Dopo 17 anni negli Stati Uniti riprendono le esecuzioni capitali

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(Foto: Getty Images)

Negli Stati Uniti è dal 2003 che non si eseguiva una pena capitale a livello federale. Uno lungo stop di quasi 17 anni che s’interrompe il 13 luglio alle 16 (ora locale) quando nel penitenziario di Terre Haute, in Indiana, verrà giustiziato Daniel Lewis Lee, suprematista bianco di 47 anni che nel 1996 aveva ucciso i tre membri della famiglia di origine ebraica Mueller: il padre William Frederick, la moglie Nancy e la figlia di 8 anni Sarah Elizabeth.

Non si tratta di un caso isolato. All’esecuzione di Lee ne seguiranno, nei prossimi mesi, almeno altre tre così come deciso dal procuratore generale William Barr che, lo scorso anno, annunciava la fine della sospensione alle condanne di pene di morte emesse dai tribunali federali. Con la ripresa delle esecuzioni, viene introdotto anche un nuovo protocollo per le iniezioni letali: non più una combinazione di tre farmaci, ma l’impiego di uno solo, il Pentobarbital. Una decisione presa per agevolare gli stati a reperire farmaci di questo tipo. Con il calo drastico delle pene di morte le case farmaceutiche hanno praticamente smesso di produrre i medicinali che venivano usati in precedenza: il sodium thiopental, per stordire, il pancurium bromide, per paralizzare, e il potassium cloride dall’effetto letale.

Una sospensione dell’ultimo minuto?

Il procuratore Barr ha spiegato che l’esecuzione delle condanne di morte rappresenta un dovere per le vittime e le loro famiglie. Da anni, però, a opporsi a questa condanna è proprio uno dei parenti: la madre di Nancy, Earlene Peterson. La donna ha spiegato che “l’esecuzione programmata di Danny Lee per l’omicidio di mia figlia e di mia nipote non è quello che voglio e porterebbe più dolore alla mia famiglia”. Dal dicembre del 2019 è già slittata una volta e rischiava di farlo anche una seconda in quanto la Peterson aveva dichiarato come non fosse sufficientemente sicuro, a causa del Covid-19, recarsi in Indiana per poter assistere all’esecuzione. Un’istanza non accolta dal giudice federale che ha sottolineato come presenziare all’evento sia una possibilità per i parenti ma non un diritto. Ora la donna promette di appellarsi alla Corte Suprema, ma è molto difficile che una decisione del genere possa essere presa in un lasso di tempo così stretto.

“Il governo federale ha messo questa famiglia nella condizione insostenibile di scegliere tra il loro diritto di assistere all’esecuzione di Danny Lee e la propria salute e sicurezza”, ha dichiarato l’avvocato dei Mueller, Baker Kurrus. Mentre, per alcuni commentatori, l’amministrazione Trump sta usando queste sentenze per fini prettamente politici: rilanciare una riforma della giustizia in vista delle elezioni presidenziali di novembre. Robert Dunham, direttore esecutivo del Death Penalty Information Center, ha spiegato che “non c’è alcuna urgenza per l’esecuzione di queste condanne: si sta facendo un uso prettamente politico della pena di morte”.

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