Investire nelle automobili smart per dimezzare i tempi del 118

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Milano Area B mis

Approfittare della tecnologia per restare sempre in contatto con un’automobile in viaggio e permettere l’intervento rapido del 118 in caso di incidente. Senza che sia necessaria una richiesta di aiuto. Le scatole nere piene di sensori piazzate nelle macchine permettono il dialogo tra le automobili in strada e i computer di una centrale operativa attiva 24 ore su 24. Europ Assistance, compagnia di assicurazioni specializzata nell’assistenza privata, dal 2017 ha avviato un progetto di E-call privato in partnership con Areu Lombardia (l’azienda regionale emergenza urgenza della Regione). “Con l’E-call le stime prevedono il dimezzamento dei tempi di attesa per un intervento del 118 in aree rurali e una riduzione del 40% in città”, spiega Gennaro Bisesti, direttore operativo di Europ Assistance.

Partiamo dall’inizio, che cosa è una E-call nel settore automobilistico?

“È un protocollo attivo su tutti i veicoli che sono omologati a partire dal 2018 e prevede l’attivazione di servizi di emergenza, 112 e 118, in maniera automatica. In caso di incidente, con una decelerazione o un impatto, scatta una richiesta di aiuto senza che sia necessario attivare fisicamente una centrale operativa. Il segnale parte direttamente e arriva agli operatori collegati che attivano i servizi di soccorso”.

Qual è l’effetto immediato?

“Quando c’è un incidente in una zona poco trafficata noi riusciamo ad attivare i soccorsi, anche se in auto c’è una sola persona che non è cosciente. Non sarebbe possibile farlo con metodi tradizionali: la chiamata arriva subito in centrale e quando i sensori rilevano un urto particolarmente rilevante gli operatori possono attivare l’ambulanza senza aspettare. Con il protocollo pubblico la telefonata la riceve il 118; il protocollo privato prevede che la telefonata passi da una centrale operativa come la nostra”.

Centrali che fanno da filtro sulle richieste, concentrando le attenzioni solo sui casi più gravi…

“Nella pratica quotidiana tutti utilizzano il protocollo privato e il ruolo di una società come la nostra è scremare la marea di dati e telefonate per attivare il 118 solo quando serve. Negli anni di sperimentazioni che abbiamo fatto abbiamo ricevuto 800mila allarmi e solo 80 di questi hanno richiesto davvero l’intervento di una ambulanza”.

Come è possibile?

“I sistemi sono tarati su delle soglie molto basse per cercare di intercettare più casi possibili e se noi andiamo a trovare casi che non sarebbero stati individuati riusciamo a intervenire tempestivamente. L’intervento quando è necessario salva la vita”.

Come funziona tecnicamente la piattaforma?

“I veicoli sono dotati della scatola nera, la cosiddetta black box, che è obbligatoria dal 2018 per le automobili di nuova omologazione. Il portafoglio italiano di veicoli connessi è di 3 milioni di auto, ma molto spesso si tratta di una black box installata sul veicolo post-produzione. Ne esistono di diversi tipi, tutte hanno sensori di accelerazione e di posizione; le scatole nere installate direttamente dai costruttori possono avere in più informazioni sul veicolo. In caso di incidente tutti questi dati vengono impacchettati, viaggiano sulla rete di telecomunicazione e arrivano a un Telematics Service Provider. A noi arrivano tramite un protocollo sicuro per essere analizzati dalla centrale operativa”.

Insomma, i tecnici valutano la decelerazione e calcolano l’impatto. Se la scatola nera è installata dal costruttore possono anche sapere se si sono aperti gli airbag. Con il quadro completo, se necessario, avvisano l’Areu. Come funziona il vostro rapporto con loro?

“Ormai siamo ben rodati. Ci sentiamo solo per gestire casi particolari. Durante l’emergenza del coronavirus li abbiamo aiutati scremando le richieste e abbiamo fatto in modo che non arrivassero su di loro tante chiamate di emergenza. Attraverso Areu Lombardia possiamo attivare il 118 su base nazionale: il servizio riesce a funzionare ovunque perché poi loro smistano le telefonate”.

L’impatto del coronavirus sui comportamenti delle persone lo possiamo solo immaginare per il momento, ma molti osservatori sottolineano che sarà la mobilità a subire i cambiamenti più profondi. Come vi state organizzando?

“La vera sfida è guardare alla mobilità alternativa. Noi abbiamo già un prodotto che copre la bicicletta e a brevissimo includeremo monopattini e tutti mezzi di trasporto innovativi che possono essere utilizzati dalle persone. Bisognerà passare dalla tradizionale assistenza al veicolo all’assistenza alla persona. Di fatto non volgiamo più coprire la macchina, vogliamo proteggere una persona che ha una esigenza di mobilità. Che si muova in auto, bicicletta, trasporto pubblico o car sharing”.

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