Riaprire le chiese non sarebbe coerente col resto del decreto sulla fase due

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(foto: Pier Marco Tacca/Getty Images)

Alle 20.20 abbondanti di ieri, il premier Giuseppe Conte annunciava al paese le misure che caratterizzeranno la fase due. “Le messe saranno ancora sospese”, una delle decisioni che riecheggiavano nella sala della presidenza del consiglio. Alle 21 circa era la volta della conseguente dura presa di posizione della Conferenza Episcopale Italiana: “Così si viola la libertà di culto”. Alle 22, a chiudere la querelle, è arrivato il chiarimento del premier: “Già nei prossimi giorni si studierà un protocollo che consenta quanto prima la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche in condizioni di massima sicurezza”.

C’è voluto molto poco, un’ora e poco più, perché l’impeto dell’universo cattolico italiano travolgesse Palazzo Chigi. Il decreto uscito da settimane di lavoro delle mille task force e dei vari rappresentanti dell’esecutivo si è rivelato molto più stringente rispetto a quanto circolava nei giorni scorsi. Le visite a uno o due amici sono scomparse dal testo, la possibilità di muoversi tra regioni limitrofe anche, le attività commerciali come i negozi, che in un primo momento si pensava potessero riaprire il 4 stesso o al più tardi l’11 maggio, dovranno aspettare almeno fino al 18, mentre frotte di fidanzati privi di legami giuridici ma uniti affettivamente da anni – e separati da mesi per il lockdown – continueranno a non potersi vedere, sull’onda di una concezione familiare simil-medievale dove se non ti sei sposato il problema è tuo. Il cugino di terzo grado, in ogni caso, si potrà andare a trovarlo senza impedimenti.

Mentre insomma ancora una volta si consumava quel dramma economico-affettivo che vedrà milioni di italiani privati ancora a tempo indeterminato dei loro cari e dei loro introiti – oltre che dei loro svaghi – si sviluppava una riflessione sul tema della libertà, in questo caso di culto, che in un momento in cui da due mesi più o meno tutte le libertà sono sospese, risulta quanto meno bizzarra. Se n’era già discusso a inizio aprile, quando nell’intento di trasformare queste istanze in quante più possibili X sulle prossime schede elettorali, Matteo Salvini si era indignato per il divieto governativo alle messe nel giorno di Pasqua. Con lo scontro Cei-governo delle scorse ore si è tornato a parlare di questo, con brigata sovranista sugli scudi. E il dietrofront della presidenza del consiglio sul tema assume le sembianze di una presa in giro. 

Milioni di studenti, giovani e per questo meno vulnerabili al virus, dovranno aspettare settembre per poter tornare a scuola. Logisticamente una classe, in fin dei conti, non è tanto diversa da una messa: qualche decina di persone sedute ai rispettivi posti, ad ascoltare il discorso di una figura davanti a loro. Eppure mentre molti studenti sono tuttora esclusi da un loro diritto fondamentale, quello all’istruzione appunto, a causa del divario digitale che rende impossibile seguire le lezioni in videoconferenza, il culto religioso, che quello sì non richiede una connessione in banda ultra-larga, diventa il fulcro della discussione sulle libertà. Lo ha detto perfino Papa Francesco, nelle scorse settimane: “pregate a casa”, a conferma di come non sia stata compromessa alcuna libertà di culto, come sostengono invece dalla Cei. Piuttosto, la professione della fede è stata adeguata all’emergenza attuale, come lo è stato per tutti gli altri aspetti delle nostre vite. 

Ci sono ben altre necessità rispetto alla riapertura delle chiese. Ognuno ha le sue priorità, ma ci sono priorità che devono venire prima rispetto ad altre, quanto meno per chi è chiamato a prendere decisioni. Il liberi tutti delle messe giornaliere non è tra queste, perchè l’esercizio della fede oggi, al contrario di molte altre libertà, non è stato sospeso. Piuttosto che fare dietrofront sul tema dopo un’ora di pressioni del mondo cattolico, l’esecutivo si dovrebbe prima impegnare a dare un futuro o quanto meno delle prospettive su di esso a chi realmente da ormai due mesi è stato privato di suoi diritti. Studenti, lavoratori, minoranze e via dicendo. Arriverà poi anche il momento delle chiese, la cui apertura oggi sarebbe decisamente incoerente con la linea rigida del nuovo decreto. Questo, anche se la strategia dell’esecutivo per la fase 2 sembri incentrata su un unico punto: la preghiera.

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