Le leggende su maschere e mascherine, tra coronavirus e non

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(foto: Oli Scarff/Afp via Getty Images)

Lasciamo volutamente perdere il corto circuito comunicativo sulle raccomandazioni: le mascherine ora sono ovunque in Europa, come già lo erano in Cina e negli altri paesi asiatici. Ora che il loro utilizzo è di fatto una necessità, sono inevitabili le voci e le leggende che cercano incorporare nelle narrazioni questa nuova quotidianità.

Oltre alle leggende, il tema della maschere, e più in generale dei travestimenti durante la pandemia sta avendo: “una produzione di folklore vivente di proporzioni immani, che impegnerà gli studiosi e il pubblico generale per lungo tempo. Anche sotto questo profilo, il virus SarsCoV-2 getterà a lungo la sua ombra sulla cultura del XXI secolo”, come ha recentemente notato il Ceravolc abbozzando una rassegna dei tipi più comuni. Non è però la prima volta che maschere e leggende si intrecciano.

La famosa maschera del medico della peste

È il memento mori più riconoscibile di questa pandemia, siano memi o o cosplayer. Il costume da medico della peste e in particolare la sua maschera a becco svolgono egregiamente questa funzione. La sua provvidenziale (?) somiglianza con un uccello saprofago non la manda certo a dire. Eppure c’è un po’ di confusione su questa maschera. Per prima cosa viene associata al medioevo. Del resto tutto quello che ci sembra oscuro, antiquato, superstizioso, tendiamo a collocarlo proprio in quel particolare periodo della storia. Nel secolo scorso anche importanti riviste mediche, come LancetBritish Medical Journal, davano per certo il suo utilizzo durante la famosa peste nera (XIV secolo). Anche il Nejm ci è cascato, e solo pochi giorni fa (!). Ma no, il famoso costume non è del medioevo. Risale al XVII secolo, o almeno è qui che se ne comincia a parlare.

La maggior parte degli storici concorda che il costume sia esistito e che c’entrino le epidemie di peste, ma quanto era diffuso? Questo è un altro paio di maniche, vista anche la scarsità di reperti autentici. Sicuramente non tutti i medici usavano la caratteristica maschera, e non ovunque, ma a dispetto di ciò il terrificante design è diventato popolarissimo, al punto da diventare una maschera della commedia dell’arte e poi una vera e propria icona pop. Qualcuno forse ricorderà il filmato virale 11B-X-1371 del 2015, dove una persona travestita con la maschera sembrava voler comunicare un messaggio in codice. Sull’abnorme popolarità della maschera la storica Kathleen Crowther riflette però che è tale da azzerare altre parti, ben più importanti, della storia delle epidemie di peste. Per esempio il ruolo ben documentato delle donne nell’assistenza medica ai malati.

Le Loyon

Sono per ora meno frequenti, ma le maschere antigas sono già state avvistate anche durante la pandemia del nuovo coronavirus. E del resto le prime non erano poi molto diverse esteriormente dai cappucci indossati da alcuni medici della peste, con o (più spesso) senza l’iconico becco. Per esempio a Rivarolo il 2 aprile scorso un uomo è entrato in un ufficio postale in perfetta tenuta post-apocalittica. E con la generale approvazione dei testimoni, ché non si è mai abbastanza sicuri. Incontri simili sono stati segnalati un po’ dappertutto, motivati sia da genuina paura che da altri intenti. Per esempio un deputato repubblicano americano, Matt Gaetz, ha indossato a marzo una maschera antigas durante un voto relativo all’emergenza covid-19, ma voleva farsi beffe di chi credeva stesse esagerando con il rischio.

A questo punto gli intenditori si saranno ricordati della leggenda di Le Loyon, la misteriosa figura che per circa un decennio è stata segnalata nei boschi di Maules, in Svizzera. L’aspetto era quello di una persona in maschera antigas e pastrano. Non parlava, né minacciava, ma naturalmente terrorizzava chiunque lo incontrasse. Nel 2013 una foto pubblicata da Le Matin lo ha finalmente immortalato. In seguito è stato trovato una specie di testamento accanto alla sua divisa abbandonata. Le Loyon, o chi per esso, non aveva gradito il clamore mediatico per quello che faceva, senza far male a nessuno: una forma di terapia, la chiamava. Annunciava di ritirarsi dalle scene, non voleva una caccia al mostro.

In questo caso si parla di leggenda non nel senso di falso, ma perché dagli avvistamenti si sono sviluppate narrazioni che cercavano di dare un senso allo straordinario. C’è addirittura chi pensava che non fosse umano, e inevitabilmente ci sono stati emulatori. Ora che quello di Le Loyon non è nemmeno il più strano dei travestimenti pandemici che vediamo, sarebbe forse interessante conoscere il suo punto di vista su come stiamo affrontando il nuovo coronavirus.

Dalle mascherine a Kuchi-sake-onna

La maschera del medico della peste, e le sue simili, si basavano sulla teoria del miasma, cioè cattiva aria, creata dagli odori della putrefazione. Per questo si cercava in qualche modo di filtrarla e combatterla, eventualmente anche con profumi. Solo in seguito sono stati scoperti gli agenti infettivi. Alcuni di questi viaggiano nell’aria (con e senza puzza) e se si riesce a bloccarli fisicamente all’ingresso delle vie aeree allora si può prevenire il contagio. Alla fine si arrivò quindi alle mascherine, tra le quali famosa quella inventata dal Wu Lien-teh durante un’epidemia di peste in Manciuria (1910-1911) agli inizi del secolo scorso. Per alcuni è l’antenata delle N95.

Poi arrivò la Spagnola, e in molti paesi le indossarono, per obbligo (come in molte amministrazioni americane, non senza proteste) o meno (da noi era volontario). In Giappone però le mascherine rimasero anche quando la Spagnola se ne andò. Diventò un’abitudine portarle, e alla loro funzione anti-epidemica se ne affiancarono altre. Le mascherine oggi sono usate anche contro allergie, per nascondere imperfezioni (o assenza di make up) o anche per moda. La leggenda di Kuchi-sake-onna non poteva nascere che qui.

Una giovane donna con la bocca coperta da mascherina chiede a un passante, spesso un bambino: “Sono bella?”. Se la risposta è negativa Kuchi-sake-onna ucciderà subito il malcapitato. Se affermativa, abbasserà la mascherina rivelando che la bocca è stata squarciata da un orecchio all’altro e chiederà “e adesso sono bella?”. L’algoritmo prosegue: un “no” porterà a morte certa, mentre con un sì la vittima avrà salva la vita, ma sarà mutilata esattamente come la donna. La voce risale alla fine degli anni ’70 e oggi è un ingrediente comune nei film dell’orrore. Esiste anche una versione coreana, dove la mascherina è rossa, ma la leggenda è nata senz’altro in Giappone. Forse discende da leggende medievali, ma per alcuni autori è un moderno yōkai. Sfortunatamente per i folkloristi, né la Sars né Covid-19 (per ora) hanno portato a un’evoluzione della leggenda con nuovi avvistamenti. Ma tutti la conoscono.

Le mascherine anti coronavirus soporifere

Ci sono diverse bufale ora in circolazione sulle mascherine. Per esempio si dice che alla lunga farebbero aumentare pericolosamente il CO2 nel sangue, o che bisogna eseguire il famigerato test della candela. Una vera e propria leggenda è invece quella delle mascherine al cloroformio, cioè adulterate da perfidi mascalzoni per addormentare in breve tempo le loro vittime e spogliarle dei loro averi, o peggio.

Come altre leggende, quella delle mascherine al cloroformio ha fatto in brevissimo tempo il giro del mondo. Dai messaggi Whatsapp a Tik Tok, dai media tradizionali a Twitter, quasi ovunque è arrivata alla fine una versione di questa storia. In questo caso però, notano Sofia Lincos e Giuseppe Stilo su Query: “stupisce il fatto che in molti Paesi l’allarme per le narco-mascherine abbia preceduto – non seguito – l’espansione del contagio”.

Ma perché alcune leggende diventano cosmopolite e altre no? Nel caso delle mascherine al cloroformio si può dire che sia materiale già ben collaudato. Secondo i due esperti abbiamo sia il filone dei criminali senza scrupoli che approfittano dell’emergenza, sia il meccanismo curioso per realizzarla. Possiamo identificare alcuni precursori delle mascherine al cloroformio. I racconti sulle rapine con l’ipnosi o col gas soporifero hanno una lunga storia, come anche quelli sui biglietti da visita alla burundanga. E i criminali più avanzati userebbero anche i famosi, quanto inesistenti, portachiavi con chip traccianti. Sono tutti sistemi, che anche qualora tecnicamente attuabili, sono molto meno pratici di quanto sembrano. Me nelle leggende funzionano sempre.

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