Bloodshot mena molto, inventa poco e copia tanto

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È ora di ammetterlo: Vin Diesel è l’unico action hero post-stalloniano. L’unico cioè ad incarnare quell’idea d’azione creata e promossa per tutta la vita (anche adesso) da Sylvester Stallone. I suoi sono personaggi che nonostante la coolness che Stallone non ha mai avuto, vivono di continue sconfitte e sofferenze. Per vincere devono prima subire e fanno dell’ombrosità che nasconde un grande cuore il loro punto di forza. In Bloodshot in particolare poi Diesel porta con sé anche un altro tema tipico del cinema di Stallone: la vecchia scuola, il codice dei soldati e una determinazione di ferro che supera anche i prodigi tecnologici. Eppure a differenza di Stallone Vin Diesel fa molta fatica ad applicare quest’etica eroica alla riuscita dei film cui partecipa.

La trama di Bloodshot viene da un fumetto (omonimo) della casa editrice Valiant e racconta di un soldato che viene ucciso e poi riportato in vita impiantandogli tecnologie avveniristiche che lo rendono praticamente un supereroe. Più forte, più resistente e capace di rigenerare ogni ferita (ha della nanotecnologia organica nel sangue che fa tutto il lavoro). Un Frankenstein finalizzato al combattimento, un uomo da un milione di dollari con molta meno fiducia nel sistema e molto più bisogno di svincolarsi da chi l’ha creato e vuole usarlo per i propri fini. E il film del resto ha tutto il tono della origin story da fumetto, tanto che alla fine Diesel assumerà look e tratti caratteristici del personaggio disegnato.

Quel che però Bloodshot aggiunge rispetto al fumetto è proprio quell’etica perdente e un po’ disillusa, il mood crepuscolare di un uomo che ormai non ha più niente da perdere e contemporaneamente ha una seconda occasione per riparare un torto o vendicarsi (a seconda delle esigente), peccato che il mood rimanga sulla carta, rimanga dichiarato e non messo in pratica davvero. Purtroppo infatti il risultato finale è lontano dall’essere buono. Dave Wilson ci mette tutto il suo mestiere, che però non è fare il regista (è il suo primo film) ma il tecnico degli effetti speciali. Lavora molto bene su tutto il comparto di effettistica e ha una mano tecnicamente impeccabile sulla parte più esagerata e spettacolare. Tuttavia anche volendo valutare il film solo per la parte d’azione, alla correttezza tecnica non sono affiancate idee appassionanti e in questo modo ogni scontro è la fotocopia di qualcos’altro, è privo di mordente e non ha una storia interna ad esso. I personaggi non si scontrano mai con dei fini che gonfiano l’azione, ma si menano e basta.

L’altro versante, quello della storia, è invece sconfortante. Bloodshot è praticamente privo di autoironia (e quando ci prova la sensazione di imbarazzo è simile a quella di sentire Batman raccontare una barzelletta), mette in piedi una trama di fantascienza con colpi di scena, questioni di ricordi impiantati. E anche se grazie al cielo non cerca mai di imitare il re della memoria (e della percezione) ingannevole in contesti di fantascienza, cioè Philip Dick, lo stesso ruba molto a Robocop. L’ufficiale dell’esercito diventato automa comincia a chiedersi davvero chi sia e lotta con un set di ricordi che scopre essere impiantati per affermare un’identità, una qualsiasi. Alla stessa maniera il film fa grande fatica a trovare una propria identità. Vorrebbe essere il contraltare di Marvel e DC (addirittura far partire un universo condiviso!) ma ruba troppo da quei due per essere al loro livello e invece che esserne un pari è semmai un loro figlio.

L’ex militare viene arruolato forzatamente nelle fila di un gruppo di ex soldati anche loro migliorati con la robotica (ma lui è l’unico che è stato riportato indietro dalla morte) e di colpo ci troviamo in una puntata di Cyborg 009 di Shotaro Ishinomori. Tutti i suoi colleghi infatti hanno abilità robotiche specifiche, possono fare qualcosa meglio degli altri (chi respira sott’acqua, chi vede lontano…) mentre lui ha una generica forza e resistenza e ne diventa in breve il capo per ragioni di carisma. I contrasti però davvero finiscono qui e i twist narrativi che riempiono la trama davvero non bastano a ravvivare un film che non riesce mai ad essere più di generico.

Sicuramente serviva di più per sostenere le ambizioni di Vin Diesel, star d’azione ormai ultra 50enne che fatica tantissimo a trovare successi al di fuori della saga milionaria di Fast & Furious. Diesel sembra aver perso la capacità di intercettare i film che più definiscono l’azione dei loro anni che aveva all’inizio (Pitch Black, xXx…) e non fa che rimestare in produzioni di dubbia riuscita (The Last Witch Hunter, Babylon A.D.). La sua presenza e la sua capacità di infondere interesse in un film non sono in dubbio, è una delle poche vere star d’azione capace di dare credibilità alle cose più incredibili, ma la sua visione cinematografica lo è di certo.

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