Quanto è difficile per il M5s accettare che Conte è il solo uomo su cui puntare?

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(Foto: AB Pool – Corbis/Corbis via Getty Images)

Effetto Conte, non si può non chiamarlo così. Dal Vaffa-Day al governismo, la mutazione del Movimento 5 Stelle può dirsi davvero completa se anche il fondatore e “garante” rimbalza le velleità del pasionario Alessandro Di Battista, il (fu) più amato dagli italiani pentastellati. Un pessimo anno di governo con la Lega, e un altro anno segnato dalla babelica emergenza coronavirus hanno evidentemente reso impossibile lo schema per cui uno, da fuori, viaggia, ritorna, contesta e basta, e gli altri dentro si prendono i carichi di governo. Per cui il desiderio dell’ex deputato romano, che in tv ha chiesto al più presto “un congresso” del Movimento per vedere “chi vince” di fatto sfidando l’avvocato di Volturara Appula, che così forte appeal incassa fra la gente, è destinata paradossalmente a metterlo fuori gioco. E a preparargli un nuovo contenitore o il definitivo ritiro dalla politica.

Sono due gli elementi che rendono Conte più forte non tanto come figura istituzionale quanto come player politico, qualsiasi scherzo decida di tirargli la maggioranza che lo sostiene. Il primo: i lunghi Stati Generali in corso a Villa Pamphili servono a ergerlo non solo ad artefice ma anche garante del patto con l’Europa. Nei prossimi mesi ci arriveranno tanti soldi, una valanga, ma dovremo spenderli bene, per cui iniziamo a progettare ora un piano per il domani: questo il messaggio del premier a Bruxelles come agli italiani. Il secondo punto arriva dai sondaggi: come già un’indagine di YouTrend per Sky all’inizio del mese, anche un’analisi di Nando Pagnoncelli per il Corriere della Sera segnalava nelle scorse ore una ipotetica “lista Giuseppe Conte” al 14,1% nelle intenzioni di voto e soprattutto in grado di dragare preferenze dal M5S, dal Pd, dall’astensione e da altre liste di centrodestra. Paradossalmente, invertendo il peso dei flussi fra 5 Stelle e dem e spostando l’asse un filo più a sinistra, l’operazione che a Renzi non è riuscita. Ma l’asso nella manica è un altro: Conte è di fatto capo politico in pectore, o meglio ancora candidato premier obbligato. Il sondaggio dimostra infatti che alla guida del M5S il suo effetto produrrebbe un aumento secco del 7,2% sui risultati e di una decina di punti sulla platea potenziale, proiettandola dal 19,8 al 29,9%.

Una scissione in vista? Chissà se quella “rinomata eterogeneità”, come la vicepresidente del Senato Paola Taverna chiama con magico equilibrismo l’ormai prolungata guerra per bande, arriverà a una frattura – anzi, una fratturina – definitiva. Si tenterà di ricucire con una riedizione del “direttorio” e in fondo sarebbe un suicidio mandare in crisi l’esecutivo proprio ora che il Recovery Fund è in arrivo, così come i soldi degli altri strumenti Ue. Stavolta ne va davvero del futuro del paese.

Certo è che Giuseppe Conte ha sfoderato una sensibilità politica che pochi immaginavano, all’inizio: da visconte dimezzato a cavalcioni di Di Maio e Salvini nel Conte I è riuscito non solo a salvarsi da entrambi i personaggi – uno svuotato dal boom di Giorgia Meloni e l’altro parcheggiato alla Farnesina – ma ha scoperto nel Pd il suo fronte più prezioso, forse il brodo naturale in cui stemperare le febbri populiste del partito che, bene o male, lo ha portato a palazzo Chigi. Su questo lavoro di vasi comunicanti ha impostato le mediazioni del Conte II, che gli ha dato la leadership di cui sotto il controllo pentaleghista non disponeva: solo Renzi può staccargli la spina, facendosi però ingoiare dal suo 2%.

Quanto alla leadership interna, infatti, Conte svetta su tutti nel M5S col 42% delle preferenze davanti a Di Maio (27%) e Di Battista (19%). Crimi è al 2%, per dire della fase nonsense in cui si muove il movimento. In un sfida secca con il curatore (o ex curatore?) editoriale Di Battista, l’avvocato prevarrebbe 43 a 13% sul totale della popolazione e addirittura 67 a 17 fra gli elettori pentastellati. La partita insomma non c’è, l’ex parlamentare lo sa ed è per questo che ha forzato la mano alla ricerca di una visibilità oltre i suoi aficionados: l’unica strada è una scissione. Beppe Grillo lo ha capito, è risorto e sempre a modo suo ha intimato l’alt: non siamo nel Giorno della marmotta, si deve andare avanti, i giri in scooter sono il passato e il treno per Dibba è già passato.

Di tutto questo a Conte interessa molto poco, per ora: gioca a carte scoperte nel lavoro di governo, mettendo la faccia su ogni provvedimento, e coperte in quello squisitamente politico. Ha un’infinità di problemi in agenda, dal bubbone delle scuole alle autostrade fino al tracollo del Pil, ma anche uno scenario europeo che non è quello di sei mesi fa e che promette di portare al paese un sacco di soldi. Se ce li prenderemo nel modo giusto. Un’eventuale candidatura futura non potrà certo risentire di una fuga di qualche ex ministra o di una microscissione di qualche nostalgico del regime venezuelano. Questo perché il suo contributo promette di portare voti anche da altri elettorati, il fatto di non essere un mestierante della politica gioca a suo favore, la gestione della crisi sanitaria (nonostante ritardi, incertezze di ogni genere, disastrose lacune comunicative e di risorse) pure, a torto o a ragione per molti italiani sarebbe stato complesso fare meglio di così. Può permettersi di sottrarsi alla sfida che gli ha lanciato Di Battista, aspettando di rimettere insieme i cocci che il Movimento gli metterà in mano.

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