Come il lockdown ha ridisegnato la politica italiana

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L’unica certezza in questi mesi di incertezza è che la pandemia ci ha proiettati in un mondo nuovo. Se da una parte il “ne usciremo migliori” è già stato smentito da diversi episodi di cronaca, è innegabile che il palcoscenico su cui vanno in scena le nostre vite ha totalmente cambiato fisionomia. Sono diverse le abitudini, sono diversi i pensieri che ci accompagnano anche nella più banale delle azioni, è diversa in generale tutta la nostra quotidianità. A cambiare è stata anche la politica, nel senso di suoi rappresentanti. In un momento in cui essa non poteva poggiarsi sulle grandi decisioni perché tutto si è trovato in standby, sono emerse singole personalità mentre altre hanno perso la loro forza. Una delle eredità che ci porteremo da questi mesi difficili sarà anche questa rimodulazione del tessuto politico italiano.

L’emergenza ha certificato la debolezza del Partito Democratico, nelle vesti del suo segretario Nicola Zingaretti. Quest’ultimo è stato di fatto schiacciato dagli eventi, alla sua voce ci si imbatte in un non pervenuto e se proprio rimarrà qualcosa nella memoria collettiva degli italiani, questo è il suo spritz sui navigli milanesi all’insegna del riapriamo tutto, seguito pochi giorni dopo dalla notizia che il segretario aveva contratto il virus. L’eclissi del più grande partito di centrosinistra italiano, non tanto nei numeri con i sondaggi che restano stabili ma più che altro nella sua forza ideologica, non è comunque la grande novità politica portata dal Covid-19, si tratta semmai di una delle poche cose a non essere cambiate rispetto a prima. La crisi c’era già da tempo, la sensazione di aver davanti un corpo passivo, pigro, ci accompagna da anni e in un momento difficile come quello degli ultimi mesi abbiamo solo avuto la conferma di tutto questo, oltre che della debolezza della sua leadership.

 

(Foto: Adriana Sapone/LaPresse)

 

C’è comunque chi, pur venendo dal mondo del Partito Democratico, è stato capace di affermarsi in questi mesi di crisi sanitaria, ampliando il suo consenso. Trattasi del governatore campano con il lanciafiamme, Vincenzo De Luca, che sin dall’inizio ha trasformato il suo studio in un palcoscenico teatrale dove alternare sketch tra il serio e il faceto che hanno fatto il giro del mondo. De Luca è diventato un simbolo del lockdown, ma a ben pensarci il suo successo racconta bene la crisi della sinistra italiana. Una sinistra che funziona quando smette di essere tale, nel senso che corteggia gli ideali e il lessico paranoico securitario storicamente della destra. Piuttosto che una resurrezione progressista, quella di De Luca sembra più che altro una strizzata d’occhio a un elettorato che con la sinistra ha poco o nulla a che fare.

Il paradosso è che per un governatore di centrosinistra che guadagna consenso giocando a fare lo sceriffo, c’è un politico di destra che da tempo detiene il copyright di questo ruolo ma che nei mesi del lockdown ha vissuto una crisi di seguito. È il leader leghista Matteo Salvini, da sempre abituato a giocare di ostruzionismo ma che in un momento così delicato per il paese ha forzato troppo la mano, facendo perdere la pazienza anche a chi in qualche modo era affascinato dalla sua figura. Salvini raramente ha assunto un atteggiamento propositivo durante questi mesi, al contrario ha trasformato ogni suo intervento in un comizio elettorale in cui fare le pulci al governo e accrescere le paure degli italiani, puntando anche su vecchi jingle come l’allarme invasione, lo spaccio incontrollato e via dicendo, aggiungendo poi una buona dose di complottismo e antiscientismo. Una ricetta che poteva funzionare prima ma che ora, in un paese che più che mai avrebbe bisogno di qualcosa di positivo a cui appigliarsi, si è rivelata un boomerang.

 

Zaia
Foto LaPresse – Francesco Moro


Anche perché l’alternativa salviniana al governo giallorosso l’abbiamo vista in Lombardia, dove il leghista Attilio Fontana è riuscito a sbagliare tutto quello che poteva sbagliare, con l’aggravante di non essersi mai preso le sue responsabilità. Il mito del buongoverno leghista ha subito un duro colpo e poco importa se il modello veneto di Luca Zaia abbia dato buoni risultati. Anche perché l’ascesa di quest’ultimo ha incrinato ulteriormente la posizione di Salvini e se ne sono accorti anche all’estero, con il Financial Times che ha titolato “L’astro nascente Zaia offusca la leadership di Salvini nella Lega” – il governatore veneto ha oggi un consenso al 50%, contro il 20% del leader nazionale.

giuseppe conte

Tra un Partito Democratico in crisi, un Salvini ridimensionato e un’ascesa di governatori di destra e sinistra che hanno scavalcato in popolarità i rispettivi leader nazionali, a uscirne sotto una buona luce da questi mesi difficili è stato anche il premier Giuseppe Conte. Di errori ne ha fatti e viene da chiedersi se la sua impennata di consenso sia più frutto di un suo merito o di un demerito degli altri. Fatto sta che l’avvocato del popolo ha dimostrato di saper reggere a uno dei momenti più bui della storia recente italiana.
Finiti i tempi del lockdown e superati i momenti di maggiore paura, con le riaperture e la fase 2 si inaugura ora un nuovo corso per l’Italia e anche per la sua politica. Con le elezioni regionali all’orizzonte e un governo perennemente in bilico, ci aspettano mesi in cui la propaganda elettorale tornerà più forte che mai, tra chi vorrà consolidare la  sua posizione e chi cercherà di recuperare il terreno perso.

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