Come funziona il test rapido della saliva per la positività al coronavirus

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(immagine: Getty Images)

Da tre a sei minuti per sapere se una persona è positiva al coronavirus Sars-Cov-2 oppure no. Come? Attraverso un semplice, assolutamente non invasivo test della saliva. L’idea è dell’università dell’Insubria che l’ha sviluppata e, in collaborazione con l’Asst dei Sette Laghi, l’ha testata su 137 pazienti dimostrandone la validità. Ora è il momento di affinare lo strumento che, se tutto andrà bene, nel giro di tre settimane potrà ricevere la certificazione per l’impiego sotto supervisione medica e comincerà a essere prodotto.

Come funziona

L’idea di cercare il virus nella saliva è di Lorenzo Azzi, ricercatore in area odontoiatrica all’università dell’Insubria (Varese), e di Mauro Fasano, professore di biochimica presso lo stesso istituto e delegato del rettore per il trasferimento tecnologico.

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(foto: Lorenzo Azzi, Università dell’Insubria)

“Per individuare il coronavirus nella saliva delle persone abbiamo pensato di utilizzare la tecnologia che sta alla base del test di gravidanza, un esame immunochimico ad alta selettività”, spiega a Wired Mauro Fasano. “In altre parole andiamo a cercare il virus con l’anticorpo specifico per la proteina spike espressa in abbondanza – ogni particella virale ne ha 200 unità – sulla superficie del patogeno”.

Bastano poche gocce di saliva su una striscetta di carta e in pochissimi minuti – da tre a sei in base alla viscosità della saliva – si ha l’esito. Una linea: campione negativo, virus assente. Due linee: campione positivo, il virus c’è e in questo caso l’esito va confermato con un tampone orofaringeo per la ricerca dell’rna virale.

“Sulla striscetta ci sono gli anticorpi specifici per la proteina spike. Quando andiamo a testare la saliva, se il virus è presente verrà catturato dagli anticorpi e immobilizzato”, chiarisce Fasano. “A questo punto interviene un altro reagente, un altro anticorpo associato a delle particelle d’oro che, formando una specie di sandwich, rileva il complesso appena formatosi e lo rende evidente, lo colora.

La sperimentazione

Per capire se l’idea fosse davvero buona, i ricercatori dovevano testarla. Per questo si sono rivolti all’Asst dei Sette Laghi per coinvolgere pazienti nella sperimentazione. In due settimane, dal 16 aprile a 4 maggio, hanno utilizzato il test salivare su un piccolo numero di pazienti, in totale 137 campioni, verificando gli esiti attraverso tamponi orofaringei. “Abbiamo raggiunto una sensibilità molto alta per una fase preliminare di sperimentazione”, commenta Fasano. “Abbiamo cioè dimostrato che in caso di infezione la quantità di virus è sufficiente per essere visualizzata con questo approccio immunochimico. Avere pochi falsi negativi era fondamentale per poter procedere”.

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(foto: test rapido salivare, Università dell’Insubria)

Ora partirà una seconda fase di sperimentazione, quella del prototipo commerciale, di cui l’azienda partner NatrixLab di Reggio Emilia sta già assemblando alcune varianti. “Valuteremo la sensibilità (cioè capacità di identificare correttamente i soggetti malati, ndr)  e la specificità (ossia la capacità di identificare correttamente i soggetti sani, ndr) del metodo su 200 soggetti, continua Fasano. “Se tutto andrà bene in tre settimane dovremmo ottenere la certificazione per l’utilizzo per la diagnostica sotto supervisione medica, e potrà partire la produzione su larga scala a costi quanto più popolari possibile”. Per l’uso autonomo, invece, il processo sarà più lungo e richiederà un paio di anni.

I vantaggi

Messi a disposizione degli operatori addetti alla sorveglianza sanitaria sul lavoro e sul territorio (medici del lavoro, Asl e Asst, medici di base, etc) questi test potrebbero essere uno strumento in grado di migliorare la capacità di contenimento del coronavirus e la gestione dell’epidemia.

“Sono test molto pratici, che possono essere effettuati su strada, negli aeroporti, nei Pronto soccorso. Danno l’esito nel giro di pochissimi minuti e non sono assolutamente invasivi”, conclude Fasano. “Come i tamponi orofaringei, i test salivari fanno una fotografia puntuale: misurano l’infettività, la carica virale della persona nel momento del prelievo del campione, cosa che i test sierologici sul sangue non fanno. Per questo sono utili per identificare anche gli asintomatici che inconsapevolmente diffondono il virus, e possono fornire un valido supporto anche per il monitoraggio dei pazienti in dimissione perché se continuano a esserci particelle virali nella saliva significa che quel paziente dovrà rimanere ancora in quarantena”.

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