Per scovare il coronavirus si possono anche monitorare le fogne

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acque reflue
(Foto: BNBB Studio – Getty images)

Non preoccupa tanto per il rischio legato alla trasmissione del virus, ma il fatto che Sars-Cov-2 possa essere rinvenuto nelle feci andrebbe considerato. Questa informazione infatti potrebbe contribuire a tenere traccia del virus, attraverso l’analisi delle acque reflue, offrendo una sorta di monitoraggio parallelo a quello compiuto sulla popolazione. Come già avvenuto, per esempio, per la polio in Israele, quando il monitoraggio ambientale del sistema fognario permise di rivelare la presenza del virus nel 2013.

L’idea è tutt’altro che campata in aria, infatti, come racconta anche Krista Wigginton, a capo di un progetto delle università del Michigan e di Stanford per lo studio delle acque di scarico: se infatti, spiega, il numero dei casi osservati e comunicati dipende sempre dal numero dei test effettuati, l’analisi delle acque reflue no. Uno strumento che, ha aggiunto Nasa Sinnott-Armstrong, che collabora al progetto, potrebbe essere di grande aiuto agli epidemiologi. Ma non solo: “Potremmo identificare aree con un aumento rapido dei casi e utilizzare questa informazione come un sistema di allerta per la sanità”.

Le analisi preliminari condotte a partire dai primi di febbraio in Olanda da alcuni ricercatori del Kwr Water Research Institute, fatte più per testare la tecnica ammettono, sembrerebbero dimostrare che il metodo funziona. Gli stessi scienziati ammettono di essere abbastanza sicuri di aver osservato la presenza di Sars-Cov-2, anche se in bassi livelli, grazie alle analisi genetiche compiuti sui campioni di acque raccolte negli impianti di trattamento delle acqua reflue, sia per essere andati a caccia di più frammenti del virus sia per aver osservato risposte diverse in tempi diversi. Indizi che l’idea di utilizzare il monitoraggio delle acque di scarico come ulteriore sistema di monitoraggio del coronavirus andrebbe considerata. “Utilizzando questo metodo potremmo essere in grado di misurare se il numero di infezioni virali in una città aumenterà di nuovo il prossimo inverno”, aggiungono. Sia da oltreoceano che dall’Olanda rassicurano sulla qualità delle acque dopo il trattamento, escludendo la presenza del virus.

Tutto questo, e i precedenti in Israele, farebbero pensare che il controllo delle acqua reflue potrebbe essere uno degli strumenti da mettere in campo nella lotta al virus, d’aiuto per l’identificazione precoce di eventuali ritorni del virus. Ma come fanno notare su Nature non è scontato che in piena emergenza siano disponibili risorse anche per questo, né che sia facile, dal punto di vista scientifico, effettuare analisi di tipo quantitativo sulle acque refluee che siano in qualche modo indicative della dimensione delle infezioni.

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