Che cosa ci dovrebbe aver insegnato l’influenza Spagnola sulle fake news

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influenza spagnola
(foto: Apic/Getty Images)

La pandemia del nuovo coronavirus è stata da subito confrontata con altre, tra cui soprattutto l’influenza Spagnola di un secolo fa. Questo è successo sia nel dibattito scientifico che in quello pubblico che lo circonda. I virus sono diversi, e le pandemie sono separate da un secolo di storia con tutti i suoi cambiamenti. Ma l’impatto e la scala della prima rende il confronto quasi inevitabile. Recentemente è stato il dottor Ranieri Guerra, dell’Organizzazione mondiale della sanità, a paragonare il comportamento di Covid-19 a quello della Spagnola in relazione a una temuta nuova ondata. Lo stesso paragone era stato avanzato più volte in questi mesi.

Milano 1918, affissione comunale sull’influenza Spagnola (Fototeca Gilardi/Getty Images)

Di sicuro l’influenza Spagnola ha molto da insegnare. Non solo dal punto di vista strettamente scientifico, ma anche da quello sociale. Allora come ora la lotta contro la malattia si sovrapponeva ad altre emergenze, a tensioni sociali e politiche preesistenti, e a una scienza in evoluzione. Nel cercare di dare un senso alla catastrofe si svilupparono anche narrazioni leggendarie, miti, teorie del complotto e false notizie che risuonano molto con l’attualità.

Perché Spagnola? Colpa della censura

Dal 2015 l’Oms ha stabilito delle linee guida per battezzare le nuove malattie: i nomi geografici sarebbero da evitare. Oggi continuiamo a parlare di influenza Spagnola per consuetudine e forse pigrizia, ma questo nome è problematico anche perché suggerisce un legame speciale tra la pandemia e la Spagna. Intuitivamente, potremmo credere che si sia originata lì, o che sia stata particolarmente colpita.

In realtà quel nome è un fatto politico. Non sappiamo ancora da dove venisse quell’influenza, ma la Spagna nel 1918 era neutrale. Non essendo coinvolta nella guerra, la sua stampa non veniva censurata. Il risultato fu che le notizie dell’epidemia mortale potevano circolare liberamente solo in lì. In Europa e negli Stati Uniti si cominciò allora a parlare di influenza Spagnola, e quello è il nome che alla fine rimase.

“A dire il vero questo era poi solo uno dei tanti nomi in circolazione” spiega a Wired Francesco Cutolo, autore di L’ influenza spagnola del 1918-1919 (Isrpt Editore, 2020) e perfezionando alla Scuola normale superiore di Pisa. “Questi nomi spesso avevano un significato politico, perché la colpa dell’epidemia era scaricato sullo straniero, o al gruppo sociale più sgradito”. Da noi si parlò molto anche di influenza tedesca. In alcune zone dell’Africa, che fu molto colpita dalla pandemia, era l’influenza dei bianchi (per i colonizzatori, ovviamente, c’entravano i neri). E in Spagna era il Soldato napoletano. “Anche oggi l’enfasi con cui alcuni parlano di virus cinese, tra cui Donald Trump, ha un preciso valore politico e propagandistico, al di là del punto di origine della malattia”

Il virus come arma

Le armi biologiche non sono leggende metropolitane, ma spesso sono una scorciatoia per spiegare la complessità di un’epidemia o di una pandemia. Lo abbiamo visto di recente con Covid-19, l’ebola, hiv/Aids, ma qualcosa di simile è successo anche durante l’influenza Spagnola, racconta Cutolo.

“La malattia arrivò dopo quattro anni di martellante propaganda antitedesca nelle nazioni dell’Intesa. E i tedeschi erano stati i primi a usare armi chimiche letali. Anche senza avere un’idea della complessità di un’arma biologica, c’era la convinzione che potessero crearla e usarla”

“Nell’immagine propagandistica −prosegue Cutolo − la Germania incarnava il militarismo e un singolare modello di modernità, caratterizzato da uno sviluppo tecnologico, militare e scientifico immorale e senza limiti.”

Non solo. Già negli anni precedenti i tedeschi erano stati accusati di diffondere una malattia già nota, il colera, attraverso caramelle. Non era quindi così folle credere che le spie tedesche diffondessero il virus, avvelenando i pozzi o disperdendolo in luoghi chiusi come i cinema. Per dare un’idea della dimensione del sentimento antitedesco applicato alla pandemia, può bastare ricordare le campagne di comunicazione in Usa. Scrive Cutolo nel volume:

“I civili furono chiamati a una lotta serrata contro la pandemia, rappresentata giornalisticamente come un’alleata della Germania: «Un vecchio nemico è di nuovo contro di noi, e se combattiamo un germanico o un germe» – affermava un quotidiano statunitense, giocando sull’assonanza german-germ – «dobbiamo lottare coraggiosamente e senza paura»”

La cura che non c’è

La comunità scientifica fu colta di sorpresa dalla pandemia di influenza Spagnola. Anche se le epidemie sembravano già un ricordo nei paesi più sviluppati, non c’erano ancora i mezzi nemmeno per capire la sua natura virale. Inoltre molti medici erano stati richiamati al fronte. Si attendeva un vaccino, ma nonostante gli annunci ottimistici della stampa non arrivò mai.

“In Italia sembra che la sfiducia verso le autorità civili e sanitarie portò a diffidare della medicina ufficiale, che a volte proponeva a sua volta metodi sperimentali” − racconta Cutolo − “Il vuoto fu riempito dalla medicina tradizionale, da credenze popolari e ciarlatanerie regolarmente pubblicizzate sui giornali e poi rapidamente smentite.” 

Tra queste: risciacqui e iniezioni di disinfettante, ozono (un ingegnere credeva che l’influenza perdesse potenza dove era caduto un fulmine), alcool, tabacco, clisteri di acido fenico, coppettazione, salasso con sanguisughe, chinino, cipolla. Alcune di queste forme di automedicazione causarono gravi danni.

Per molti non rimaneva che la religione, e infatti in molte comunità ci si appellava all’intercessione dei Santi protettori, per i quali esisteva un radicato culto nella fede popolare. I riti proseguirono anche quando tutto finì, perché il merito fu attribuito a un intervento soprannaturale. La pandemia del resto, per il momento in cui colpì, è stata anche interpretata come una piaga di proporzioni mitiche. Prima c’era stata la Grande guerra. Poi la fame, causata dalle crisi alimentari che la guerra stessa aveva creato. E alla fine la pestilenza, che colpiva soprattutto i giovani, cioè una generazione già decimata dal conflitto.

Propaganda tranquillante

False notizie, leggende e complotti riguardano tutti, e non nascono senza una ragione. La prima guerra mondiale è stata un laboratorio in questo senso, come ricordava Marc Bloch. Secondo lo storico durante la guerra le voci si propagano con grande facilità. Ma ora sappiamo che lo stesso ragionamento si può estendere alle pandemie. C’è qualcosa che si può imparare in questo senso dalla Spagnola?

Forse sì, e la lezione arriva soprattutto dall’Italia. Nel nostro paese il controllo delle informazioni fu probabilmente ancora più stretto che in altri paesi. “La strategia comunicativa delle autorità italiane durante la Spagnola è stata definita propaganda tranquillante” – spiega Cutolo. “L’obiettivo era minimizzare l’epidemia nel paese e rassicurare la popolazione. I mezzi erano la propaganda e la censura, sia dei giornali che delle lettere. Gran parte delle testate, per supportare lo sforzo bellico, si adeguarono a questa linea. Le notizie controcorrente che trapelavano, venivano stigmatizzate come opera dei nemici interni della nazione”

La stessa strategia continuò anche quando le dimensioni del contagio non si potevano più negare, e non si limitava solo alle informazioni. Per esempio, le autorità cercarono di dimostrare al pubblico che stavano facendo qualcosa, indipendentemente dal valore sanitario. Per esempio, si raccomandava di usare negli spazi pubblici disinfettanti dall’odore forte, come l’acido fenico, in modo che la popolazione avesse una prova tangibile della disinfezione.

“La propaganda tranquillante non ebbe gli effetti sperati. Scoppiò il panico che si voleva evitare, non mancarono i suicidi. Aumentò la sfiducia dei cittadini italiani verso lo Stato e verso i medici. Si cominciò a dire che volevano eliminare i poveri, per non erogare sussidi”

Questo controllo delle informazioni, sia in Italia che altrove, ha contribuito a sopprimere per diversi decenni il ricordo pubblico di quella tragedia. Nonostante il numero di morti, la pandemia fu inizialmente una nota a piè di pagina della Grande guerra, che reclamava il suo culto dei caduti. Anche oggi, nonostante la rinnovata attenzione mediatica, non esiste una memoria civile di quello che è successo.

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