L’unica task force che ci servirebbe è quella sulla comunicazione della crisi

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Andrea Martella (Foto: Simona Granati – Corbis/Getty Images)

Che la task force sia con voi”. Se non fosse un quadro drammatico, verrebbe da prenderla così. Dopo i 74 esperti che dovranno valutare le applicazioni per il tracciamento dei cittadini e l’uso attento ed efficace dei big data nel contrasto all’epidemia, arriva quella sulle fake news voluta dal sottosegretario dem con delega all’Editoria Andrea Martella. Si chiamerà “Unità di monitoraggio per il contrasto della diffusione di fake news relative al Covid-19 sul web e sui social network” e ne faranno parte alcuni ottimi professionisti, da Riccardo Luna a Roberta Villa passando per Giovanni Zagni di Pagella Politica e David Puente, debunker di Open. Che queste e altre persone offrano gratuitamente il loro tempo per andare un po’ più in profondità, analizzando modi e fonti della diffusione delle panzane, il coinvolgimento degli utenti e la sensibilizzazione è solo una buona notizia. Ogni sforzo è utile in questa fase. A patto che non si perda di vista il contesto.

Primo punto: come sempre, stando a quanto si capisce dal solo nome del gruppo di lavoro, il problema delle bufale sono i social e il web. Si ripropone insomma lo schema per cui la fonte della disinformazione debba necessariamente essere il digitale. E tutto il resto? Media tradizionali, dai giornali alla radio? E le fonti istituzionali e governative che mescolano informazioni, dati e numeri a proprio piacimento? Tanto per stare alle ultime questioni, penso al “foulard” obbligatorio in Lombardia per uscire di casa: paragonarlo a un presidio sanitario come le mascherine non è forse una sostanziale indicazione di disinformazione? No, in teoria su quella roba la task force non indagherà, a meno che non finisca per transitare da WhatsApp o qualche altra piattaforma. Al che rientrerà fra le sue competenze, forse, per precisare cosa la regione guidata da Attilio Fontana abbia in effetti deciso o meno. Un bel girotondo.

Il secondo passaggio non riguarda affatto il gruppo di lavoro. Tocca al contrario le dinamiche della comunicazione a cui stiamo assistendo da oltre un mese a oggi. Ogni giorno, sul tema coronavirus e affini, aprono bocca decine di soggetti diversi: dal punto del capo dipartimento della Protezione civile, Angelo Borrelli, quotidianamente accompagnato da un esperto, al presidente dell’Istituto superiore di sanità e collaboratori passando per i vertici dell’Oms e ancora ministri, viceministri, presidenti e assessori regionali (c’è perfino chi ha il coraggio di dire di “averle azzeccate tutte” con le case di riposo trasformate in gironi infernali e gli ospedali in focolai fuori controllo coi medici senza difese) e sindaci. E ancora deputati, senatori (c’è perfino quello che vuole riaprire le chiese per Pasqua, passando un messaggio gravissimo proprio nel momento cruciale del contenimento dell’epidemia e contribuendo alla confusione generale), responsabili politici, medici generici, medici di altre specialità, divulgatori scientifici social-televisivi e giù a scalare fino ai soloni da talk show e ai fenomeni da baraccone che plasmano davvero l’opinione pubblica di questo paese.

Se di questi ultimi la politica non può interessarsi, certo sul primo fronte qualcosa in più per coordinare la comunicazione, almeno fra regioni ed esecutivo, potrebbe fare. Non per parlare necessariamente con una voce sola ma almeno per trasmettere un messaggio univoco e coerente rispetto all’evoluzione quotidiana o periodica dei dati. E invece ciascuno, in buona fede e spesso con competenza su questo non c’è dubbio, aggiunge tuttavia la sua valutazione giornaliera, la sua personale interpretazione dei numeri, la sua “battuta”, che messa insieme a tutte le altre opinioncine combina i pasticci a cui assistiamo: plateau o non plauteau, è iniziata la discesa anzi no, le mascherine servono ma io non le indosserò, dobbiamo pensare alla fase 2 ma dipende dalla fase 1, autocertificazione vol. 1, 2, 3 e 4 e così via. Davvero pensiamo ancora che il brodo di coltura delle fake news siano i social e le chat come entità iperuraniche o come meri canali tecnologici o forse non avrebbe più senso riconoscere che gran parte di quelle panzane si alimenta proprio di questo micidiale labirinto comunicativo, della scivolosità con cui temi enormi e gravi vengono maneggiati ogni giorno anche da chi dovrebbe limitarsi a note di servizio, dall’assenza di un messaggio chiaro, sobrio, rispettabile ed esaustivo anche nella qualità dei dati, e ci risentiamo domani?

Insomma, non che le due cose si escludano. E, di nuovo, a chi si impegna in piena crisi va solo un ringraziamento, penso al bel lavoro quotidiano che fa sulle sue storie di Instagram la giornalista Villa o all’impegno di Pagella Politica con Facebook e WhatsApp. Ma a fianco alla task force antibufale ci piacerebbe vedere un lavoro parallelo di riordino delle comunicazioni. Ce n’è assoluta urgenza specialmente se, davvero, si comincerà a pensare a un piano di ripartenza modulato per le prossime settimane, che rimetta in moto un paese in ginocchio. Dovranno arrivare notizie precise su date, modalità, regole, eventuali differenze territoriali. Quindi bene il lavoro dei fact-checker di Stato, ma di task force ne servirebbe anche un’altra e forse con ancora più premura: quella sulla comunicazione della crisi. Per farle a monte, e non a valle, le verifiche sull’attendibilità di ciò che finisce in pasto alle persone.

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