Telia e, per il Belpaese, Telecom Italia.

“Anche oggi siamo su una media del 42-43% rispetto alla mobilità in un giorno normale della regione Lombardia. Il dato ormai rappresenta circa l’85% del totale della popolazione, quindi è un dato sicuramente valido. Ci sembra molto alto”, dichiarava il 20 marzo il vicepresidente della Regione Lombardia, Fabrizio Sala. Dalle rilevazioni risultava allora che la gran parte degli spostamenti avvenisse tra le 18 e le 19 e, in misura minore alle 12 e alle 13. Orari compatibili con gli spostamenti dovuti per le attività lavorative, riconosceva lo stesso Sala. Tra gli appelli a rimanere a casa e l’ulteriore giro di vite alle attività produttive varata dal governo, i numeri da allora sono ulteriormente calati. Dal 21 al 24 marzo gli spostamenti si sono ridotti sotto la soglia del 42%, registrando il 37% sia lunedì 23 sia martedì 24.

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(foto: Feature China/Barcroft Media/Getty Images)

L’Umbria sceglie Webtek

Anche in Umbria la Regione studia i flussi delle celle telefoniche. I dati, forniti da Tim e Vodafone, come spiega a Wired Nicola Berni, ingegnere della direzione Governo del territorio, ambiente e Protezione civile, sono stati utilizzati a partire da questa settimana. E fotografano un’Umbria dove, dopo la stretta del governo dello scorso 8 marzo, gli spostamenti interni e tra regioni si sono dimezzati. Che tipo di dati sono? Aggregati, su base giornaliera o per fasce orarie e disegnano mappe a livello comunale. Le misure di quarantena, osserva Berni, “sembrano influire anche positivamente sul dato giornaliero delle nuove positività al virus”.

Ma l’Umbria è pronta a fare un passo in più nel monitoraggio della popolazione. Con un’app che traccia le persone affette da Covid-19 e informa quelle a cui sono state vicine del possibile contatto a rischio. Non una a caso: StopCovid19, sviluppata dalla società di Sondrio Webtek, tra quelle già disponibili sul mercato che Wired ha analizzato. “Una settimana fa ho contattato Webtek. L’Umbria può essere un laboratorio sperimentale, siamo pronti a partire”, spiega a Wired l’assessore regionale a Infrastrutture tecnologiche, digitale, innovazione e agenda digitale, Michele Fioroni.

Come funziona StopCovid19? Attraverso la localizzazione gps dello smartphone l’app consente di ricostruire la catena di contatti di una persona, collegando gli altri dispositivi a cui è stata vicina. In questo modo, se il proprietario del telefonino A risulta affetto da coronavirus e si è trovato a distanza ravvicinata da quelli dei dispositivi B, C e D, chi accede al cruscotto che riunisce tutti i dati (per l’Umbria, spiega Fioroni, le autorità sanitarie), può avvertire questi ultimi o attivare dei controlli. “In modo anonimo, senza fornire dati identificativi del soggetto positivo o del luogo del possibile contatto”, chiosa l’assessore.

La app, già disponibile sullo store di iOs e in fase di approvazione per quello di Android, registra dati solo quando è accesa e tutte le informazioni possono essere cancellate, come ha assicurato a Wired l’amministratore delegato di Webtek, Emanuele Piasini. E il download, aggiunge Fioroni, è su base volontaria. Per questo l’assessore immagina “una campagna di lancio, coinvolgendo anche sindaci e influencer”, per avere un bacino di utenti sufficiente a controllare i flussi locali (che sarebbero isolati da eventuali altri utenti che scaricano la app attraverso la geolocalizzazione della sola regione di San Francesco).

Fioroni dice di aver avuto “regolare confronto con il Garante della privacy. Se non ci sono elementi ostativi, siamo pronti a partire anche lunedì o martedì. Quindi senza aspettare che Palazzo Chigi scelga un’app nazionale. “Possiamo essere un laboratorio del digitale – la tesi dell’assessore -. L’efficacia di questi strumenti è sul ciclo lungo, quindi vale sperimentare oggi con l’orizzonte di quando si tornerà a uscire”. Usando i dati, in sostanza, per evitare una seconda ondata di contagi.

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(foto: Paolo Miranda/Afp/Getty Images)

La Sardegna arruola la sua app

Anche la Regione autonoma della Sardegna ha pronta la sua app per tracciare i cittadini. A darne annuncio il 24 marzo in conferenza stampa è stato il presidente della giunta, Christian Solinas, assicurando che il servizio di geolocalizzazione volontaria a cui verrà invitato ad aderire chiunque sia sbarcato nell’isola negli ultimi quattordici giorni potrebbe essere lanciato già la settimana prossima.

La Regione non ha atteso il governo né ha partecipato al lungo dibattito pubblico che da settimane cerca di trovare una soluzione al bilanciamento tra privacy e salute: si va col vento in poppa verso una soluzione basata sui dati forniti dal gps degli smartphone, sperando di non incorrere nelle secche dell’Autorità per la protezione dei dati, chiamata a esprimere un verdetto finale nei prossimi giorni.

“Stiamo procedendo e c’è un gruppo di innovatori digitali che sta lavorando all’adeguamento dell’app al resto della piattaforma”, ha spiegato Solinas. Il riferimento è allo strumento informatico che dall’inizio della crisi raccoglie qualsiasi dato sui contagi e nel quale confluiscono anche le informazioni di quanti hanno dovuto autodenunciarsi in ingresso nell’isola, precisando il domicilio nel quale avrebbero trascorso la quarantena. Oltre ventiseimila persone dall’inizio della crisi, tra studenti fuorisede e vacanzieri che, non appena attivata la zona rossa nel nord Italia, hanno cercato rifugio nelle località costiere della Sardegna.

Dovrebbe scattare anche per loro il meccanismo di tracciamento messo a punto da SardegnaIt – società in house della Regione – quantomeno per il periodo della quarantena. “Stiamo lavorando su due binari: uno è il tracciamento dei dati aggregati e anonimi forniti da una delle principali compagnie telefoniche”, spiega a Wired il direttore generale della società dell’informazione, Riccardo Porcu: “Dall’altra c’è il progetto di geolocalizzazione volontaria che si basa sulla disponibilità del cittadino a fornire i dati”. Secondo quanto appreso da Wired, il sistema di tracciamento attraverso dati aggregati, simile a quello già pubblicizzato anche per la gestione dell’emergenza in Lombardia, è in funzione dall’inizio della settimana.

Pochi dettagli emergono invece sul funzionamento dell’app, non ancora rilasciata in versione di test e quindi indisponibile a un’analisi più puntuale. Nei giorni scorsi diverse testate giornalistiche avevano dato il servizio come operativo, addirittura anticipandone la quantità dei download. In realtà il software risulta disponibile ma ancora neanche indicizzato sul Play Store di Google, mentre sembra completamente assente dall’omologa piattaforma per iOs. In ogni caso, si tratta di un’app apparentemente dormiente e priva di qualsiasi capacità operativa, per ora. Sulla natura del tracciamento, Porcu chiarisce che questo si baserà sui dati gps forniti dal cellulare, che non dovrebbero costituire un problema per la privacy dal momento che l’utente deve prestare un consenso esplicito e può in qualunque momento interromperne la condivisione. Un problema “più legislativo che tecnologico”, lo definisce Porcu, ma che rischia di svanire completamente nel momento in cui gli utenti dovessero disattivare il gps.

(Photo by Stefano Guidi/Getty Images)

In Lazio vince la telemedicina

Anche il Lazio ha la sua app: LazioDrCovid mette in contatto i cittadini che hanno sintomi riconducibili al coronavirus, o sono stati in contatto con persone affette, con il proprio medico di base. Il software non sostituisce il 118, né fa un tracciamento dei contagi, ma funziona piuttosto come un’alternativa al telefono per fare una segnalazione al medico e avviare il protocollo per i casi sospetti.

La Regione ha proposto al ministero dell’Innovazione la sua app per la telemedicina, che, a quanto risulta a Wired, altre Regioni hanno chiesto di poter riutilizzare. Mentre l’ente guidato da Nicola Zingaretti al momento non sta facendo ricorso ai dati degli operatori telefonici per tracciare gli spostamenti, nonostante in Lazio due Comuni siano stati dichiarati zona rossa e isolati del tutto: Fondi (dove opera uno dei più grandi mercati ortofrutticoli dello Stivale) e Nerola, alle porte della Capitale.

Le contromosse dei Comuni, da Roma ai droni

Ma neanche le amministrazioni locali restano a guardare. Roma Capitale ha inaugurato un portale nel quale segnalare assembramenti di persone che ritieni in contrasto con le regole dell’emergenza sanitaria”, come si legge sul profilo ufficiale su Twitter dell’amministrazione capitolina. Al numero unico per le emergenze si affianca così il Servizio unico segnalazioni (Sus), o delazioni che dir si voglia, nel quale i cittadini preoccupati potranno far conferire utili informazioni per sgominare le bande di runner che infestano la città.

Ma il senso civico ha un costo in termini di dati: per accedere al servizio è necessario disporre di credenziali di accesso – il metodo più semplice è tramite Sistema pubblico di identità digitale (Spid) – e quindi di condividere la propria identità con i sistemi del Comune. Una scelta che potrebbe far desistere anche le ronde di quartiere più solerti, nel timore che tra i disertori delle limitazioni agli spostamenti possa nascondersi qualche politico locale.

A Genova si segue invece la strada tracciata dalla Regione Lombardia, facendo ricorso ai dati aggregati delle celle telefoniche, forniti dagli operatori, che permettono di ricostruire i flussi di movimenti sia dentro la città che sui suoi confini. “Spostamenti ridotti del 50 per cento, ma ancora almeno 200mila persone continuano a muoversi”, ha spiegato in conferenza stampa, il 26 marzo, il sindaco Marco Bucci, garantendo la condivisione delle informazioni acquisite entro “un paio di giorni”. Ma di tracciamento individuale e geolocalizzazione ancora non se ne parla, né per le strade della Superba né al Consiglio Regionale, dove non risulta alcuna iniziativa parallela a quelle oggetto del bando celere (tre giorni di tempo) lanciato dal ministero dell’Innovazione.

Ma non occorre scomodare le suggestioni dello spionaggio cibernetico per avere un’idea della situazione, soprattutto quando si può volare. Cremona, San Giusto Canavese, Messina, Genova, Cagliari, Brescia, Bari: sono alcune delle città nelle quali si è attivato il servizio di pattugliamento per mezzo di droni, nel tentativo di dissuadere i cittadini dall’uscire di casa. Per dare il via libera alle attività su tutto il territorio nazionale, il 23 marzo scorso è intervenuta una nota dell’Ente nazionale aviazione civile (Enac) che risponde alle “esigenze manifestate da numerosi Comandi di Polizie locali”, ai quali assicura la possibilità  di condurre operazioni “con sistemi aeromobili a pilotaggio remoto con mezzi aerei di  massa operativa al decollo inferiore a 25 chili”  e impiegati  per attività  di monitoraggio. A farne le spese – tra gli altri – un atleta che faceva jogging al parco della Caffarella a Roma. Evidentemente il drone è stato più veloce.

(Foto di Tiziana Fabi/Afp via Getty Images)

La Toscana mette in rete i dati

Niente app e nessun studio delle celle telefoniche in Toscana. La tattica della Regione guidata da Enrico Rossi punta sull’aggregazione dei big data e sulla comunicazione tra i vari terminali dell’emergenza coronavirus: ospedali, laboratori di microbiologia, infermieri dell’assistenza domiciliare.

Il primo passo, racconta a Wired Andrea Belardinelli, direttore del settore sanità digitale e innovazione della Regione, è stato eliminare carta e telefono nella gestione dei tamponi. “Adesso abbiamo un’interfaccia web in cui appare una striscia ogni volta che si fa un test”, spiega. I vertici degli ospedali che li richiedono (direttore sanitario, responsabile del pronto soccorso, del reparto di malattie infettive e della terapia intensiva) entrano nel software e in tempo reale hanno i risultati dei tamponi richiesti. Nel pomeriggio del 26 marzo risultavano eseguiti 20.658 test, di cui 3.217 positivi. Dai primi tre laboratori ora la Toscana ne ha messi in rete nove, dopo aver convinto sei fornitori di software diversi a montare la stessa tecnologia a bordo.

I casi positivi alimentano anche l’applicativo dei dipartimenti di igiene pubblica, che a loro volta hanno una situazione aggiornata dei casi positivi, la geolocalizzazione dei pazienti affetti da Covid-19 e lo stato di avanzamento del monitoraggio (come le chiamate per verificare le condizioni di salute o la temperatura). Ad alcune di queste informazioni possono accedere anche prefetti e sindaci, attraverso un sistema regolato da smartcard.

Abbiamo attrezzato anche le unità sanitarie di continuità assistenziale, che seguono chi sta a casa – spiega Berardinelli – ma anziché sviluppare una nuova app, agli infermieri di assistenza domiciliare abbiamo fornito nell’applicativo che già usano una scheda per registrare i parametri dei pazienti positivi al Covid-19”. Quando l’infermiere “arruola” il paziente per la prima volta, gli consegna anche un qr code, che può essere adoperato per comunicare i parametri da parte di chi riesce a fare un controllo in autonomia. Altrimenti la georeferenziazione dei malati in carico consente di pianificare il giro visite degli infermieri. “L’idea è stata di non creare strumenti nuovi, perché non c’è tempo per fare addestramento, ma di usare quello che già abbiamo”, chiosa il responsabile.

Dalla teleassistenza ai cartelloni choc

L’Emilia Romagna al momento ha aumentato la potenza di fuoco della teleassistenza degli anziani nell’area di Bologna. Il servizio, rivolto a persone sole e fragili, a fine marzo ha raggiunto tramite circa 1.800 persone, più del 15% rispetto a fine febbraio, mentre sono quasi 2.100 gli anziani seguiti attraverso un contatto telefonico per fornire informazioni e rassicurazione ma anche servizi come la consegna della spesa, di farmaci o di ritiro referti.

Criticata, derisa, ma anche “praticamente innocua” è invece l’iniziativa del sindaco di Cagliari Paolo Truzzu, che alle misure tecnologiche ha preferito una strategia di moral suasion alla vecchia maniera, facendo affiggere terrificanti cartelli che dovrebbero invitare la popolazione a riflettere sulle proprie scelte in materia di spostamenti. “Quando hanno portato mia madre in ospedale, ho capito che dovevo rinunciare alla corsa”, “Quando mio figlio è stato contagiato ho capito che dovevo rinunciare a quella spesa inutile”: grandi pannelli bianchi (dimensione 6×3 metri) popolati da aspre parole in caratteri cubitali neri e rossi tracciano un collegamento diretto tra le nostre azioni e la dipartita di chi ci è caro.

Va detto che l’iniziativa è a costo zero e che i venticinque spazi interessati erano stati offerti gratuitamente al Comune di Cagliari, come ha confermato a Wired la società concessionaria. Ad ogni modo la città del sole non ha ceduto facilmente al suo buonumore, scatenando piuttosto un’allegra pioggia di meme e battute. Si resiste, nonostante tutto.

Il ministro dell'Innovazione, Paola Pisano (foto di Stefano Guidi/Getty Images)
Il ministro dell’Innovazione, Paola Pisano (foto di Stefano Guidi/Getty Images)

Il nodo della privacy

Sospendere la privacy, tracciare tutti e rivolgersi a Israele per la “verifica degli spostamenti con controlli intelligenti”: se si volesse misurare il tenore delle proposte avanzate nelle ultime settimane per far fronte al coronavirus, quella del presidente della Regione Veneto Luca Zaia, espressa il 26 marzo, potrebbe esserne considerata il fondo del pozzo. Proposta che Wired ha cercato di approfondire, così come ha chiesto a tutte le regioni quali siano le iniziative in campo.

Società civile, istituzioni e accademie sono attive e vigili da tempo nel proporre soluzioni che garantiscano il miglior bilanciamento possibile tra il diritto alla privacy e l’impellente esigenza di arrestare la diffusione di un male che ha già causato in Italia 9.134 morti (dal bollettino della Protezione civile del 27 marzo).

Lo stesso ministro dell’Innovazione, Paola Pisano, al Corriere della Sera, ha riconosciuto che nel contact tracing occorre muoversi con i piedi di piombo, assicurandosi “che le deroghe finiscano con l’emergenza e tutti i dati vengano cancellati”. Una linea sostenuta dal garante della privacy Antonello Soro, che chiede misure proporzionali, lungimiranti e a tempo. E che ora devono prendere forma nell’esame dei progetti arrivati al ministero, alcuni dei quali già ricostruiti e analizzati da Wired. E a cui si aggiungerà l’analisi dei dati, tra cui una ricerca che l’università di Pavia svilupperà su informazioni ricevute da Facebook.

L’ispirazione viene da lontano, dall’Asia principalmente, e soprattutto dal tanto decantato “modello Corea del Sud” che ha garantito alla nazione di interrompere la diffusione del contagio. Tuttavia, non di solo tracciamento si sono curati i coreani, che hanno anche effettuato tamponi a tappeto e limitato gli spostamenti. Ma in Corea, o a Taiwan e Singapore, la tecnologia è stata scelta a livello nazionale. Nell’Italia degli ottomila campanili invece, senza aspettare che il governo detti una linea unitaria, ciascuno suona il suo spartito.

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