L’America razzista di George Floyd è ancora l’America di James Baldwin

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(foto: Anthony Barboza/Getty Images)

In questi giorni gli scontri, le rappresaglie e i coprifuoco in America a seguito dell’uccisione di George Floyd hanno per un attimo spostato la nostra attenzione dalla pandemia all’endemico razzismo americano. Una tale rivolta ha dimostrato alcuni punti fragili – non solo degli Stati Uniti – che l’emergenza Covid rischiava in qualche modo di coprire.

Le malversazioni della polizia americana paiono solo il riflesso endemico di una incapacità manifesta di governare di Donald Trump. Si sente il bisogno di voci di intellettuali che sappiano chiamare alla ribellione civile in primis gli afroamericaniChi meglio di James Baldwin, uno dei più grandi scrittori e attivisti gay afroamericani, potrebbe essere il nostro autore da approfondire della settimana?

Autore di culto e personaggio pubblico conosciuto anche per gli adattamenti cinematografici dei suoi libri – tra gli altri, I am not your negro, adattamento di un manoscritto dell’autore, è stato candidato agli Oscar nel 2017 – con i suoi romanzi, saggi, interventi pubblici e partecipazioni a marce storiche, ha dato voce alla rivolta culturale in America fin dagli anni Sessanta, a partire dalla città di New York, oggi centro non solo pandemico.  

Questi ultimi anni sono stati tra l’altro molto importanti per la riscoperta di Baldwin in Italia. Sicuramente è merito dell’editore Fandango di aver riportato l’attenzione sulle sue opere. Una delle più note è La stanza di Giovanni, utile per capire la complessità del discorso baldwiniano, capace di mettersi anche in scarpe altrui, e non solo dalla prospettiva afroamericana (è stato Spike Lee in questi giorni a notare con grande favore che le marce siano composte non solo da afroamericani). 

Il protagonista del romanzo di Baldwin sembra distante dai manifestanti newyorkesi (e non solo newyorkesi): è infatti il giovane David, bianco middle class tipicamente americano e tipicamente d’estrazione conservatrice, scisso tra la presenza della fidanzata promessa sposa Hella, che rappresenta la sicurezza della propria radice sociale e origine familiare, e la scoperta della propria omosessualità grazie all’italiano Giovanni, che conosce a Parigi.

Una Parigi che per David rappresenta scoperta e perdizione, tra i boulevard e i bar che riscattarono la città nel secondo Dopoguerra e presentavano ogni genere di bizzarria anche sessuale, e quella stanza privata, spiritualmente inquieta, in cui si inoltra, che è fatta anche di dolore e morte. “Nessuno può rimanere nel giardino dell’Eden confessa uno dei personaggi a David. 

Da Parigi, nel romanzo Un altro mondo, si ritorna alla New York tipicamente baldwiniana, la New York del jazz nero, del Greenwich Village e di Harlem, ma anche delle segregazioni e delle divisioni razziali di bianchi e neri anche della stessa generazione, giovani disperati per amore come David e Giovanni, che trovano problematico ancora una volta il discorso sulla propria radice e l’accettazione della libertà.

Forse è per questo che il batterista nero Rufus Scott si toglie la vita gettandosi nell’Hudson. Ma la prima parte del romanzo – che si ispira ai plot complessi di Henry James aggiornandoli al ritmo del jazz – racconta anche della sua relazione morbosa con Leona, donna bianca del Sud, circondati da una rete di amicizie hip incapaci di salvarli.

E continua, a seguito del suicidio di Rufus, intrecciando le vite e le sorti di tanti altri personaggi, omosessuali o bisessuali, facenti parte del suo circolo di amicizie o della sua famiglia come la sorella Ida. Scott è, per definizione cristologica dello stesso Baldwin, “il cadavere nero che galleggia nella psiche della nazione”, così come spesso lo sono i cadaveri degli afroamericani; lo è anzi lo stesso slogan #ICantBreathe, che rappresenta il soffocamento dei diritti civili nell’America di Trump e la sempre più evidente violenza sul corpo spirituale della nazione. 

La discriminazione nei confronti degli afroamericani negli anni Settanta non passa solamente attraverso la violenza di questi mesi (e anni) in America, ma anche l’ingiustizia formale. Ed è accusato di aver stuprato una donna portoricana Fonny, lo scultore innamoratissimo della giovane moglie incinta Tish, nel romanzo Se la strada potesse parlare di Baldwin, sempre uscito di recente per Fandango.

Il romanzo – che è stato tra l’altro adattato nel 2018 per il cinema dal regista Barry Jenkins di Moonlight e ha permesso a Regina King di vincere l’Oscar nel 2019 – esplora il sogno razzista di un’America intollerante, incapace di amare e tutto sommato mentalmente instabile, come lo sono sia la donna che accusa Fonny che il poliziotto razzista complice della donna. La narrazione passa dal punto di vista dell’innamorata ragazza Tish, che fin dalla prime pagine racconta la lotta per scagionare il suo ragazzo, condannato ad un pena non breve, mentre il loro figlio cresce dentro.

Essere nei guai significa essere soli”, dice e per lei la solitudine parte da una società che, in quanto neri, ti mette ancora di più in difficoltà e ti stigmatizza, persino come un’onta familiare (così è percepito Fonny da parte della sua stessa famiglia) in una New York inospitale dalla quale lei vorrebbe fuggire. 

Importanti come abbiamo già notato non solo i romanzi, ma i saggi e gli interventi pubblici dell’autore. Di recente sono apparsi due volumi classici dell’autore: La prossima volta il fuoco e Questo mondo non è più bianco.

Il primo libro, riedito sempre da Fandango, è diviso in due lettere. La prima rivolta al nipote, affronta il problema della razza negli Stati Uniti e lo riconduce in modo molto originale all’impossibilità dei banchi di avere un rapporto libero con la propria sensualità e sessualità e di riversare attraverso il razzismo la propria frustrazione sui neri: Noi non saremo emancipati fino a che gli altri non lo saranno dice lo zio Baldwin al nipote, e continua poi a riflettere sul rapporto tra amore e razzismo nella seconda lettera, dove si racconta lui stesso bambino in preda a una crisi religiosa ad Harlem e di fronte a due principali fedi monoteiste: il cristianesimo e l’Islam.

Il libro è un attacco duale alla radice e alla retorica patriottico-originaria dell’America dei padri fondatori, vista dal punto di vista di un nero che fugge dalla storia americana e dalla religione – anche quella islamica che aveva attratto e corretto in parte i movimenti di emancipazione nera  verso un amore inteso come consapevolezza interrazziale: “Il bianco d’America proietta sul negro le proprie intime paure ed aspirazioni, quelle che lui stesso non riconosce e che gli sembrano incomunicabili.” e in esse potremo includere anche la propria omosessualità. Per rivendicare questi diritti bisognerà impegnarsi “e impegnarsi vuol dire esporsi al pericolo”. 

Infine, Bompiani ha recentemente riportato Questo mondo non è più bianco, il famoso libro Notes of a Native Son che uscì nel 1955, che raccoglie i saggi e le confessioni più giovanili di Baldwin.

Tra i saggi, leggiamo in primis la nota autobiografica di Baldwin, rispetto a un padre che lo voleva pastore, e alla società della sua Harlem intossicata di razzismo, ma lo seguiamo anche in una Parigi che lo arresta accusandolo ingiustamente di furto perché nero. Ma il libro contiene anche i j’accuse letterari sia a Native Son di Richard Wright sia alla famosa Capanna dello zio Tom e a volte accuse alle stesse comunità afroamericane, specialmente riguardo al loro antisemitismo e omofobia.

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