La nuova grammatica della distanza sociale

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(Foto: unsplash.com)

Distanziamento sociale rientra fra le 10 espressioni più ricorrenti ai tempi del coronavirus. Insieme alle nostre abitudini, si sta modificando anche l’uso di alcune parole e le sfumature di significato connesse, come spiega la sociolinguista e traduttrice Vera Gheno in questo articolo.

Senza troppi timori, potremmo inserire il distanziamento sociale anche fra i cambiamenti che pesano di più nella nostra attuale quotidianità. Soprattutto per coloro che non possono avvicinarsi, per i motivi più vari, agli affetti importanti. Ma oltre ai nostri cari ci viene imposto un nuovo codice di distanza interpersonale con coloro che incontriamo nelle uscite di questi giorni.

Quando usciamo di casa e incontriamo un conoscente o un amico, ad esempio, dovremmo parlare a una certa distanza. Il che, in un periodo pre-Covid, sarebbe apparso bizzarro. Già, perché anche i centimetri che ci separano dai nostri interlocutori veicolano un significato. Comunicano qualche dettaglio sul rapporto che abbiamo con quella persona. E questo tratto è anche studiato da una disciplina che interessa sia la semiotica sia la linguistica: la prossemica. Nata nel 1936 grazie a Edward Hall, studia per l’appunto diversi mezzi di comunicazione paraverbale, non realizzati cioè attraverso le parole.

Fra questi ci sono la postura, la distanza reciproca dei parlanti e i gesti sia delle mani sia del capo. Anche le espressioni del volto, sebbene non rientrino nella prossemica in senso stretto, sono conseguenti agli avvicinamenti e agli allontanamenti. Sono tutti elementi connessi fra loro”, ci spiega Miriam Voghera, professoressa di Linguistica all’Università di Salerno.

Partendo da alcuni studi di etologia, Hall teorizzò l’esistenza di una bolla immaginaria che circonda ogni individuo. A seconda dei centimetri che ci separano si delinea uno spazio diverso: intimo fino a 45 centimetri, personale da 45 a 120, sociale da 120 a 360 e infine, oltre questa distanza, pubblico. Non è un caso se, camminando per strada, tendiamo a essere molto vicini al nostro partner, magari anche mano per mano, mentre con un collega la distanza aumenta.

La distanza fisica è regolamentata socialmente. Ogni cultura stabilisce ciò che è accettabile e ciò che non lo è. In Italia una grande vicinanza tra genitori e figli è del tutto accettabile, ma la stessa distanza non lo è neanche fra parenti. Il Giappone è un esempio tipico quando si parla dell’influenza della cultura sull’accettabilità di una distanza: rispetto al nostro Paese, a parità di relazione, di solito si è molto più distanti”.

Nel linguaggio esistono anche delle espressioni che comunicano l’insofferenza verso un’eccessiva vicinanza. Parlare addosso è una di queste: significa essere aggressivi in qualche modo ed è sintomo del fatto che non tolleriamo un’eccessiva vicinanza da parte di persone che non consideriamo intime. Le metafore spaziali sono uno degli strumenti che utilizziamo per esprimere le nostre relazioni con gli altri”.

A seconda della cultura varia anche la possibilità di toccarsi. “È oggetto di tabù nei contesti formali: toccarsi mentre si parla in alcune culture non è consentito”, prosegue Voghera.

In questi giorni la bolla teorizzata da Hall è rimodellata dalle misure previste dal Governo. Viene quindi da chiedersi se la prossemica stessa possa subire delle variazioni. “Considerando la brevità del periodo in cui per ora sono cambiate le distanze, mi pare difficile che la prossemica possa cambiare”.

Questo sia perché il cambiamento non è spontaneo, ma imposto, sia perché di fatto trascorriamo ancora molto tempo a casa rispetto al solito. Inoltre, non siamo forse così aderenti alle indicazioni suggerite. “Cerchiamo di stare a distanza, ma non appena iniziamo a parlare, dopo cinque minuti ce ne scordiamo e ci avviciniamo. Il fatto è che dobbiamo fare uno sforzo enorme per mantenere le distanze con qualcuno con cui abbiamo un’interazione verbale”.

Perché si possa osservare un cambiamento della prossemica “queste misure dovrebbero durare molto a lungo. Si tratta di una nuova grammatica della distanza, il cui apprendimento è però davvero nelle primissime fasi”.

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