Alienarsi dalla realtà durante una pandemia. Intervista a Simon Stälenhag

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di Clara Ramazzotti

In Svezia brilla il sole, stando a quanto posso vedere dalla videochiamata, e Simon Stälenhag ha molta voglia di parlare del gatto che ha adottato qualche giorno prima della sua autoquarantena: non sa stare in un appartamento, non ha un nome. La mia connessione cede: aspettando la fine del buffer riguardo alcune immagini dell’artista che ho salvato sullo smartphone. Un bambino in un campo di grano corre inseguendo un enorme oggetto metallico. L’ocra, l’arancione, il bianco, il verde-grigio mescolati alla ruggine della preda. È un robot, vivo e attivo, e ci sono un gigantesco dirigibile meccanico nel cielo, una Volvo scassata, una sfera di bronzo e ferro su una stradina sterrata. Ci sono il passato e il futuro che s’incontrano creando un mix confortante e alienante allo stesso tempo, in cui si riconosce l’infanzia, soprattutto se si è nati negli anni ’80, ma si percepisce anche lo scollamento dal reale, dai ricordi di “quell’aprile del 1986”, Chernobyl, il mondo al contrario. Tales From the Loop, opera di Simon Stälenhag, diventata libro (edito in Italia da Oscar Ink), gioco da tavolo e adesso serie tv su Amazon Prime, è il composto perfetto di nostalgia e ricordi, e di domande su che cosa sia la realtà (rappresentate come illustrazioni). L’adulto è convinto di poter spiegare pragmaticamente eventi e fenomeni, ma si trova di fronte al “loop”, all’eterno ritorno, all’irrisolto: il perdersi nei campi, il richiamo di alcune voci, un fischio assordante nella notte, nel dormiveglia, i mille perché senza risposta.

È così che ha iniziato i suoi lavori? Cercando le risposte che le mancavano da piccolo ai misteri degli adulti?

“Le mie opere sono tutte molto personali. Sono fatte in quel modo affinché io possa ritrovarmici, raccontano esperienze autobiografiche, la vita di un bambino svedese. Credevo, anzi, che fossero adatte solo agli svedesi, non mi sforzavo neppure di tradurre i titoli e le didascalie in inglese. Mi sembrava di aver inserito simboli che potessero stimolare solo noi, questo gruppo ridotto in questa parte del mondo, ma a quanto pare c’è qualcosa di davvero universale, o paneuropeo”.

Robot, braccia meccaniche, dinosauri, residui elettrici millenari: c’è un’archeologia industriale e tecnologica che potrebbe appartenere a Star Wars così come a una fabbrica abbandonata nel nulla. Come fanno tutti questi elementi a fare parte della sua infanzia?

Tales From the Loop e le altre opere sono un diario della mia infanzia, e di quella di molti altri bambini nati o cresciuti nel contesto post-europeo, in particolare, ho notato, in quelli in nazioni dell’ex URSS. Significa che il genere sci-fi è, nel mio caso, un mezzo per spiegare visivamente l’immaginazione. È il modo per rappresentare la sorpresa, l’eccitazione, il mistero dietro alle cose quotidiane e alla normalità che sono quotidiane e normali solo per chi ha già trovato una spiegazione al fenomeno, cioè l’adulto. I bambini, invece, creano l’immaginario in cui naviga Tales From the Loop, sono i loro occhi a spiegare il mondo. Gli adulti sono necessari, ma non sono i veri narratori delle storie”.

Quindi, ciò che ha creato non è una serie di illustrazioni retro-futuriste, e neppure distopiche, ma il ricordo di eventi spiegabili.

“È come dire di aver visto un UFO, quando poi si realizza che era una piccola luce di un aereo. Volevo catturare l’immagine mentale che il bambino ha prima di scoprire l’ovvio. Io demistifico ed è per questo che posso definirmi un nostalgico, perché non sono interessato al futuro ma solo al passato, utilizzo ciò che conosco e sono la fabbrica, lo spazio urbanizzato, la scienza e i sogni. E per quanto riguarda la distopia, sono stato deliberatamente lontano dalla drammaticità di rivali e complottismi e politica. Non voglio creare il dramma, neppure polemizzare, voglio che si vedano dei bambini che tornano a casa per la merenda dopo aver lanciato sassi a quello che loro pensano sia un robot”.

E se loro pensano che sia un robot… allora, esiste ed è un robot.

“Esatto. Quando hai tre o quattro anni e vedi per la prima volta un trattore nei campi, o una lucertola, magari pensi, anche solo per una frazione di secondo: è un mostro, un pezzo di metallo che urla e prende vita, che mangia foglie e conigli. Questa è fantascienza. Il mondo di Things From the Flood e di The Electric State [altri due libri e il secondo diventerà un film diretto da Andy Muschietti, ndr] è sicuro, i bambini vivono storie assurde, ai confini con la realtà, perché sono loro stessi a cercare una soluzione ai grandi misteri della loro giornata e una risposta a tragedie incomprensibili. Per esempio, una delle mie storie racconta di due gemelli che si scambiano e spiegano agli altri bambini che non sono più nei loro corpi, ma essendo identici i loro genitori non se ne accorgono. È terrificante, se sei piccolo, pensare di avere di fronte l’esatta copia di te. Perché esiste? Cosa è successo? Chi sono io?”.

La serie tv è stata scritta da Nathaniel Halpern ed è un “bright mirror”, uno show dove la tecnologia non allontana, non rende tutti gli esseri umani miseri e soli, al contrario di Black Mirror su Netflix. Anche nel libro la componente fantastico-futuristica alleggerisce, ma se parliamo di riferimenti artistici sembrerebbe esserci molto di Edward Hopper. Avete in comune la sensazione malinconica del “che cosa si è perso”, la scelta di soggetti o scene semplici che diventano storie noir. E il modo in cui dipinge lo spazio agricolo con la presenza umana.

“Ultimamente sì, ricorda la stessa sensazione d’incertezza e silenzio. Ho notato che non riesco a definire me stesso e la mia arte, e spesso non so come i critici abbiano visto qualcosa che neppure avevo nella mia testa. Mi hanno detto che disegno scene che trasmettono una paura quasi superstiziosa, profetica, al limite dell’inquietudine. Non lo avrei detto. Quel che è certo è che non voglio dare un’idea del futuro, o di come potrebbe essere la vita a seguito di eventi epocali. Io ho vissuto il passato, ho modo di raccontarlo come testimone, mentre il futuro non esiste”.

Quindi, la frase parecchio abusata “i bambini sono il futuro” non si applica alle sue tavole. Bambini e pre-adolescenti sono parte di un album dei ricordi?

“Volevo fare un libro pensato solo per i ragazzi, ispirato ai personaggi di Tove Jansson e al suo The Moomins and the Great Flood [Småtrollen och den stora översvämningen in svedese e nella serie Mumin in italiano, ndr], che difatti ho richiamato in uno dei miei titoli. Il libro dei Mumin ha piccoli personaggi con personalità adulte, ricchi di mancanze e difetti, come se avessero già vissuto moltissimo. Avrei voluto, ma non sono riuscito a scrivere storie per i bambini come riesco a farle sui bambini. Non so spiegare queste cose”.

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