Cosa intende Trump quando parla di “Antifa”?

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Manifestanti di gruppi antifascisti a New York. (foto: Stephanie Keith/Getty Images)
Nelle ultime ore ha sollevato un notevole dibattito l’annuncio di Donald Trump, arrivato prima via Twitter – tanto per cambiare – e poi in diretta alla Casa Bianca, che ha etichettato il movimento Antifa come “terrorista” e promette di trattarlo come tale d’ora in poi. Non è un mistero che per il presidente il movimento della sinistra radicale è la mente e la mano del caos delle proteste di questi giorni, quelle che hanno incendiato le decine di auto e assediato la Casa Bianca durante le proteste per la morte di George Floyd a Minneapolis. La Lega e diversi gruppi conservatori, d’altronde, anche in Europa hanno apprezzato la scelta di Trump, mentre in tanti si pongono domande sul significato della sigla, che non di rado viene travisata.

I militanti vestiti di nero che nel nome dell’antifascismo spesso intimidiscono e spaccano vetrine durante le manifestazioni di questi giorni – o che di recente hanno assediato le sfilate dell’ultra-destra in varietà città americane – sono qualcosa di diverso dal concetto di antifascismo che si è radicato in Italia. Sappiamo che tante incarnazioni aggressive dei movimenti dal basso si sono intestate anche alle nostre latitudini quella sigla, ma da noi è molto più facile associarla a un’immagine più ampia e certo più pacifica, fatta di anziani col fazzoletto rosso al collo che sfilano il 25 aprile o di una borghesia moderata che compra giornali moderati.

Più che nel suo senso generico di gruppo che si oppone al fascimo, l’Antifa statunitense va inteso come un movimento destrutturato che usa tattiche simili a quelle che in Europa vengono associate ai cosiddetti black bloc. Una galassia di dimensioni medio-piccole, senza gerarchie e senza organizzazione formale che negli Stati Uniti – in particolare in quelli nord-orientali – si è diffusa come forma di opposizione ai crescenti movimenti di estrema destra degli ultimi cinque-dieci anni.

Un movimento che sì ha una innegabile propensione a creare con una certa frequenza problemi ai manifestanti pacifici, ma che non ha nessun rapporto col Partito democratico e nemmeno con la sua costola socialista – i Democratic Socialist di Alexandra Ocasio-Cortez e Bernie Sanders, per capirci – e che va inquadrato più all’interno dell’universo punk o anarchico, che all’antifascismo pensoso di stampo marxista o liberale di casa nostra.

Nella narrativa dominante nel Partito repubblicano, nella galassia dell’alt-right – ossia della nuova destra maschilista e anti-politicamente corretta – gli attacchi compiuti dagli Antifa durante le manifestazioni della destra radicale sarebbero l’evidenza di una sinistra fuori controllo, e che però trova giustificazione tra gli intellettuali e gli studenti universitari. Gli Antifa – è la posizione più diffusa tra i pensatori trumpiani – sono nient’altro che teppistelli di strada che fanno di ogni  gruppo sgradito un fascio, e rappresentano un serio problema per la sicurezza pubblica.

Il caso Andy Ngo

Un episodio importante della guerra culturale in corso è l’aggressione, avvenuta quasi esattamente un anno fa, del giornalista Andy Ngo da parte degli Antifa di Portland. Ngo è figlio d’immigrati ed è apertamente gay, e ha trovato la sua fama su Quillette, uno dei siti più celebri dell’Intellectual Dark Web – vaga definizione che include scrittori e filosofi che combattono con strumenti spesso molto raffinati le politiche identitarie, il mondo dei liberal e il conformismo delle sinistre. Ngo è un reporter di tipo gonzo, che va in giro con la sua telecamera per i quartieri ad alta densità islamica di Londra e mostra cartelli che proibiscono il consumo di alcol, si presenta agli eventi filotrumpiani e intervista i personaggi più coloriti, spiegando che dietro ai “mostri” descritti dagli studenti metropolitani si nasconderebbero solo persone comuni che contestano il multiculturalismo, mentre gli Antifa sarebbero dei veri e propri squadristi.

Ngo ha trovato la sua fama presso Fox News e altre emittenti del conservatorismo mainstream nel luglio del 2019, dopo che in effetti alcuni Antifa – con scarsa perspicacia politica – lo hanno assalito a Portland, durante una contro-manifestazione che puntava a boicottare un rally di alcuni suprematisti bianchi, con alcuni schiaffi e un milkshake in faccia, mandandolo all’ospedale. Tutta la stampa rispettabile ha espresso solidarietà per lui e condannato l’attacco; tuttavia, poche settimane dopo, sono emersi dei filmati girati di nascosto da un attivista liberal che mostravano il reporter simpatizzare con alcuni militanti dei Patriot Prayer, un gruppo di estrema destra ribattezzato il fight club dell’alt-right. Mentre questi pianificavano alcuni attacchi violenti alle minoranze e atti di provocazione, Ngo prendeva appunti senza preoccuparsi di denunciare. A scandalo avvenuto Quillette ha preso provvedimenti e lo ha licenziato.

Se questo è il clima nel quale si confrontano le idee e le piattaforme culturali, c’è l’attualità a ingigantire lo scontro. Non è da escludere che le manifestazioni di questi giorni possano essere state infiltrate da alcuni attivisti Antifa più interessati a saldare i conti con polizia e gruppi suprematisti che a portare avanti un discorso costruttivo: al momento sappiamo poco. Si possono vedere sui social diversi video di manifestanti neri che chiedono ad alcuni caucasici incappucciati di smetterla con il vandalismo.

Allo stesso modo, mentre Trump ha gioco facile a incolpare i movimenti di sinistra per i disordini, la pervasività del suprematismo bianco in alcuni corpi di polizia e in diversi gruppi provocatori è un fenomeno reale (e diverse foto di poliziotti in assetto antisommossa immortalati con le simboliche tre dita sono lì a dimostrarlo).

Andy Ngo è tornato, nel frattempo, a scrivere per una testata di parte ma più prestigiosa, il britannico Spectator, spiegando che la morte di George Lloyd è solo un pretesto per un un’insurrezione pianificata da tempo dall’estrema sinistra. Il frame narrativo della Casa Bianca si appoggia a questa lettura, ossia che l’estremismo esista da una parte sola, quella degli Antifa, nati per mettere a soqquadro l’America.

Sarà vero che sono teppisti?

Eppure, il movimento degli Antifa non è definibile con l’esattezza che vorrebbero i suoi nemici. Al punto che nella confusione una lunga lista di celebrità difficilmente inquadrabili come black bloc (ad esempio Liam Gallagher o George Takei) si sono proclamati antifascisti, giocando proprio sull’ambiguità del termine. Questo rende davvero improbabile, secondo il New York Times ad esempio, un loro inquadramento nella definizione di “organizzazione terroristica”, per ragioni evidenti: in primis è difficile stabilire che siano un’organizzazione, dato che sono organizzati in cellule indipendenti le une dalle altre, che spesso non hanno nemmeno un leader. E poi, banalmente, non sono un’organizzazione straniera (una precondizione necessaria a ciò che ha in mente Trump, ovvero metterli fuorilegge in quel senso). Persino l’Anti-Defamation League, solitamente non tenera con i movimenti della sinistra radicale, trova inappropriato il parallelo tra Antifa e gruppi come gli Hezbollah.

Probabilmente la sparata di Trump farà a gara con le altre, come il tentativo di punire i social per decreto legge dopo che Twitter gli ha bollato due messaggi: una boutade elettorale. Che però, nella sua vaghezza, rischia di ampliare a più non posso la definizione di avversario per il suo stesso popolo, che a questo punto potrebbe sentirsi autorizzato ad armarsi e fare da solo.

Il ruolo degli Antifa nei riots di questi giorni è difficile da negare, ma ancor più da misurare. La loro strategia è probabilmente nichilista e inservibile per qualsiasi partito. Ma il soffiare da parte di Trump sulla guerra civile strisciante nel suo paese per coprire l’inabilità a governare rischia di fare molti più danni.

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