Cosa serve al mercato del lavoro dopo l’emergenza coronavirus

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Carrozzieri al lavoro con la mascherina nell'Italia chiusa per coronavirus (foto di Antonio Masiello/Getty Images)
Carrozzieri al lavoro con la mascherina nell’Italia chiusa per coronavirus (foto di Antonio Masiello/Getty Images)

Il decreto Rilancio getta le basi per “un possibile rimbalzo dell’economia rispetto alla stasi di queste settimane” di emergenza coronavirus, ma per dare una bella spinta serve più coraggio. Andrea Malacrida, country manager di Adecco in Italia, guarda il mercato del lavoro dalla prospettiva di chi fa incrociare domanda e offerta, un lavoro non semplice dopo due mesi di lockdown: “Giusto rispettare le regole, ma bisogna garantire la continuità operativa delle imprese per non trovarci a gestire una situazione economica e sociale ancora più devastante rispetto a quella sanitaria”.

È inutile girarci intorno: lo scenario è complicato, le stime sul pil italiano per il 2020 parlano di un sonoro -8%. Quanto sarà difficile recuperare?

“Sicuramente adesso ripartiremo per provare a recuperare il tempo perduto; però ho un po’ paura che queste otto settimane e oltre in cui siamo stati completamente congelati abbiano delle ripercussioni forti in un mercato come il nostro ad appannaggio di piccole-medie aziende, con i loro tipici rischi di liquidità”.

Il decreto rilancio dopo il via libera del governo è arrivato in Parlamento, dove potrà essere cambiato in lungo e in largo fino luglio. Come giudica i primi passi della norma-simbolo della ripartenza?

“Sul decreto Rilancio posso parlare con consapevolezza per quanto riguarda il mercato del lavoro: fino ad ora il governo ci ha ascoltato sulla sospensione del decreto Dignità, ma ai minimi. Con il testo attuale è permesso prorogare o rinnovare contratti a tempo determinato senza apporvi alcuna causale, però solo fino al 30 agosto 2020. Un periodo non sufficiente, ci auguriamo che in Parlamento il lavoro possa essere completato tutelando non solo i dipendenti a tempo determinato che stanno lavorando ma anche quelli che si sono visti stoppare il contratto nelle settimane immediatamente precedenti il decreto Rilancio”.

Si rischia di spaccare il mondo degli occupati a tempo determinato in due parti.

“Lo stop alle causali per proroghe o rinnovi ha dato la possibilità di bloccare una emorragia di stop ai contratti a tempo determinato che avrebbe portato a centinaia di migliaia di posti di lavoro non confermati. Ma adesso tocca ai lavoratori che si sono visti stoppare il contratto di lavoro poco prima del dl Rilancio. Queste persone, decine di migliaia, non potranno essere richiamate qualora la loro azienda decidesse in fase di rimbalzo di fare delle assunzioni. Ed è una follia perché si deve andare a prendere chi ha una formazione molto più bassa. Non ha senso. Noi chiediamo di tornare a norme permettano flessibilità rispetto al dl Dignità e di prolungare la proroga senza causali fino a fine anno”.

Il mondo delle imprese è pronto a ripartire?

“Le aziende sono pronte e hanno sicuramente voglia. È ovvio che la ripartenza sarà viziata dalle costrizioni che stanno cambiando totalmente il modo di lavorare a partire dalla nuova normalità legata al concetto della distanza sociale. Un altro tema delicato sarà l’aspetto comportamentale: sarà importante riuscire a trasmettere una cultura legata alla fiducia e al senso di responsabilità. Rientrare al lavoro con un approccio collaborativo può giovare molto”.

Cosa si porta dietro il mondo del lavoro da questi due mesi di lockdown?

“Abbiamo dovuto ricalibrare le attività lavorative, ripensando il rapporto tra presenza fisica e lavoro da remoto. Ormai le aziende si stanno interrogando su nuove modalità di efficienza e ottimizzazione dei processi attraverso il lavoro da remoto. In queste settimane abbiamo scoperto che anche nel recruiting tanti processi analogici e fisici erano superflui. Si buttavano via tempo e denaro, ma colloqui da remoto o test online hanno permesso di accelerare il processo di selezione e di essere in tanti casi molto performanti. Quello che prima si pensava non potesse essere fatto, oggi viene fatto online con risultati superiori a livello di rendimento di performance”.

Quali sono le aziende che hanno reagito meglio?

“Le aziende più veloci, smart e agili sono uscite più velocemente da questa situazione. Noi abbiamo da tre anni un programma di smart working per tre giorni al mese: è stato automatico garantire i servizi senza perdere un giorno di lavoro in questa fase. In futuro la tecnologia sarà sempre più determinante e ci possono essere dei plus incredibili se la tecnologia viene letta nella misura giusta. Per dirne una, online sei obbligato a rispettare gli orari e non ci sono ritardi”.

Come deve cambiare il mercato del lavoro per essere resiliente?

“Bisogna lavorare sulle reali competenze, sensibilizzare le persone a non cercare una occupazione ma migliorare la propria occupabilità. Questo è cruciale per il futuro. Abbiamo realizzato una startup innovativa che si chiama Phyd, che misura gli indici di occupabilità e sprona le persone a lavorare sul mix di competenze reali. La pandemia ha evidenziato l’obbligo a lavorare su percorsi di upskilling-reskilling perché mai come adesso bisogna pensare a riconvertire figure operative in molti settori, penso al turismo. Se non si insiste sulle competenze si creeranno delle mancanze sul mercato del lavoro”. 

Mancano investimenti in formazione?

“Uno dei paradossi di oggi è che il governo interviene con misure assistenziali di cassa integrazione, ma non obbliga le persone a fare formazione quando stanno a casa. Un autogol incredibile. Sarebbe indispensabile per noi trasformare politiche passive del lavoro in politiche attive, spingendo proprio sull’upskilling delle persone”.

Quali sono secondo lei i settori industriali che usciranno rafforzati dall’emergenza coronavirus?

“È un po’ presto per decretare i vincitori. La risposta immediata e oggettiva riguarda il mondo sanitario che va totalmente rinforzato e ripresidiato su tutte le regioni di Italia. Ci sarà un potenziamento molto forte nel settore, grazie anche a una crescita sensibile del chimico-farmaceutico. Anche tutta la filiera alla logistica, che già viveva un’esplosione in Italia, ora è in un’ascesa incredibile perché la richiesta di home delivery andrà sempre di più per la maggiore”.

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