Coronavirus e predizione: quattro storie di ieri che parlano di oggi

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Il coronavirus è un virus letterario, nel senso che sembra riassumere in sé numerosi incubi e situazioni con cui la letteratura degli ultimi anni ha “giocato”. Una pandemia che ricorda gli zombie, un confinamento domestico che costringe a una rielaborazione dei rapporti umani. Viralità e spazio chiuso sono costanti di certa letteratura se non proprio recente, che comincia con la seconda metà del secolo scorso.
A proposito di spazi chiusi, il primo romanzo che mi viene in mente non è certo un capolavoro, ma, giudicato con gli occhi di oggi, ha una carica profetica: Blackout, di Gianluca Morozzi.
Correva l’anno 2004 e Guanda dava alle stampe il romanzo di un autore bolognese (già abbastanza famoso per il suo libro d’esordio, Despero) in cui si narravano le vicende di tre personaggi diversi tra loro (uno di questi molto pericoloso), rimasti bloccati in un ascensore, in piena estate. La forzata convivenza in uno ambiente ristretto fornisce un modo all’autore di sondare le personalità dei tre e la dinamica di relazioni tra loro. È un noir che, volendo forzare un po’ la lettura, può esser visto come parabola delle diversità difficilmente conciliabili.

Un altro romanzo che mi viene in mente in questi tempi in cui la tenuta del tessuto sociale è messa a dura prova, è Cecità (1995), di José Saramago. Per la verità, Saramago ha scritto due titoli che, a leggerli oggi suonano terribilmente attuali, il secondo è Le intermittenze della morte (2005).
In Cecità, bellissima distopia, per alcuni la più grande prova letteraria dell’autore portoghese, s’immagina un paese i cui abitanti sono colpiti da improvvisa cecità (che non si manifesta con un’oscurarsi del mondo, ma con un suo opacizzarsi, una sottigliezza narrativa questa, che vuole sottintendere forse più una confusione di punti di riferimento che una perdita del senso della vista). Per sopravvivere, le persone devono riorganizzarsi e ristabilire nuovi gradi di fiducia reciproca. Anche oggi stiamo vivendo una situazione di cecità. Gli occhi con cui abbiamo sempre condotto la nostra vita sono stati quelli del lavoro, di una socialità vissuta in spazi comuni che davamo per scontati, le vacanze, i bambini portati all’asilo eccetera. Tutto questo ci è mancato, rendendo i nostri spazi incerti, con confini – specialmente nella Fase 2 – tracciati più dal nostro senso di responsabilità che dalla legge. Occorre ritornare a vedere con occhi nuovi. Questo insegna il romanzo di Saramago e anche la pandemia che stiamo vivendo.

Le intermittenze della morte è anch’esso a suo modo una distopia: in un paese mai identificato, la morte smette di fare il proprio “lavoro” e, di conseguenza, la gente di morire. Se inizialmente la trovata immortalità è salutata con gaudio, in breve ci si rende conto di come essa sia un problema. I neonati rimangono tali, non crescono, i vecchi e i malati terminali non muoiono, diventano pura zavorra. L’interruzione del normale ciclo vita-morte sprofonda la nazione nella confusione. Una serie di settori che su quello stesso ciclo basava la propria fortuna e il proprio senso – medicina, agenzie di pompe funebri, ospedali, persino le correnti religiose – entra in crisi.
È questo un romanzo che sintetizza bene la confusione sociale e professionale che viviamo da quando è iniziata la crisi economica e che, col coronavirus, sembra aver trovato la sua apoteosi.

C’è poi un fumetto che rispecchia bene i tempi odierni, si tratta de L’eternauta (1957), capolavoro scifi che viene dall’Argentina, scritto da Héctor Oesterheld e disegnato da Francisco Solano Lopez. Da sempre, questa storia straordinaria, considerata non solo un capolavoro del fumetto ma della fantascienza in generale, viene vista come una metafora della dittatura militare e della strage dei desaparecidos, migliaia di argentini che furono arrestati perché sospetti di attività anti-governative in opposizione al regime e di cui si persero le tracce o furono rinvenuti i cadaveri. Di quei trentamila prelevati dalle loro abitazioni di notte per un viaggio senza ritorno, fecero parte lo stesso Oesterheld e le sue quattro figlie Oggi, almeno la prima parte del racconto allucinato e amaro parla non solo di dittatura ma di confinamento domestico forzato e della paura di uscire in strada. La storia, difatti, è quella di Khruner, detto “il vagabondo dell’infinito” che racconta a un autore di fumetti di Buenos Aires la triste storia che lo condannò all’attuale condizione. Dunque, di come un giorno una fitta nevicata scese dal cielo rivelandosi poi letale: bastava essere sfiorati da un solo fiocco per morire. La nevicata è un’arma con cui gli alieni si preparano a occupare la Terra. Per battere il territorio e affrontarli, i superstiti devono uscire di casa protetti con tute e fasciature fabbricate artigianalmente.
I primi capitoli dunque narrano una guerra combattuta con armi fa-da-te e con spirito di solidarietà.
Lo stesso che siamo chiamati a mostrare oggi.

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