Non solo Orbán: chi altro nel mondo cerca i “pieni poteri” contro il coronavirus

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(foto: MICHAL CIZEK/AFP via Getty Imagess

È stata approvata con 137 voti a favore, 53 contrari e 9 astensioni dal parlamento ungherese la legge che permette al primo ministro Viktor Orbán di governare tramite decreto senza limiti di tempo. Ciò significa che l’attività legislativa passa completamente nelle mani dell’esecutivo, trasformando di fatto l’Ungheria in un regime autoritario. La nuova legge è stata giustificata da Orbán come un’ulteriore misura per arginare la diffusione del coronavirus, ma è solo l’ultima delle iniziative del premier ungherese che, già da tempo, puntava ad acquisire poteri sempre più ampi esautorando il ruolo del parlamento.

La nuova legge prevede inoltre la sospensione delle elezioni, la possibilità per il governo di violare leggi costituzionali in casi di necessità e cinque anni di carcere per chi diffonde fake news. (notizie considerate tali soprattutto se sottolineano le mancate capacità del governo nella gestione dell’emergenza sanitaria). Liberarsi di queste nuove norme sarà un compito arduo perché, come riflette Politico, è necessaria la maggioranza dei due terzi del parlamento e la firma del presidente. Quindi l’unico a poterle rimuovere è proprio Orbán, che con il suo partito, Fidesz, controlla 117 parlamentari su 199 e con il suo alleato, il Partito popolare cristiano democratico, raggiunge più della maggioranza qualificata dell’intero emiciclo.

Quello del premier ungherese è forse il caso più eclatante, ma la diffusione del Covid-19 è stata, per alcuni esecutivi nel mondo, l’occasione per ampliare i propri poteri e avere un controllo molto più ferreo sui propri cittadini, limitando notevolmente le libertà individuale.

Cosa sta accadendo negli altri stati

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha iniziato a definirsi “wartime president”. Poche parole che, però, chiariscono perfettamente il concetto dell’uomo forte alla guida a cui spetta l’onere di prendere decisioni per poter salvaguardare la propria nazione. Una locuzione che può essere interpretata in senso molto ampio, si riflette oltreoceano: un “wartime president” può chiudere i confini del proprio paese, chiudere negozi e attività, impedire ai propri cittadini di lasciare la propria abitazione, ma può anche chiudere i tribunali e avviare sistemi di sorveglianza dei movimenti dei propri cittadini: è quello che sta facendo Israele. Infatti il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha autorizzato l’agenzia di sicurezza israeliana a rintracciare i cittadini utilizzando una serie segreta di dati dei loro cellulari, e il governo può punire coloro che sfidano gli ordini di isolamento con un massimo di sei mesi di carcere. Inoltre la chiusura dei tribunali ha posticipato a data da definirsi i processi a carico del premier.

“Potremmo avere un’epidemia parallela di misure autoritarie e repressive a seguito di un’epidemia sanitaria”, ha affermato al New York Times Fionnuala Ni Aolain, relatore speciale delle Nazioni Unite contro il terrorismo e per i diritti umani. Paure fondate, se si pensa a casi come quello del Cile, Bolivia, Filippine, Thailandia e molti altri stati. Il filo rosso che unisce tutti questi paesi è la possibilità dei governi di violare – nascosti dietro la paura di un possibile contagio – molte delle libertà individuali, come quella di riunione o espressione. Scelte politiche che potrebbero plasmare anche la vita civile e politica di questi paesi nei prossimi anni.

Ad esempio, in Giordania il primo ministro Omar Razzaz ha dichiarato che il suo governo “si occuperà di chiunque diffonda voci, falsità e false notizie che seminano il panico”.  O in Thailandia, il governo guidato da Prayuth Chan-ocha ha l’autorità di imporre il coprifuoco e censurare i media. I giornalisti sono stati citati in giudizio e intimiditi per aver criticato la risposta del governo nella gestione dell’epidemia. Tutti provvedimenti che cancellano il dissenso e la libertà d’espressione.

Un pericolo per le democrazie di tutto il mondo

Gruppi di attivisti a difesa dei diritti umani affermano, secondo quanto riportato sempre dal New York Times, che il pericolo di contagio può distrarre i cittadini e lasciare che i governi agiscano indisturbati: “sarà poi troppo tardi” – scrive il giornale statunitense – “scoprire a quali diritti hanno rinunciato e cercare di riappropriarsene”.

In democrazie meno forti e strutturate, il rischio è ovviamente più alto: ma anche quelle dalla lunga tradizione, come Stati Uniti e Regno Unito non sono immuni. Negli Usa, il Dipartimento di Giustizia ha chiesto al Congresso di acquisire nuovi poteri, incluso un piano per eliminare le tutele legali per i richiedenti asilo e detenere le persone a tempo indeterminato senza processo. Solo la dura opposizioni repubblicani e democratici nel Congresso, ha spinto il dipartimento a ridimensionare le proprie richieste.

In Gran Bretagna, invece, è stato presentato in parlamento un disegno di legge che permette al governo di detenere e isolare indefinitamente le persone, vietare le riunioni pubbliche – comprese le proteste – e chiudere porti e aeroporti. Il segretario alla salute, Matt Hancock, ha dichiarato però che queste misure sono “rigorosamente temporanee e proporzionate alla minaccia che affrontiamo”. Il problema in questo caso, secondo alcuni osservatori – come Silkie Carlo, direttore del Big Brother Watch, un gruppo per i diritti civili e della privacy nelle società sottoposte a sorveglianza – è la mancanza di un controllo davvero stringente su questo tipo di misure che danno un ampio potere alle forze dell’ordine e, come scrive il Guardian, potrebbero creare un ambiente ostile soprattutto per le fasce di popolazione più deboli, come gli immigrati.

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