Lucio Corsi: “Odio le canzoni d’amore spacciate per canzoni di protesta”

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Lucio Corsi sembra uscito da un quadro eclettico fermo in un tempo suo, potrebbe appartenere al periodo barocco, ma con tanto di pailettes che fanno molto anni ’80. È un ragazzo della Maremma a cui non piacciono le canzoni d’amore brutte, perché “Una canzone d’amore brutta è molto più brutta di un’altra canzone”, che si nutre di Gelato al limone di Paolo Conte, adora le opere di Ligabue e de Chirico, le poesie di Emily Dickinson ma anche i fumetti di Pazienza. Poi, ci sono le avventure di Ambrogio Fogar: se fate caso al video qua sotto, c’è pure la citazione della storica barca del navigatore milanese, la Surprise, costruita a Castiglione della Pescaia, non lontano da casa del giovane. Del resto, lo stesso Lucio Corsi è un esploratore, della parola certo, un tessitore di racconti e un pittore di sensazioni. Ci ha detto che da piccolo era un bambino tranquillo, per nulla “casinista”: disegnava un sacco e volevo farlo di professione una volta adulto. Cosa faremo da grandi? (uscito per Sugar Music), non a caso, è il titolo del suo terzo album e di una canzone piuttosto importante che aveva quasi dimenticato, ma che l’amico e produttore Francesco Bianconi dei Baustelle gli ha fatto riscoprire.

https://youtu.be/Ympb4Q-HhcM

Con questo tuo ultimo disco sei riuscito effettivamente a capire che cosa vuoi fare da grande?

Ho compreso che non c’è una risposta, il che trovo sia positivo”.

È una domanda retorica, quindi?

“Trasmette subito che, almeno dentro all’album, non c’è una risposta. E personalmente no, non capito che cosa voglio fare da grande, ma non mi preoccupa e va bene così”.

Questo disco è diverso dagli altri, non solo per i suoni. Quale processo compositivo ti ha portato al risultato?

Bestiario Animale era un concept album e non volevo fare un lavoro simile, con la stessa struttura. Desideravo scrivere qualcosa di più classico, dove ogni canzone si potesse portare dietro un suo mondo. Cosa faremo da grandi? contiene vari tipi di brani, con età diverse e stili di vita diversi. Onde, per esempio, è un pezzo di circa cinque anni fa, mentre FrecciabiancaCosa faremo da grandi? Trieste sono più recenti. Sono felice di questa varietà, anche a livello di arrangiamenti, che potrebbero non essere nello stesso disco”.

Per Bestiario Animale, coeso e con un tema preciso, che approccio avevi avuto?

“Era la prima volta che mi mettevo al lavoro su un concept album. È stata un’esperienza didattica che mi ha aiutato a imparare un altro tipo di scrittura. Ho studiato, mi sono informato facendo ricerche e così o selezionato gli argomenti e le storie degli animali. Si è trattato di un periodo molto breve: un giorno alla volta, una canzone alla volta”.

La caratteristica più evidente nel tuo modo di raccontare è l’attenzione ai particolari.

“Mi diverte cercare di guardare le cose da un’altra prospettiva, da un altro punto: emergono tante riflessioni su argomenti già ampiamente affrontati. Per esempio, il mare: dargli una sembianza umana te lo fa scoprire da capo. È un metodo per ispirarsi e guardarsi attorno, per far saltare fuori storie nuove, come se usassi un arnese per estrarle”.

Quali sono i tuoi punti di riferimento, musicali e/o letterario, a cui ti aggrappi?

“Il cantautorato italiano del passato: Paolo Conte, Ivan Graziani… fino a Lucio Dalla. Loro prediligevano questa formula del racconto e parlavano soprattutto di persone fuori dal comune con storie senza tempo ma reali, una caratteristica che oggi è sparita, soppressa dalle sensazioni e dagli stati d’animo riferiti a un determinato momento: queste canzoni hanno una data di scadenza ed è un gran peccato per me. Quelle di Paolo Conte, ascoltate qui e ora, possono essere del futuro; ascoltate negli anni ’60, invece, potevano risultare antiche”.

Un brano senza tempo è più fruibile?

“Non è quello l’intento: è piuttosto una scelta personale e di gusto, perché penso sia bello parlare di qualcosa senza citare elementi dell’attualità o che ci circondano. Spesso, mi sento dire che le canzoni devono essere uno specchio in cui riflettersi: io credo invece che possano essere ancora un quadro, se le si vuole appendere al muro”.

E un quadro lo hai messo anche in copertina.

“È una cosa a cui tengo, lo faccio dal primo disco: si tratta dei dipinti di mia madre. Ho un modo tutto mio di ragionare attorno a un album, mi piace non pensare solo ai brani, ma dare la stessa importanza alla copertina, a come verranno suonati dal vivo i pezzi, con quali abiti addosso e via dicendo. Il quadro della cover è bello anche perché esiste senza le canzoni e può essere staccato dalla musica”.

Hai da sempre un’idea precisa della musica e della rappresentazione visuale di te stesso. Come sei arrivato a questa consapevolezza?

“È stato un percorso affinato nel tempo, che cerco comunque di migliorare ancora. Giocano un ruolo importante anche i gusti, nonostante la parte estetica sia una componente leggera: la passione per il glam rock, che mi ha conquistato da adolescente. mi è rimasta attaccata”.

Guardiamo all’attuale scena musicale italiana, in particolare al pop cantautorale: c’è qualcosa che ti preoccupa di più?

“Io porto avanti le mie cose senza farmi condizionare dalla moda o da quello che funziona in dato momento, perché inseguire non ha senso. Certo, mi spaventa l’abitudine all’appiattimento generale, sia a livello di poetica dei testi sia di musica. È importante cercare altre vie e non incrociare quelle strade, sennò non cambierà nulla”.

Pensi sia un problema solo italiano?

“Non lo so. Ci sono molte cose belle in Italia, ma ascolto anche tanti artisti internazionali: Aldous Harding, Connan Mockassin, Ariel Pink, il rapper Tyler The Creator… In America uno che suona folk può avere davvero successo; in Italia è difficile, però uno deve andare comunque per la sua strada”.

Canti mai di politica?

“No, mai. Mi piace cantare d’altro: se nella vita vera non sei uno impegnato, non ti puoi permettere di affrontare quegli argomenti nei pezzi, perché sarebbe farsi pubblicità sulle spalle di chi davvero è vicino a quelle problematiche e a quelle situazioni. Lo trovo molto squallido. E comunque persino una canzone sul mare o sul vento può essere di protesta. Odio chi suona le canzoni d’amore spacciate per canzoni di protesta solo per sentirsi dire “bravo” da tre persone su internet”.

La natura, gli animali e indirettamente la Maremma sono spesso citati nei tuoi dischi. Eppure, restano temi poco trattati nelle canzoni e nella narrazione di oggi.

“Sono cresciuto in Maremma, che è una sorta di far west italiano dove la natura è un grande spazio. Sembra un po’ la Sardegna, ci sono le colline sgombre e la macchia mediterranea. Questo mi influenza da sempre: quando scrivo, faccio riferimento a ciò che mi circonda. Gli animali e la natura sono fantastici, divertenti e mi fanno riflettere”.

Che cos’è per te Milano?

“Da dopo la fine del liceo alterno periodi qui a periodi in Maremma. Ovviamente preferisco la Toscana, ma Milano mi piace. Durante i primi tempi ho sofferto il cambiamento, poi piano piano ho trovato un mio mondo, sono rimasto affascinato dalle storie di Gaber e Jannacci. Niguarda nord, dove abito, è stata importante per questo: sembra un paesino inglobato nella città”.

Come sei entrato in contatto con Francesco Bianconi dei Baustelle?

“È una storia buffa. La mia famiglia ha un ristorante in Maremma dal 1959 e Francesco veniva spesso a mangiar lì quando io facevo ancora le medie; lo vedevo e sapevo chi erano i Baustelle, ma non mi presentai mai perché mi vergognavo. Negli anni, poi, ci siamo trovati a Milano, gli era piaciuta la mia canzone Altalena Boy. Quando ci siamo incontrati gli ho ricordato che veniva a mangiare al ristorante di mia nonna da anni. Stimandolo tanto ed essendo entrambi toscani, ci siamo trovati subito, ho aperto le date del loro tour L’amore e la violenza fino alla produzione di questo disco”.

Riascoltando Freccia Bianca mi è venuta voglia di andare a vedere un live su YouTube di Ivan Graziani, quello del 1981, a Milano. Che punti in comune hai con un artista già alternativo all’epoca?

“Leggevo un articolo di Andrea Scanzi – che è a sua volta un gran fan di Ivan Graziani – in cui raccontava di quando mandò “affanculo” un giornale che gli propose di fare la copertina con la moglie incinta. Io lo amo: da piccolo, in macchina con mio padre, lo ascoltavo e mi faceva paura con la sua voce e la canzone I Lupi. Crescendo è diventato uno dei miei preferiti: per la scrittura, per il modo di raccontare le storie… e poi, è stato uno dei chitarristi più grandi. Arrangiava, produceva e suonava alla grande. Perfetto”.

https://youtu.be/iSGJ3oWriLw

Nel tuo percorso artistico la chitarra elettrica è subentrata tardi, però.

“In realtà, in Freccia Bianca, Ivan Graziani mi è stato utile più per cercare melodie diverse con la voce, mentre la chitarra elettrica arriva dal glam rock di Mick Ronson, della colonna sonora di Velvet Goldmine… Eppure, nei primi ep e nei primi dischi non era il suono adatto per quei brani. Tipo Il Bestiario era proprio concepito come disco notturno con storie di animali e volevo dargli quel tipo di suono”.

https://youtu.be/eJgZXhj66AY

Come hai vissuto il lockdown?

“L’ho passato in Maremma, fortunatamente in campagna. Di giorno suonavo e di notte mettevo la legna nel camino. Non è stata la situazione migliore per scrivere nuova musica”.

In generale, ami l’isolamento?
“Sono cresciuto in un podere circondato da campi e ulivi. Penso sia importante da bambini imparare a star da soli, si tratta di una abilità che nella vita può tornare spesso utile. Ovvio, il lockdown è un forma diversa di solitudine. Piero Ciampi diceva: ‘per sapere cosa è la solitudine bisogna essere stati in due’”.

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