5 cose da sapere prima di guardare The L Word: Generation Q

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Oltre 15 anni dopo il suo debutto nel gennaio 2004, The L Word è ancora considerato un titolo che ha lasciato il segno nella televisione americana prima e di tutto il mondo poi. In effetti, pur con i suoi difetti, può essere definito un dramma rivoluzionario che, per primo, ha messo al centro un gruppo di trentenni lesbiche mentre attraversavano la vita e l’amore, fra risate e tragedie, complicità e litigi, scandali e brunch in una Los Angeles mai così torrida e conturbante. Controversa e appassionata, questa serie ha rotto parecchi argini nella rappresentazione Lgbt+ sul piccolo schermo, aprendo le porte a molti emuli. Adesso torna con un revival, intitolato The L Word: Generation Q , che debutta su Sky Atlantic l’11 maggio e vuole a raccontare – con lo stesso entusiasmo e la stessa spontaneità degli episodi originali – le nuove sfumature contemporanee della comunità queer. Ecco qualche punto di riferimento prima di cominciare la visione.

1. Com’era finita?

Creata da Ilene Chaiken, Michele Abbot e Kathy Greenberg, la serie The L Word terminava la sua corsa nel marzo 2009, dopo sei stagioni. Difficile riassumere in poche righe le relazioni, gli amori, le passioni e i tradimenti che hanno caratterizzato il numeroso gruppo di protagoniste al centro della trama acrobatica (basti ricordare The Chart, il complesso schema che univa i vari personaggi in base ai rapporti intrattenuti). In qualche modo, non aiuta nemmeno prendere in considerazione l’episodio finale, spesso ricordato per la sua bizzarria nel modo in cui congeda i personaggi: Bette e Tina annunciano l’imminente trasferimento a New York, Jenny decide di organizzare un video-tributo per loro inimicandosi tutto il gruppo con il suo fare acido; proprio Jenny viene trovata da Alice affogata nella piscina della casa di Bette e Tina, al che le donne vengono accompagnate dalla sergente Marybeth Duffy (la guest star Lucy Lawless alias Xena) in commissariato per un interrogatorio. Fine. Non si sa chi ha commesso il delitto (forse Alice? Lei doveva essere il fulcro dello spin-off The Farm ambientato in carcere, poi mai realizzato).

2. Il cast storico? Presente

Epilogo a parte, è importante ricordare dell’originale The L Word alcune delle protagoniste simbolo. In particolare tre di loro, che ritornano anche nel revival, ormai quarantenni realizzate e dalla vita un po’ meno caotica. La prima è Bette Porter, interpretata da Jennifer Beals di Flashdance, praticamente la leader del gruppo, determinata, perfezionista e (almeno all’inizio) moralmente irreprensibile; a caratterizzarla è anche la lunga – e a tratti travagliata – storia d’amore con Tina (Laurel Holloman, che qui torna solo come guest star, facendo intendere uno sviluppo nel loro rapporto), poi l’arrivo della figlia Angie. Shane McCutcheon (Katherine Moennig) è, invece, una parrucchiera dal look androgino, sessualmente disinibita e con una notevole carriera di cuori infranti alle spalle. Per finire, Alice Pieszecki (Leisha Hailey), una conduttrice televisiva bisessuale, per molto tempo il collante del gruppo, prima di affrontare pure lei una buona dose di problemi e manie. Le tre donne si riuniscono quando Shane torna in città avendo venduto i suoi saloni in giro per il mondo, mentre Bette corre per diventare la prima sindaca lesbica di Los Angeles.

3. New entry

Che non sia strettamente necessario conoscere il corso originale di The L Word (anche se sicuramente aiuta), lo dimostra il fatto che fin dai primi episodi Generation Q lega le storie delle veterane con una nuova generazione di personaggi: per esempio, la coppia formata da Dani Nunez (Arienne Mandi) e Sophie Suarez (Rosanny Zayas), due donne queer che lavorano rispettivamente per Bette come pr e per Alice come produttrice del suo show televisivo. Con loro vive Micah Lee (Leo Sheng), ragazzo transessuale di origini asiatiche, il quale è perdutamente cotto del vicino di casa, José Garcia (Freddy Miyares). Infine, Sarah Finley (Jacqueline Toboni), l’assistente personale di Alice, è una ragazza lesbica che ha ancora difficoltà a gestire il background della famiglia molto religiosa, ma inizierà comunque un riluttante rapporto con Shane. Anche il contesto che ospita le vicende è leggermente diverso: dalla patinata West Hollywood ci si sposta al quartiere hipster di Silver Lake, nell’Eastside di Los Angeles (mentre il famoso bar amato dalle protagoniste, il Planet, ha subito un radicale e deludente restyling), altro segnale che le vecchie storia continuano sotto un’altra veste.

4. Ancora sesso, tanto sesso

Un ingrediente fondamentale, e non semplicemente strumentale, di The L Word è sempre stato il sesso. Nel caso specifico, la rappresentazione franca e senza tabù dei rapporti lesbo aveva una funzione culturale ben precisa: liberarli degli stereotipi del porno (eterosessuale) e mostrare una naturalità che all’amore tra donne era sempre stata negata. Ciò non toglie che le scene erotiche della serie fossero le più bollenti della televisione tutta: amplessi nei bagni, in ascensore, a bordo piscina, alla console di una dj… per non parlare di sex tape e strap on… non esisteva ambito della fantasia che gli episodi non abbiano esplorato con grande libertà e un pizzico di malizia. E a guardare i primissimi minuti di Generation Q, sembra che la tradizione venga mantenuta, se non ampliata, con due scene hot in meno di 10 minuti. Perché The L Word è anche questo.

5. Il necessario cambio di rotta

Generation Q è una serie che, inevitabilmente, attira su di sé molte aspettative: non è solo il revival di un prodotto iconico e fortemente connotato, di cui deve mantenere il Dna di base rinfrescandolo con gli innesti di questa nostra epoca; è anche un erede che deve ovviare ai diversi problemi che la serie originale portava con sé. Perché è vero che The L Word ha rotto gli schemi e dato una visibilità alle donne lesbiche come mai prima di allora, però è altrettanto vero che quella visibilità era per certi versi criticabile. In fondo, le stagioni originali erano incentrate su donne (quasi tutte) bianche, influenti e privilegiate, che vivevano la loro vita sopra ogni standard e concedendo un’attenzione spropositata al sesso e alla seduzione (da una parte sintomo benvenuto di liberazione sessuale, dall’altra fonte di appiattimento di alcuni personaggi, soprattutto Shane). La serie, poi, dipingeva i bisessuali (le bisessuali, in particolare) come traditori e manipolatori e relegava le persone transessuali (soprattutto il povero Max Sweeney) a una fastidiosa rigidità stereotipica. Generation Q (nel frattempo già rinnovato per una seconda stagione) vuole – fin dal titolo – lasciarsi alle spalle le limitazioni e scoprire una nuova inclusività, più fedele alla variegata comunità Lgbt+ di oggi.

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