Il tesoretto da 22 miliardi che l’Italia potrebbe spendere per il post-coronavirus

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Il palazzo del Berlaymont a Bruxelles, sede della Commissione europea (foto: Luca Zorloni per Wired)
Il palazzo del Berlaymont a Bruxelles, sede della Commissione europea (foto: Luca Zorloni per Wired)

L’Italia ha una dote di almeno 11 miliardi di euro in fondi strutturali europei non spesi. Una cifra non da poco, considerando l’attuale emergenza coronavirus e l’inevitabile fase di ricostruzione – di fatto post-bellica – che il nostro Paese dovrà attraversare nel prossimo futuro. A dirlo chiaramente qualche giorno fa è stata la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che alla domanda di cosa potesse fare subito l’Europa per aiutare l’Italia ha spiegato che: “Ci sono fondi strutturali inutilizzati. L’Italia ce li avrebbe dovuti restituire: abbiamo deciso invece di lasciarveli, per spenderli dove saranno più utili. Per esempio sul mercato del lavoro. Sono undici miliardi. Credo che sia un pacchetto di misure utili ad affrontare la crisi economica”.

L’allarme delle pmi

Sul punto sollevato dalla presidente della Commissione, s’inserisce l’analisi di Federterziario, associazione che riunisce principalmente pmi e professionisti operanti nel terziario, nei servizi, nell’industria, del commercio, dell’artigianato e dell’agricoltura.

“Come ha fatto l’Italia ad aver lasciato nel cassetto 11 miliardi di euro che afferiscono alle annualità sino al 2019? – chiede Nicola Patrizi -. Parliamo quasi della metà della misura anticrisi appena stanziata (25 miliardi), che per l’Italia andrà a generare debito, mentre i fondi strutturali sono risorse libere, fuori dalla gestione del bilancio, da spendere non a debito, ma che provengono in ogni caso dal nostro contributo alla politica di coesione, quindi non spenderli sarebbe un vero delitto”.

Patrizi, inoltre, rilancia e spiega che ci sarebbero ben più di 11 miliardi non spesi: “Considerando per il periodo 2014-2020 i programmi dei soli fondi strutturali Fesr, Fse, impiegati attraverso Programmi operativi nazionali (Pon) e Programmi operativi regionali (Por), l’Italia ha a disposizione ben 53,2 miliardi di euro. A oggi ne risultano impegnati, secondo i dati Mef-Igrue, solo 31 miliardi. Abbiamo quindi ben 22,2 miliardi di fondi europei ancora da utilizzare e in breve tempo”.

D’altronde, sempre la Commissione europea nella sua relazione sui fondi strutturali e di investimento (dicembre 2019) aveva esortato tutti gli Stati membri a impegnarsi di più nello sfruttare le risorse comunitarie messe a disposizione. In quel momento, la classifica europea vedeva la Finlandia come paese più virtuoso con il 64% dei fondi già impegnati, mentre l’Italia era tra i Paesi di coda con un misero 29%. Peraltro i dati ci sono e sono pubblicamente disponibili: se volete approfondire in autonomia come e dove l’Italia sta spendendo i fondi strutturali europei, vi segnalo il sito istituzionale Opencoesione. Utile, anche se un po’ ostico da digerire.

Il parere dell’esperto

Condivide l’analisi di Federterziario anche il professor Niccolò Cusumano, associate professor in Government, Health and Not for Profit dell’Università Bocconi di Milano, che precisa: “Sì, ci sono alcuni ritardi nell’impegnare le risorse, ma siamo ancora in tempo per farlo. Anche se l’attuale periodo di programmazione termina a fine 2020, grazie alle attuali regole europee avremo di fatto tempo fino al 31 dicembre 2023 per spendere le risorse assegnate. Ma vista la situazione di emergenza nazionale, sarà necessario mobilitare queste risorse nel più breve tempo possibile, modificando di conseguenza i piani operativi nazionali, altrimenti moltissime aziende falliranno”.

Prossimi passi

Finita l’emergenza sarà tempo di ricostruzione. Una ricostruzione che dovrà essere rapida, per evitare di lasciare soli lavoratori e imprese. Ma qual è la prima azione da intraprendere da parte delle istituzioni italiane per preparare la fase post emergenziale? “Il primo passo essenziale è scrivere a Bruxelles per avvisare che l’Italia utilizzerà parte dei fondi strutturali erogando aiuti di Stato alle pmi in difficoltà, andando a coprire parte delle perdite – risponde Cusumano, citando il Coronavirus Response Investment Iniative approvato una manciata di giorni fa dalla Commissione –. Ovviamente bisognerà specificare quali settori saranno interessati. Penso a quello dello spettacolo e al turismo, ad esempio, gravemente danneggiati dallo stop delle attività. La Commissione ha già specificato che – vista l’eccezionalità della crisi – l’Italia potrà adottare queste misure. Ora sta a noi muoverci in fretta. La Danimarca lo ha già fatto, facciamolo anche noi”.

Velocità di reazione, dunque. Ma anche equa redistribuzione. Perché finora la gran parte dei fondi strutturali europei è stata utilizzata per progetti nel Sud Italia. Ma sono le regioni del Nord ad aver finora sostenuto i danni maggiori. Un punto da tenere bene a mente nella fase di ricostruzione.

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