Caro governo, è il momento di comunicarci un piano per il dopo (se ce l’hai)

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(foto: Chine Nouvelle/Sipa)

Noi ce ne stiamo buoni, buonissimi, fino a Pasqua. Ma voi, nell’uovo, fateci trovare una sorpresa decente: basterebbe una comunicazione istituzionale trasparente e matura, che esca dall’emergenza coronavirus – se i dati ufficiali lo consentiranno – per ritrovare una prospettiva di futuro percorribile. Insomma: se non un calendario di sblocchi e riaperture, almeno una cosiddetta road map, un percorso fatto di finestre con date minime e massime, di modelli e ipotesi per i 30 o 60 giorni successivi. Una serie di istruzioni che rispondano a questa semplice, precisa domanda: abbiamo un piano? Perché per adesso pare di no, e l’inizio di aprile servirà al comitato tecnico-scientifico proprio per tracciarne l’ossatura. La politica, mentre continua a sostenere lo sforzo sanitario, lo completi e ce lo comunichi prima possibile (possibilmente non in streaming su Facebook alle due di notte di sabato, ecco).

Qualcuno potrebbe obiettare che sarà comunque troppo presto, che potremmo creare aspettative eccessive, che il rispetto delle misure di sicurezza potrebbe infiacchirsi, che appena riusciremo ripartiranno i contagi, e così via. Tutte osservazioni più che legittime, che però non colgono il punto: a un certo punto la fame di prospettive, il bisogno di alzare lo sguardo un passo più in là del bollettino delle 18 della Protezione civile si faranno inevitabilmente più potenti di una cieca adesione al lockdown, e ai disciplinati domiciliari che la stragrande maggioranza degli italiani sta osservando. La ragione è proprio quella: non avere un piano. O due, o tre, o n scenari, e non spiegarli con precisione alle persone per il timore che al primo via libera  scatti la maratona delle grigliate al parco per i ponti primaverili. Ma non è così – né con i buoni spesa – che si può sperare di tenere a bada 60 milioni di persone per un altro mese.

Nel marzo horribilis che termina oggi era evidentemente molto complesso spingersi oltre: c’era, e c’è ancora, una situazione di drammatico sovraccarico del sistema sanitario, specie nelle regioni del Nord, che solo adesso inizia a pensare al fronte lasciato scoperto, quello domiciliare, su cui ora ci si può concentrare anche grazie all’autorizzazione dell’Aifa all’uso domestico di alcuni farmaci per i pazienti meno gravi. Linee guida, protocolli, riorganizzazione degli spazi appena due settimane fa impossibili entreranno nel vivo nei prossimi giorni, evitando che i malati si aggravino e sia necessario ricoverarli (e che quando questo avvenga, gli ospedali non diventino focolai). Così come la sanità, pur fra enormi difficoltà di organico, strutture e attrezzature, sta iniziando a pensare al dopo e imparando dagli errori delle scorse settimane, anche le istituzioni devono sforzarsi di farlo. Hanno l’obbligo, anzi, di volgere lo sguardo al dopodomani. Che è appunto il limite psicologico di Pasqua.

Non perché fra dieci giorni, il 12 aprile, tutto sarà risolto. Ma perché c’è bisogno di programmarlo e comunicarlo, quel dopo. Per una varietà di ragioni da spaventare un decano della psicologia e che vanno oltre l’emergenza sanitaria, sfociando in quella socioeconomica e psicosociale: il lavoro, i progetti di vita, per molti la sussistenza pura, gli affetti lontani e quelli scomparsi, gli appuntamenti scolastici, la salute mentale di chi è costretto a vivere in solitudine o, al contrario, in numerosa frustrazione. E ancora, allargando lo sguardo alla seconda parte del 2020, alle condizioni in cui ci ritroveremo con un Pil che crolla del 10%. La crisi dopo la tempesta.

Se dunque non vogliamo che il post lockdown sia una rapida retromarcia, una fuga sconclusionata che alimenti nuovi e pericolosi focolai, dovremmo conoscere entro un paio di settimane alcuni elementi su cui in questa fase abbiamo (giustamente) sospeso il giudizio, presi dall’enorme mole di morti, dalla solidarietà, dall’obbligo di reinventarci un’esistenza in cattività. Tamponata l’emergenza sanitaria, appena intervenuti su quella economica, servirà guardarsi in faccia e pretendere quel piano che oggi sembra ancora spezzettato, in mano a più volti e raccontato poco e male da troppe voci, ostaggio di un’incertezza che appare sempre meno sanitaria e sempre più gestionale, organizzativa, in una parola: politica. Quell’incertezza che, giorno dopo giorno, gli italiani potrebbero interpretare come mancanza di coraggio, di competenze e di trasparenza.

Dovremo dunque sapere, e stavolta con precisione, cosa si sta facendo, o si fa, oltre al lockdown. Tracciamento, analisi dei tamponi con kit più rapidi, rigida gestione delle quarantene: oggi ogni regione viaggia e parla da sola, la comunicazione è frammentata, incoerente, non capiamo quali siano davvero le armi sul campo in una polemica continua fra assessori regionali, comunali, provinciali, viceministri, portavoce, tweet, siti, conferenze stampa. E poi, sempre che i dati ci confortino (pettinati o meno che siano, quelli della Protezione civile costituiranno la base per le scelte del governo), dovremo aprirci di fronte un sentiero fatto di tappe se non precise, almeno fortemente indicative. Con tutti i distinguo del caso, certo, ma che vengano dalla bocca del presidente del Consiglio e non dalle ricostruzioni giornalistiche o dalla rispettabile opinione di qualche isolato epidemiologo, che oggi infiamma e domani spegne gli incendi nell’opinione pubblica.

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