La Cina svela la sua blockchain di stato

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La Cina lancia la blockchain pubblica (Getty Images)
(foto: Getty Images)

Il 25 aprile la Cina ha mosso un’altra pedina per assicurarsi il primato tecnologico a livello globale. Quel sabato è stato ufficialmente lanciato il Blockchain-based service network (Bsn). Ossia una piattaforma commerciale per sviluppare servizi basati sulla tecnologia dei registri distribuiti, su cui Pechino ha messo al lavoro ministeri e grandi colossi di stato da sei mesi.

L’obiettivo, come si legge in uno dei documenti ufficiali dell’iniziativa, è fornire un’infrastruttura pubblica, che offra a sviluppatori e piccole aziende risorse per costruire servizi e applicazioni basate sulla blockchain a costi accessibili. O, come è meglio spiegato verso la conclusione, diventare “l’internet delle blockchain”. Uno standard comune di trasmissione a livello globale, le cui chiavi di accesso sono in mano alla Cina. “Quando il Bsn prenderà piede nei paesi del mondo, sarà la sola rete globale di infrastrutture innovative realizzata in modo autonomo da realtà cinesi”, si legge nel libro bianco che presenta il progetto.

Blockchain made in China

Come sta facendo con autostrade, porti e ferrovie, all’interno di quella che è stata ribattezzata la Belt and road initiative (più comunemente nota come la nuova Via della seta), Pechino ha ambizioni di espandersi in campo tecnologico. Suoi sono i campioni internazionali del 5G, la prossima generazione di comunicazioni mobili. Sua è la Greater Bay Area, un agglomerato di megalopoli votate all’innovazione. Suo è il progetto di un nuovo standard per internet.

E ora è made in China la prima piattaforma che offre strumenti di base per prototipare un servizio su blockchain, per esempio un registro delle transazioni immobiliari. Anziché costruire tutto ex novo, uno sviluppatore entra in Bsn, prende dagli scaffali i pezzi che gli servono e realizza la sua idea. Sulla carta, l’offerta di Pechino sembra tutta a vantaggio di chi ha meno risorse da investire ma non vuole restare indietro, come piccole imprese o Stati meno competitivi nelle nuove tecnologie.

Per la Cina, il Bsn è “una infrastruttura centrale per sostenere lo sviluppo dell’economia digitale e delle smart city”, in tecnologie di frontiere come 5G, internet delle cose e intelligenza artificiale. Tutti settori in cui Pechino vuole imporsi come il primo della classe. La rete permetterà di sviluppare sistemi intelligenti e automatizzati per registrare dati e transazioni, contratti smart, servizi finanziari e legali. Ma ha anche l’obiettivo di aggregare grandi masse di dati utili per le aziende. Come internet ha consentito lo scambio a basso costo di dati, il Bsn, in maniera low cost, “faciliterà la fiducia reciproca sui dati tra molte organizzazioni economiche in tutto il mondo”, recita il progetto.

La blockchain risponde anche a un’accelerazione di alcune trasformazioni in atto da tempo in Cina, ma rese più urgenti dall’emergenza coronavirus. “Siccome la carta può essere un veicolo di contagio, è stata avviata una profonda sburocratizzazione, una zavorra del governo cinese”, spiega Giuliano Noci, prorettore del Politecnico di Milano con delega ai rapporti con il Paese di Mezzo. Un altro versante è quello della logistica. “C’è stata un’impennata nelle aspettative dei cinesi per prodotti di qualità e più sicuri”, commenta Noci.

Le differenze con il bitcoin

C’è un però. Ossia che a differenza della blockchain dei bitcoin, che è un registro distribuito anonimo e decentralizzato, nel quale ogni nodo della rete vale tanto quanto gli altri, in questo caso l’architettura ha a capo un gruppo di gestori, dietro i quali c’è il governo di Pechino. Il consorzio è composto dallo State information center, una commissione che fornisce consulenza al Partito comunista; China Mobile, compagnia di telecomunicazioni controllata dallo Stato, che a sua volta è a capo di altri due componenti del gruppo, il Design Institute e China Mobile financial technology; il gestore di pagamenti Union Pay; il gruppo informatico Beijing Red Date Technology, che secondo Coindesk è il vero e proprio architetto della tecnologia blockchain.

Detto altrimenti, Pechino vuole un saldo controllo su Bsn. Tanto che l’associazione di gestori può determinare standard tecnici, modelli di business e prezzi.

Il libro bianco del progetto lo dice chiaramente. “Stando ai requisiti delle leggi e dei regolamenti cinesi attuali, è molto difficile realizzare legalmente blockchain permissionless (senza permessi, ndr) in Cina a causa della loro mancanza di gestione e la natura liberale”, si legge. La blockchain con caratteristiche cinesi, come l’ha definita il Manifesto all’avvio dei test, è del tipo “permissioned”. “Non ha le caratteristiche di decentralizzazione e trasparenza”, recita il white paper e bisogna avere l’ok dei gestori per utilizzare le applicazioni. Secondo Pechino, con questa formula “i rischi possono essere controllati”.

Per Luca Sannino, cofondatore della società Inbitcoin, specializzata in servizi legati alla criptovaluta, quella di Pechino non può essere considerata una blockchain “pura”. “La vera blockchain è permissionless ed è decentralizzata, cosa che questa non è”, spiega. Dell’assenza di fiducia tra i vari nodi, sostituita dalla proof of work, ossia l’esecuzione di un’operazione sulla base della quale si viene remunerati, non c’è traccia.

Se questa rete è permissioned, come funziona? Riuscirà a sopportare la mole di lavoro che viene caricata?”, si domanda l’esperto. Il riferimento è alle distributed ledger application, le applicazioni basate sui registri distribuiti: se la rete è aperta e chiunque può caricare il suo progetto, si corre il rischio che non regga. “Se ce la fa, e quindi significa che qualcuno la controlla e la pulisce, allora vuol dire che non è una vera blockchain”, conclude Sannino. I requisiti tecnici, peraltro, prevedono che per applicazioni che richiedono più potenza di calcolo della media, gli sviluppatori debbano ottenere specifici permessi.

Inoltre, i governi possono limitarne l’uso o le funzioni con regolamenti ad hoc. Come potrebbero fare con Libra (la moneta virtuale sponsorizzata da Facebok) ma non con il bitcoin. La criptovaluta per antonomasia è da tempo sotto l’occhio del Politburo, mentre la People’s Bank of China si prepara a varare la versione digitale dello yuan.

Dalla Cina al mondo

Il modello del Bsn prevede nodi cittadini pubblici, che altro non sono che data center o servizi cloud che contribuiscono al potere di calcolo dell’intero sistema. Come un acquedotto, il nodo locale fornisce accesso a tutti a prezzi calmierati alla blockchain. Dopodiché sta all’utente decidere che uso fare dell’acqua. Secondo il documento del network, con questo sistema con 2-3mila renminbi all’anno (tra 260 e 390 euro) si può sviluppare una catena di blocchi efficace, contro i centomila yuan (circa 13mila euro) che ci vorrebbero partendo da zero.

In Cina la ricerca sulla blockchain è vivace. Come riferisce il Nikkei Asian Review, il centro studi giapponese Astamuse ha calcolato che tra il 2009 e il 2018 il Dragone, con il colosso dell’ecommerce Alibaba in testa, ha triplicato il numero di brevetti depositati in materia, 7.600 in totale, superando gli Stati Uniti nel 2016, e arrivando al 60% di tutte le domande presentate, oltre che nel Paese di Mezzo e in America, anche in Giappone, Corea del sud e Germania.

Pechino non vuole fare piazza pulita di questa fervida industria con Bsn. Piuttosto, ricondurre tutti i protocolli sotto la blockchain di stato. Già ne ha arruolati molti tra i più importanti in Cina e può agganciare reti internazionali, come quelle di Ethereum ed Eos. Attraverso i suoi tre operatori, China Mobile, China Telecom e China Unicom, il Bsn si è già dotato di cento nodi pubblici la Cina ed entro la fine del 2020 conta di crearne altri cento nel mondo. Che sia di altri paesi, organizzazioni internazionali (anche l’Unione europea ragiona di progetti comuni) o grandi aziende come Facebook, il diktat è anticipare la concorrenza, creando un blocco di utenti, tra pubblico e privato, che dipende da Pechino. Per Noci, “è un piano coerente con la Belt and road initiative: creare infrastrutture moderne in aree su cui la Cina vuole giocare una sfera di influenza”.

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