Il braccio di ferro sul Mes non fa bene all’Italia

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Giuseppe Conte (Foto: Alessandra Benedetti – Corbis/Getty Images)

Il Mes, almeno per il momento, rimarrà dov’è. Cioè in quella linea speciale di credito (Pandemic Crisis Support) deliberata lo scorso aprile a favore dei paesi che volessero richiedere fino al 2% del Pil per affrontare spese sanitarie “dirette e indirette” senza alcuna condizione, in risposta alla pandemia da Sars-Cov-2. Con buona pace dei risparmi che si otterrebbero in termini di interessi su quei circa 36 miliardi di prestito rispetto a un simile ammontare raccolto con tradizionali titoli di Stato. Nei prossimi anni potremmo tenerci in tasca diversi miliardi di euro.

In fondo c’è tempo fino al 2022 per chiederli e Giuseppe Conte di far cadere un governo già molto fragile nel pieno di una crisi sociosanitaria ed economica epocale, rischiando di veder cedere di schianto il Movimento 5 Stelle che bene o male rappresenta ancora il grosso dei suoi voti in Parlamento, non se la sente. Comprensibile, anche se è un peccato non aver spinto con diversi paesi, per esempio Francia e Spagna, nell’attivazione di quei fondi condividendo il “rischio d’immagine” sui mercati internazionali e iniziando a ristrutturare non solo la sanità messa in crisi dal coronavirus ma anche un buon numero di spese indirette che avrebbero potuto allontanarsi non poco dalle questioni sanitarie. Anche se questo sarebbe stato il primo problema: vedersi contestare ex post determinate spese dal board dei governatori del Fondo salva-stati, magari considerate davvero troppo indirette.

Eppure le previsioni sul Pil sono drammatiche (si viaggia su una contrazione di oltre il 10%) e sull’occupazione, al termine dello scudo ai licenziamenti introdotto dal governo fino alla fine dell’anno, ancora peggiori. Così come l’aumento del debito pubblico, sparato verso il 160% in virtù della miriade di provvedimenti per imprese e famiglie, finanziati sostanzialmente con continui scostamenti di bilancio, cioè appunto indebitandoci. Senza le condizioni che hanno gestito i prestiti concessi nel corso degli anni a Portogallo, Spagna, Cipro e Irlanda e prima di loro alla Grecia con l’antenato del Mes (l’European Financial Stability Facility), la valutazione di chiedere tutti o parte dei 36 miliardi dovrebbe dunque essere puramente economica. Cosa ci conviene di più? Eppure il Fondo sconta nella politica italiana l’eredità del recente passato, quando a quei paesi sono stati imposti enormi sacrifici di bilancio, riforme (talvolta sacrosante, altre volte meno condivisibili) e privatizzazioni per poter accedere a quei prestiti. Insomma, per buona parte del Movimento 5 Stelle (rimanendo alla maggioranza) il Mes avrebbe cambiato il pelo ma non il vizio.

Il tasso del prestito del Mes sarebbe pari all’incirca a zero, per i nostri titoli di Stato dovremmo invece muoverci su tassi fra l’1 e il 2% annui che significherebbero diverse centinaia di milioni di euro in più per sostenere gli interessi. Ricorrendo al Mes godremmo dunque di un forte risparmio, considerata la nostra specifica situazione (ad altri paesi non converrebbe affatto, solo alla Grecia più che a noi). La questione dovrebbe esaurirsi qui e invece è scaduta ormai da mesi in un incancrenito confronto interno ed esterno alla maggioranza. Senza però che le necessità rese evidenti dalla crisi sanitaria, come una riprogettazione della medicina territoriale e infiniti altri aspetti indiretti per i quali si potrebbe attingere a quei fondi, abbiano cambiato le posizioni in campo.

In molti, in particolare, non ritengono sufficiente la deliberazione di aprile e contestano il fatto che il Trattato istitutivo del Mes siglato nel febbraio 2012 non sia mai stato cambiato né modificato (come fra l’altro si discuteva di fare fin dal 2017) e la sua integrazione al Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea non sia ancora così forte come servirebbe, basandosi solo sulla modifica dell’art. 136. Anche in questo caso, la diffidenza è basata sul fatto che il Mes rimane formalmente un’organizzazione intergovernativa, in pratica un’impresa pubblica di diritto lussemburghese, separata sebbene parallela agli strumenti politico-economici europei e il cui scopo è amministrare il fondo sovvenzionato dagli Stati membri. Per cui chi ci assicura che un domani le regole non possano cambiare in corsa, nel consiglio dei governatori che gestisce il fondo? L’Italia è tuttavia il terzo contributore e accedendo a quei fondi andrebbe a riprendersi una parte di quanto ha già prestato, circa 14,3 miliardi di euro.

Tutto questo – cioè una valutazione obiettiva lontana dalle pseudoideologie di fondo – appare davvero distante dal dibattito italiano, col governo che mentre è impegnato a strappare rassicurazioni sul Recovery Fund, i cui primi trasferimenti si vedranno non prima del prossimo anno, e a cui manca una soluzione ponte per il prossimo semestre, ha le mani legate sul Mes. Conte respinge l’appello di Nicola Zingaretti, ieri sul Corriere della Sera, e propone il solito attendismo che al Pd rischia di non andare giù: aspettare settembre e saldare l’eventuale richiesta del Mes, a cui magari nel frattempo si sarà unito un altro grande paese europeo, a una soluzione chiara sul Recovery Fund. La solita strategia che dovrebbe servire nel frattempo a scavallare l’estate e trattenere nella maggioranza il solito manipolo di senatori che da decenni tiene in ostaggio qualsiasi maggioranza e che, come sempre, sarebbero pronti a mollare, saltando stavolta sul carroccio della Lega o finendo al Misto e mandando in crisi il governo.

Eppure il Mes non è “uno strumento pericoloso”, come spiegano alcuni pentastellati: è uno strumento come gli altri, con i suoi benefici immediati e i suoi difetti in prospettiva, legati soprattutto al suo impianto legislativo continentale. L’impressione è che ne stiamo discutendo come se non stessimo navigando in una crisi in cui siamo immersi ben oltre il collo, accordandoci margini di manovra e di attesa che purtroppo non abbiamo.

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