La politica locale deve iniziare a prendersi la responsabilità della strage nelle Rsa

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coronavirus
(foto: Getty Images)

Parlando da papà ma evidentemente non ancora da nonno, a Non è l’arena Matteo Salvini ha detto che “comunque si sapeva che le persone più a rischio erano gli ultraottantenni”. Una frase piazzata lì nel mezzo del suo intervento senza contraddittorio in difesa della “encomiabile” gestione dell’emergenza Covid-19 della giunta leghista lombarda (a cui Wired ha dedicato un’inchiesta, scoprendo che è stata tutt’altro che encomiabile): un modo per dire che, di fronte a un virus che statisticamente colpisce soprattutto gli anziani, non si poteva pretendere uno scenario migliore per queste persone rispetto ai crudi numeri che ci restituisce la cronaca.

Secondo i dati dell’osservatorio dell’Iss sulle Rsa (Residenza sanitaria assistenziale), tra il primo febbraio e il 14 aprile nelle residenze per anziani italiane sono morte 6.773 persone. Questi dati sono parziali, perché prendono in considerazione solo un terzo delle strutture nazionali, rispetto a quelle censite dall’Osservatorio demenze dell’Iss. Ma in ogni caso sono esemplificative della strage in corso e permettono anche di dare una connotazione geografica alla stessa. Il 40,2% dei decessi ha riguardato ufficialmente contagiati da Covid-19, ma le percentuali ballano a seconda della regione presa in considerazione. E lo scenario più duro è appunto quello della Lombardia: i 1.200 decessi conteggiati per Covid-19 costituiscono il 53,4% dei totali. Ma i numeri sono molto più alti vista la parzialità della rilevazione. Certo altrove il problema esiste comunque, per quanto con numeri ben più limitati. In Emilia-Romagna il valore relativo è simile a quello lombardo, i 300 decessi per Covid-19 conteggiati dall’Iss costituiscono il 57% dei decessi totali. E anche nelle altre regioni italiane le case di riposo si sono trasformate in veri e propri focolai, spesso per incapacità nella gestione dell’emergenza delle istituzioni locali.

Nel compilare il rapporto, l’Iss ha chiesto ai responsabili delle strutture censite di elencare le principali difficoltà dall’inizio dell’epidemia. L’82,7% ha citato “la mancanza di dispositivi di protezione individuale”, il 46,9% l’impossibilità di eseguire tamponi, il 33,5% l’assenza di personale e il 25,9% le difficoltà nell’isolamento. Il simbolo del dramma delle Rsa è senza dubbio nel Pio Albergo Trivulzio, struttura milanese dove da marzo si contano circa 200 decessi e dove tra medici, infermieri e operatori uno su quattro risulta positivo al virus o comunque con sintomi – tuttora non si riescono a fare abbastanza tamponi. Qui è stato sbagliato tutto quello che si poteva sbagliare e il problema nasce dalle delibere regionali, che chiedevano di poter inserire, su base volontaria, malati Covid-19 nelle residenze per anziani, poi disponevano finanziamenti per le strutture che prendevano in carico i contagiati rischiando così di spingerne alcune a falsificare i requisiti per ottenere i fondi e, infine, disponevano di non trasferire più nei pronto soccorso i malati di Covid-19 over 75 anni presenti nelle residenze, elemento che ha lasciato molte di queste persone probabilmente senza le cure necessarie. 

Tutto questo, unito ad altre mancanze interne alle strutture relative a mascherine e tamponi, ha creato la bomba sanitaria. Guardia di finanza e ispettori del Ministero della salute hanno compiuto ispezioni, le prime persone sono state iscritte nel registro degli indagati, ma in realtà procedimenti simili stanno riguardano numerose altre strutture sparse per l’Italia. La procura ha aperto un’inchiesta sui troppi decessi nelle Rsa bergamasche, stesso discorso per quelle bresciane. Anche la procura di Genova si è mossa in queste senso, mentre in Calabria sono state avviate indagini sulla Domus Aurea di Chiaravalle Centrale e la Villa Torano di Torano Castello. E poi c’è la questione del Lazio, con il caos esploso nella struttura San Raffaele di Rocca di Papa, che è diventata il pretesto per uno scontro con il governatore lombardo, Attilio Fontana. Quest’ultimo ha sottolineato come la sua delibera sull’accoglienza dei malati di Covid-19 nelle strutture per anziani private fosse identica a quella laziale, un modo per scaricare ancora una volta le sue gravi responsabilità sulla questione e per rilanciare il complotto dell’accanimento nazionale contro la Lombardia. In realtà in Lazio gli errori sono stati fatti come altrove e su questo indagheranno le procure, ma non esistono delibere simil-lombarde: la regione aveva pubblicato un avviso in cui sondava la disponibilità delle residenze per anziani ad accogliere pazienti Covid-19, ma in modo esclusivo e non in convivenza con gli anziani stessi. All’avviso non è peraltro seguita alcuna delibera ufficiale.

Il dramma nel dramma è che la morte di migliaia di anziani è diventata arma di propaganda di chi anche davanti a una strage rifiuta di prendersi la responsabilità dei suoi errori. La strage nelle Rsa davanti a un virus che si è dimostrato fin da subito aggressivo soprattutto nei confronti dei loro ospiti non può essere risolta nella chiave fatalista adottata da Salvini per proteggere il malgoverno lombardo, né nella chiave (già smentita) del mal comune mezzo gaudio – “anche in Lazio hanno fatto così”. Il dato di fatto è solo uno: in Lombardia come altrove non si è fatto abbastanza per proteggere i primi che andavano protetti, i soggetti più vulnerabili, gli anziani appunto. Che tante cose sono state sbagliate è evidente, la magistratura chiarirà col tempo quali. Nell’attesa, andrebbe fermato l’osceno teatrino di superlativi e scaricabarili con cui certa politica sta cercando di proteggere se stessa. 

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