A Roma neofascisti e arancioni hanno ballato sulle tombe dei morti

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(Foto: Riccardo De Luca/Anadolu Agency via Getty Images)

Lo sfregio dell’Italia peggiore al “sommerso del bene”, per dirla con le parole di Sergio Mattarella ieri a Codogno. Mentre il presidente della Repubblica scopriva una targa in memoria delle oltre 33mila vittime del Covid-19, a Roma – come nei giorni scorsi a Milano e altrove – c’era chi ballava sulle loro tombe. Chi uccideva la dignità e il rispetto che si deve ai famigliari e agli amici che non hanno salutato né sepolto i propri cari. A quelli che hanno svolto funerali in tre. Non si pretende la cultura, e neanche gli strumenti per affrontare una situazione del genere tutti allo stesso modo. D’altronde le emergenze sono il più fertile brodo di coltura dell’osceno, cioè delle false piste rispetto a ciò che può nascondersi dietro le posizioni ufficiali. Ma il rispetto per i morti, quello sì. Quello è dovuto, in un paese civile.

E invece, fra la falsamente popolosa manifestazione del (centro?)destra nella stretta via del Corso e il baraccone indecente ma oggettivamente sparuto di quelli che si fanno chiamare “gilet arancioni” in piazza del Popolo, la festa della Repubblica di ieri si è trasformata non solo nella più ampia violazione delle norme di sicurezza sanitarie che da tre mesi gli italiani rispettano scrupolosamente ma anche nella definitiva frattura del patto di fiducia dei cittadini nei confronti delle autorità. E in fondo anche fra se stessi.

Oggi si riparte, torna la circolazione interregionale, si organizzano vacanze, ci si riverserà in spiaggia o in montagna, nei locali e ben presto anche in quelli che sarebbe impensabile poter immaginare aperti, come le discoteche. Fra l’altro, sulla scorta di qualche medico zelante che sparla pericolosamente sul virus. Se nessuno ha impedito quello scempio fatto di neofascisti suderecci e grotteschi forconi, che genere di richieste possiamo mai rivolgere ai cittadini perbene? Ancora e di nuovo, di colmare con la loro responsabilità i vuoti lasciati dalla politica più tossica e dal populismo più fuori di testa, una specie di grillismo in versione beta rimasticato dal peggio che arriva dai sottocanali degli aggregatori americani?

Dopo una primavera alla disperata ricerca di mascherine pagate a peso d’oro, della cura e della tutela reciproche, delle distanze di sicurezza e della pantomima dei congiunti ieri abbiamo dunque espulso dal corpo martoriato del paese il rigurgito che ci ha riportati alla realtà. Quella, per esempio, delle autorità che fino a ieri multavano senza pietà runner, cani e padroni, che ripescavano solitari bagnanti inseguendoli coi droni, che lanciavano crociate contro la “movida” ma che oggi non si sa come abbiano potuto permettere quella roba, non si sa se abbiano identificato e sanzionato quella triste fuga per la sconfitta collettiva. Finirà tutto, come sempre, in un passo indietro fatto di timori e menefreghismi, balbettamenti istituzionali, una bella intervista piena di “sì però” e tanti saluti agli ingenui concittadini.

Gerarda Pantalone, prefetto di Roma, e Luciana Lamorgese, ministro dell’Interno, dovrebbero come minimo scusarsi con i milioni di italiani che hanno assistito a quel nauseabondo sacrificio collettivo. Consumato nelle mani di un manipolo di neofascisti e negazionisti dopo una stagione di dolore, mentre c’è chi è ancora chiuso in casa ad aspettare un tampone che non arriva più, chi non elaborerà mai il lutto di una perdita senza commiato, chi rimette insieme i pezzi di una crisi che gli ha tolto il lavoro ma non la dignità. Come invece è avvenuto fra gli italiani peggiori che chiedono la parola ma non hanno nulla da dire.

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