Non abbiamo mai prodotto così tanti rifiuti elettronici

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(foto: Daniel Schäfer/Getty Images)

Condizionatori, televisori, computer. Ma anche cuffie, cellulari, ventilatori o stampanti. Sono tutti classificabili come e-waste, ovvero rifiuti elettronici. La notizia – pessima – è che in tutto il mondo nel 2019 se ne sono prodotti 53,6 milioni di tonnellate, una cifra mai toccata prima che si traduce in 7,3 chilogrammi per abitante, con i cittadini europei che raggiungono i 16,2 chili. Si tratta di un problema crescente, ma spesso ignorato, se si considera un aumento del 21% negli ultimi cinque anni.

A rendere note queste cifre è la terza edizione del rapporto Global E-Waste Monitor dell’università dell’Onu e della International Solid Waste Association. La cifra, sottolineano i ricercatori, è addirittura destinata ad arrivare a 74 milioni di tonnellate entro il 2030. Preoccupa soprattutto il ritmo di incremento se lo si accosta ad altri fattori: gli e-waste infatti stanno aumentando tre volte più velocemente della popolazione mondiale e il 13% più velocemente del Pil mondiale registrato fra il 2015 e il 2020, come spiega Antonis Mavropoulos, presidente dell’International Solid Waste Association (Iswa).

(fonte: Global E-Waste Monitor 2020)

Il vero paradosso è che questi prodotti, se recuperati anziché buttati, varrebbero 57 miliardi di dollari. Ma il report sottolinea che solo il 17,4% è stato riciclato nell’ultimo anno. Non va infatti dimenticato che è vero che i rifiuti elettronici si compongono soprattutto di materiali come plastica e silicio, ma contengono anche grandi quantità di rame, oro, argento e altri metalli preziosi. Oltre al loro recupero, lo smaltimento è dannoso per l’ambiente per il rilascio di CO2 e tossico per la salute di tutti i cittadini per il contenuto di composti, come ad esempio il mercurio, che può danneggiare cervello e sistema nervoso.

Gli autori del rapporto, poi, stimano che nei paesi ad alto reddito (es. gli Stati Uniti), l’8% dei rifiuti elettronici viene buttato nei cassonetti comuni arrivando così in discariche o inceneritori. Questo in parte spiega anche perché si stimano ogni anno 50 tonnellate di mercurio derivanti da monitor vecchi, circuiti e lampadine fluorescenti e a risparmio energetico.

(fonte: Global E-Waste Monitor 2020)

La situazione europea

L’Europa segna due primati contrastanti: da una lato il vecchio continente a indossare la maglia nera globale di questa situazione, piazzandosi al primo posto per quantità di rifiuti elettronici prodotta. Dall’altro è quello che ha maggiore efficacia nelle procedure per la raccolta e il riciclo di rifiuti tecnologici. Emerge inoltre che le materie prime contenute nei rifiuti dei 39 paesi analizzati dell’Europa continentale varrebbero quasi 13 miliardi di dollari. Non solo, il report parla di un potenziale rilascio di CO2 pari a 12,7 tonnellate.

(fonte: Global E-Waste Monitor 2020)

Riguardo ai sistemi di gestione dei rifiuti elettronici, si legge che nei paesi dell’Unione europea questi sono “ben sviluppati”, in seguito alle normative comunitarie del 2003. Per questo, stando ai dati del 2017, “le statistiche mostrano che il 59% dei rifiuti elettronici generati nel Nord Europa e il 54% dei rifiuti elettronici generati in Europa occidentale è documentato come riciclato formalmente”, specifica il rapporto. A far peggio nel 2019 è il Sud Europa, con Italia, Spagna e Grecia. Ma sono gli italiani i peggiori, piazzandosi così in fondo alla lista con una quantità compresa fra 15 e 20 chili pro capite di rifiuti elettronici.

Come rispondere?

Il numero di paesi che hanno adottato una politica, una legislazione o una normativa nazionali sui rifiuti elettronici è passato da 61 a 78 tra il 2014 e il 2019. In molte regioni, tuttavia, i progressi normativi sono lenti, l’applicazione è bassa e la raccolta e le gestione appropriata dei rifiuti elettronici è scadente”, scrivono i ricercatori. Invertire questa tendenza nociva è possibile, secondo gli autori del report, attraverso un modello improntato sull’economia circolare che veda una filiera altamente organizzata e specializzata a livello locale nella rigenerazione di questi materiali.

In particolare, per i ricercatori, le sole attività di raccolta oggi non bastano più anche nel caso si proceda attraverso rivenditori, punti comunali e servizi di ritiro a domicilio. Per questo ognuno deve fare la sua parte, seguendo le indicazioni locali e rispettando regole e raccomandazioni, incentivando il riciclo. Fra queste, però, bisogna evitare riparazioni e recuperi fai da te – come accade nei paesi in via di sviluppo – e soprattutto evitare che i bambini entrino in contatto con questa tipologia di rifiuto.

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