3 startup per guadagnare con i propri dati

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Big data (Getty Images)
Big data (Getty Images)

C’è chi li considera il nuovo petrolio: i nostri dati, preziosa risorsa su cui si reggono imperi come Google e Facebook, e la cui abilità nell’aggregarli garantirebbe, secondo alcuni, se non un posto in paradiso almeno uno scranno in politica. Ma senza scomodare i massimi sistemi, vero è che le tracce che lasciamo in giro per la rete da qualche tempo sono al centro di un nuovo discorso dove si incontrano economia e diritti civili. I dati come baluardo da difendere e anche come fonte di guadagno: la data monetization. Molte aziende ci stanno lavorando e sebbene la strada per ora appaia irta di difficoltà, qualcosa sembra muoversi. Ecco tre esempi di startup al lavoro su questo fronte.

Mine

Stella nascente dell’ecosistema israeliano delle startup, si propone di aiutarci a trovare tutti i servizi web a cui abbiamo lasciato le nostre informazioni nel tempo. Per farlo utilizza un sistema di intelligenza artificiale, che legge la nostra posta in arrivo e individua le email di iscrizione ai vari servizi web, a cui successivamente chiede la cancellazione dei dati.

Come funziona: per attivare il processo occorre visitare il sito Saymine.com, cliccare sul pulsante Get started e scegliere tra tre opzioni: sapere chi possiede i nostri dati; scoprire in che modo la nostra impronta digitale ci condiziona; riprendere possesso delle informazioni. Una volta fatta la nostra scelta, ci verrà richiesto di iscriverci via Google o Microsoft, in modo che l’algoritmo possa scandagliare la nostra email su uno dei due provider.

Bastano pochi minuti per sapere quali e quante aziende possiedono i nostri dati. Il risultato potrebbe sorprenderci: la web app scava anche tra le email sepolte nell’archivio di Gmail e Hotmail e trova servizi a cui nove volte su dieci avevamo dimenticato di esserci iscritti. Ad analisi terminata, Mine ci presenta l’elenco delle aziende che possiedono le nostre informazioni personali, e si propone di inviare loro un’email per chiederne la cancellazione. Per attivare questo processo basta cliccare su Take quick action, scegliere uno a uno i servizi e i siti a cui vogliamo togliere la podestà sui nostri dati e cliccare su Let’s reclaim. A quel punto parte un’email con la richiesta e possiamo seguire tutti gli sviluppi, collegandoci al sito.

Weople

È un’app, sviluppata dalla startup milanese Hoda, la cui missione è fare da tramite tra noi e le aziende che hanno i nostri dati: li reclama in nome del Gdpr, il regolamento europeo per la protezione dei dati personali.

Come funziona: una volta iscritti, Weople cerca clienti-aziende interessati ai nostri dati, segmentati secondo target precisi ma rigorosamente in forma anonima: in questo modo le aziende non smettono di guadagnarci, anzi trovano un pubblico sensibile alle loro offerte, e noi otteniamo un piccolo compenso, senza perdere il controllo dei dati. L’app si propone insomma come una sorta di banca che custodisce i nostri dati e li valorizza.

Una grande opportunità per le persone di entrare in possesso dei propri dati e di aumentare la competizione nel mercato dei dati stessi. Parliamo di quanto ognuno di noi produce quotidianamente ma che attualmente è interamente sfruttato da altri”, ha spiegato a Wired qualche mese fa l’amministratore delegato di Hoda, Silvio Siliprandi, ex numero uno di Gfk Eurisko: “Weople vuole rendere libere le persone di agire diritti come la portabilità dei dati a proprio favore o la revisione dei consensi dati agli attuali possessori”.

Così almeno in teoria. Anche se il Gdpr riconosce il diritto alla portabilità dei dati, Weople ha riscontrato un po’ di problemi nell’ottenere i dati indietro dalle aziende, che prima di cedere i dati a un terzo soggetto vogliono vederci chiaro. C’è anche chi ha sollecitato l’intervento del Garante della privacy, il quale a sua volta è in attesa che il Comitato europeo per la protezione dei dati personali (Edpb) dia un parere sull’attività di Weople, visto che – come scrive Antonello Soro – la startup “può produrre effetti in più di uno Stato dell’Unione”.

Gener8

Fondata dall’ex direttore marketing di Red Bull, Sam Jones, Gener8 funziona attraverso un’estensione del browser (Chrome e Firefox) e promette di farci guadagnare dalle pubblicità che guardiamo online.

Come funziona: registrandoci al servizio, Gener8 mostra annunci in base i nostri interessi e assegna un punto ogni volta che guardiamo un annuncio. Questi punti in un secondo momento possono essere scambiati con prodotti, buoni Amazon o trasformati in donazioni di denaro in beneficenza. E il vantaggio non è solo per gli utenti. Secondo gli sviluppatori, anche le agenzie pubblicitarie ci guadagnano: in Gran Bretagna, dov’è nata, Gener8 dice di vantare una percentuale di clic superiore del 760% rispetto agli standard.

Il fatto che ci sia così tanto valore derivato dai nostri dati personali, ma non sappiamo nemmeno chi li sta raccogliendo e senza averne alcun ritorno, è ridicolo”, ha spiegato Jones in un’intervista: “Penso che un giorno ripenseremo a questo periodo e ci chiederemo come mai è potuto accadere”. Per sensibilizzare gli utenti di internet, Gener8 ha da poco lanciato una petizione per convincere il parlamento inglese ad accettare l’idea un dividendo di dati digitali, che prevede che coloro che non vogliono che le loro informazioni vengano raccolte online, possano deciderlo con un clic e che le società compensino finanziariamente le persone di cui vendono i loro dati. Per ora sembra solo utopia. Ma in futuro chissà.

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