5 documentari per chi ama la musica

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Bob Dylan
Bob Dylan

Non si può fermare la musica. E anche se sarà un’estate senza concerti, mai come in questo momento la musica è ovunque. Anche sul piccolo schermo. Abbiamo scelto cinque documentari per un viaggio dal jazz al rock al pop, da Miles Davis a Bob Dylan, dai Beatles a tre grandi chitarristi come Jimmy Page dei Led Zeppelin, The Edge degli U2 e Jack White dei White Stripes e Raconteurs. Per finire con un curioso ritratto di Madonna quando non era ancora Madonna.

Miles Davis: Birth Of The Cool

Miles Davis è uno che non ha solo scritto la storia della musica jazz, ma l’ha riscritta più volte. Miles Davis: Birth Of The Cool, di Stanley Nelson jr. (su Netflix) ci racconta questo: svolte, esperimenti. Da quel Festival di Newport del 1958 in cui mise il “corno” fin dentro il microfono, e diede vita a una magia, alla colonna sonora di Ascensore per il patibolo di Louis Malle, in cui non compose nulla prima, ma suonò direttamente guardando il film. Del resto, Miles Davis era questo: creatività e improvvisazione allo stato puro. Kind Of Blue, il suo disco più famoso, nacque così: non buttò giù la musica, ma solo degli abbozzi e diede assoluta libertà ai musicisti. Miles Davis era in grado di prendere la canzone di Biancaneve, Someday My Prince Will Come, e di farne uno struggente brano jazz, che diede il titolo all’album, ma anche di svoltare completamente, quando, intorno al 1969, capì che il rock e il funk riempivano gli stadi e con un concerto solo si poteva arrivare a milioni di persone: si aprì alle nuove influenze, si convertì al basso elettrico, e diede vita a Bitches Brew. Da una cena in un ristorante indiano di New York venne l’idea per On The Corner, “musica da giungla cosmica”, come la definiscono nel film, fatta di sitar elettrico e tablas. Per arrivare agli anni ’80, dopo una lunga depressione, in cui non suonò per sei anni, che lo videro suonare con Prince, incidere Time After Time di Cindy Lauper e suonare, finalmente, con Quincy Jones, a Montreux, nel 1991. Miles Davis: Birth Of The Cool racconta tutto questo, e anche i tunnel dell’alcol e della droga, le gelosie, le violenze domestiche e i problemi di razzismo.

Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story by Martin Scorsese

Se Miles Davis ha mutato più volte pelle, l’ha fatto anche Bob Dylan. Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story by Martin Scorsese (2019, sempre su Netflix), come dice il titolo stesso, è un documentario d’autore (il grande regista aveva già raccontato Dylan in No Direction Home: Bob Dylan), che mostra il tour di un ispiratissimo Bob Dylan del 1975, ai tempi dell’album Desire. Lui mise su una carovana itinerante, un carrozzone di artisti che si muovevano lungo gli Stati Uniti per una serie di concerti collettivi, fuori dagli schemi, in stile circense a vaudeville. C’erano Joan Baez, Roger McGuinn, Ramblin’ Jack Elliott, Kinky FriedmanBob Neuwirth. E nella band spiccavano Mark Ronson, il chitarrista degli Spider From Mars di David Bowie, e la violinista Scarlet Rivera. Scorsese, che unisce il girato e interviste d’epoca ad altre realizzate di recente, crea un documentario dove la realtà si mescola con la finzione (ad esempio, Sharon Stone che rievoca un immaginario flirt di lei da giovane con Dylan), sfiorando i territori del mockumentary. L’ex menestrello di Duluth è in scena con un look inconfondibile: cappello a tesa larga decorato con fori e piume, la faccia dipinta di bianco come un clown, un lungo foulard. A volte indossa una maschera. Nel Rolling Thunder Revue (il titolo del tour nasce quando Dylan sentì un tuono rimbombare, ma fa riferimento anche al nome in codice del bombardamento di Nixon in Cambogia), in un’atmosfera unica e irripetibile si ascoltano canzoni come Blowin’ In The Wind, Mr. Tambourine, Simple Twist Of Fate, Just Like A Woman e One More Cup Of Coffee (Valley Below).

The Beatles: Parting ways

Vi ricordate del film Boyhood, e della cassetta che il personaggio di
Ethan Hawke faceva per il figlio, interpretato da Ellar Coltrane? Conteneva le canzoni dei Beatles da solisti, per comporre un ideale album mai realizzato. The Beatles: Parting Ways (2009, su Amazon Prime Video) di Gillian Bartlett, racconta le storie dei quattro di Liverpool dopo lo scioglimento della band. Per esempio, quella di John Lennon: la relazione con Yoko Ono, il Lost Weekend e la storia con May Pang, fino alla nascita del figlio Sean e al suo assassinio nel dicembre del 1980; ma anche canzoni come Imagine e Happy Xmas, l’impegno pacifista, la passione per la grafica e l’ultimo album, Double Fantasy. Per passare alla storia più lunga, quella di Paul McCartney, che svela gli amori per Linda Eastman, Heather Mills e Nancy Shevel, parallelamente all’idiosincrasia per i giornalisti risalente allo scioglimento dei Beatles e all’avventura con gli Wings; poi, la colonna sonora di 007: Live And Let Die, le collaborazioni con Michael Jackson, Stevie Wonder ed Elvis Costello, fino ai giorni nostri. C’è anche la storia del Beatle più sottovalutato, George Harrison, quello la cui Something fu cantata anche da Sinatra. Fu il primo a uscire con un disco solista, in seguito alla separazione della band, All Things Must Pass. Era colui che rimase fedele alla cultura indiana, che fece il concerto per il Bangladesh, che era amico di Ravi Shankar e che, dopo l’assassinio di Lennon, fece una vita ritirata, finendo però vittima anche lui di un’aggressione. Sarebbe scomparso nel 2001 per un tumore al cervello. Per finire, l’ultimo beatle: Ringo Starr, “non il miglior batterista nel mondo, e nemmeno il miglior batterista dei Beatles” (la frase è di John Lennon). Dopo lo scioglimento continuò a collaborare con tutti i Beatles per i loro dischi solisti, fece l’attore, sposò la bond girl Barbara Bach. Il documentario scorre le loro vite in modo veloce, molto veloce: non si sentono le canzoni, ma si vedono loro. Può essere un buon punto di partenza per esplorare le vite dopo i Beatles.

It Might Get Loud

It Might Get Loud (2008), di Davis Guggenheim (su Amazon Prime Video) mette insieme tre storici chitarristi: Jimmy Page dei Led Zeppelin, The Edge degli U2 e Jack White dei White Stripes e dei Raconteurs. Ma la vera grande protagonista è la chitarra elettrica. Legno, corde d’acciaio, rifiniture: sembra sempre abdicare come strumento principe della musica pop, ma ogni volta ritorna. Ciascuno racconta il suo rapporto con lei, ricorda la prima volta che l’ha “accarezzata” e dove: la Mount Temple School di Dublino, dove fu affisso l’annuncio di Larry Mullen Jr., il batterista, che diede vita agli U2; il cottage di Haedey Craven in cui i Led Zeppelin registrarono Led Zeppelin IV, con le grandi stanze di legno che riflettevano il suono e facevano risaltare la batteria; la Detroit di Jack White, cresciuto in un quartiere di messicani, dove si ascoltava solo hip hop e rap, non c’erano negozi di dischi né tanto meno chitarre. È bello vedere i tre, simbolo di altrettante generazioni di musicisti, scambiarsi informazioni sul loro stile, vedere Page molto interessato ai suoni che escono dalla chitarra di Edge, e il chitarrista degli U2 sorridere con gli occhi, come un ragazzino, quando prende vita il riff di Whole Lotta Love dei Led Zeppelin…

Madonna and the Breakfast Club

Madonna and the Breakfast Club (2018) di Guy Guido (su Amazon Prime Video) è un’interessante ricostruzione della vita di Madonna, prima di diventare la popstar planetaria che tutti conosciamo. Alcune di queste storie, magari, le abbiamo già lette nei libri, ma vedere i luoghi dove la Material Girl ha mosso i primi passi fa un certo effetto, così come sentire le sue prime canzoni con la sua voce. Il regista sceglie una via particolare per mostrare Madonna e i Breakfast Club, il gruppo dei fratelli Dan ed Ed Gilroy, con cui suonava appena arrivata a New York, a Corona, nel Queens: per metà documentario con le interviste di rito, per metà una ricostruzione con attori, vicina alle scene di Ultimo minuto e Alta infedeltàUn po’ strano, ma funziona. Ci sono la sinagoga dove viveva con Dan, le immagini del suo primo film indipendente A Certain Sacrifice (L’oggetto del desiderio) e l’incontro con Stephen Bray, il batterista che sarebbe stato uno degli artefici del “Madonna sound”, è interessante. È bello scoprire quella ragazzina ancora in abiti sportivi, i capelli neri e felpa di Betty Boop, e veder nascere il suo famosissimo look fatto di pizzi, croci e fiocchi. La storia arriva anche al successo di Like A Virgin, e ha un doppio  lieto fine: al successo arrivano anche i Breakfast Club dei fratelli Gilroy, proprio insieme a Stephen Bray, che nel frattempo era entrato nel gruppo. Il momento in cui stanno per girare il videoclip che sancisce il loro successo, Kiss And Tell, e ricevono la visita della loro vecchia amica è il modo perfetto per chiudere il cerchio.

 

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