Le leggende metropolitane possono diventare realtà?

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L’espressione leggende metropolitane è diventata colloquiale verso la fine del secolo scorso. Gli studiosi di folklore la usavano già almeno dalla fine degli anni ’60, ma è stato soprattutto Jan Harold Brunvand a farla conoscere al mondo negli anni ’80, attraverso i suoi libri sul folklore moderno rivolti al grande pubblico.

Prima venivano chiamate in molti modi, alcuni ancora in uso a fianco del più popolare e globalizzato leggende metropolitane. In olandese suonano come le storie del sandwich di scimmia, per i danesi sono storie che viaggiano. Lo scrittore Rodney Dale (scomparso lo scorso marzo) provò per l’inglese a far attecchire l’espressione storie del tumore di balena, da una leggenda su uno strano pezzo di carne diffusa in Gran Bretagna durante la II Guerra mondiale. Rimase invece un acronimo da lui inventato: Foaf, cioè friend-of-a-friend, che indica la modalità di trasmissione orale (una volta privilegiata) delle leggende metropolitane.

Indipendentemente dal nome più o meno azzeccato (alcune leggende metropolitane non hanno proprio nulla di metropolitano, sarebbe meglio chiamarle contemporanee), rimane aperto il problema della definizione. Nell’utilizzo comune, tutto ciò che è falso può essere chiamato leggenda metropolitana. Eppure le leggende metropolitane non sono equivalenti alle bufale, a volte possono addirittura essere vere.

Leggende e realtà: una relazione complicata

Brunvand le ha chiamate “storie improbabili raccontate come vere”. Questa definizione non soddisfa totalmente i suoi colleghi, ma può essere un punto di partenza per spiegare il rapporto tra leggende e realtà. Non sono storie impossibili, e sono ben radicate nella realtà quotidiana. Non chiedono a chi le ascolta di sospendere il giudizio in attesa di prove. È il racconto stesso a essere plausibile per gli elementi che usa, e basta la fonte di fiducia (l’amico appunto) ad accettarlo come reale, e ovviamente a ripeterlo.

Un esempio concreto può essere la storia del serpente che prende l’abitudine di dormire disteso di fianco al proprietario. Chi racconta questa storia di solito la colloca nella sua città, o comunque in un luogo noto. Magari avrà anche qualche particolare sulla specie dell’animale e sulla sua lunghezza. Poi il colpo di scena: un esperto, di solito il veterinario, rivela che l’erpetofilo sta rischiando la vita. Il serpente si comporta così per prendere le misure della sua preda.

Non ci sono mostri o astronavi, solo un amante di animali esotici che ha rischiato grosso. Non c’è bisogno di indagare: lo ha detto addirittura un veterinario… Per dimostrare che la storia è una leggenda metropolitana serve uno sforzo in più: un animale con quel comportamento sarebbe probabilmente destinato all’estinzione, e ogni tentativo di risalire ai protagonisti sarà vano. Ma possiamo escludere che da qualche parte un veterinario fantasioso non abbia davvero spaventato un suo cliente in questo modo? Un serpente potrebbe comportarsi così per cercare calore… Non possiamo saperlo, ma la leggenda rimane, e la vogliamo condividere perché pensiamo che il nostro amico col pitone la debba conoscere, quando probabilmente l’ha già sentita da molte persone diverse.

Dalla realtà alla leggenda

Altre volte invece è possibile risalire al proverbiale fondo di verità delle leggende, comprese quelle metropolitane. In Will Hunting, genio ribelle (1997) il protagonista lavora come inserviente all’Mit. La sua vita cambia quando un giorno risolve un esercizio difficilissimo che trova su una lavagna.

Gli autori hanno messo in scena una variante de L’irrisolvibile problema di matematica, una leggenda dove uno studente ritardatario ricopia un problema dalla lavagna, scambiandolo per un esercizio. Porterà al professore la soluzione, non sapendo che “nemmeno Einstein” era riuscito a risolverlo. La leggenda si è diffusa in molti campus americani, ma nel 1939 a Charles Dantzig capitò davvero qualcosa di simile. Scambiandoli per esercizi, trovò la soluzione a due teoremi di statistica trovati sulla lavagna. Nel tempo il nome di Dantzig si perse, e rimase la leggenda.

Un altro caso, più vicino a noi, è quello di Craig Shergold. Da poco morto di Covid-19, era diventato famoso come il bambino malato di tumore al cervello che, alla fine degli anni ’80, voleva entrare nel Guinness dei primati per il maggior numero di cartoline ricevute. Raggiunse l’obiettivo, e grazie alla pubblicità un magnate gli pagò un’operazione in America che gli salvò la vita. Ma il tempo passava e le cartoline continuarono ad arrivare, lui aveva sempre 7 o 8 anni e voleva entrare nel Guinness. Il nome, per naturale mutazione, invece era spesso storpiato. La cosa buffa è che prima di Craig Shergold c’era stato un altro bambino a realizzare l’impresa, Mario Morby, ma prima ancora c’era stato Little Buddy, un bimbo scozzese che però non era mai esistito…

Dalla leggenda alla realtà

C’è un altro modo con cui le leggende metropolitane possono diventare reali: è il fenomeno che i folkloristi chiamano ostensione. È quello che succede quando si verificano eventi simili a quelli descritti nelle narrazioni leggendarie. Se ricordate il film Urban Legend (1998), il succo della trama era che un killer usava famose leggende metropolitane come canovaccio per i suoi crimini.

Fuori dal cinema le ostensioni esistono, ma non sono necessariamente così cruente. Un esempio è la raccolta dei tappi di bottiglia per beneficenza. Dalle ricerche di Paolo Toselli, fondatore del CeRaVoLC, è almeno dagli anni ’20 che circolano leggende simili. Allora si raccoglievano le cartine argentate dei cioccolatini da inviare alle missioni per “liberare un negretto (sic)”. Poi il premio diventò un cane per ciechi, poi la classica carrozzina. Negli Stati Uniti la raccolta dovrebbe addirittura pagare una terapia oncologica.

Tra gli oggetti raccolti linguette di lattine, biglietti dell’autobus (usati), scontrini, codici a barre. Oggi ci sono i tappi di plastica. La leggenda metropolitana sembra inarrestabile, così qualcuno ha pensato di imbrigliarla. Dal momento che la plastica dei tappi è pregiata, ed è possibile riciclarla, alcune associazione benefiche si sono lanciate nell’impresa di raccogliere le tonnellate di tappi e di venderli alle aziende che li riciclano. Il problema, e non da poco, è che per quanto sia ingegnoso far funzionare la leggenda a fin di bene, il guadagno è irrisorio rispetto al lavoro che richiede. Insomma, non esistono pasti gratis. Scrive Toselli“La realtà della raccolta si basa sugli stessi meccanismi della leggenda originale: sentirsi più buoni senza aver tirato fuori dalle proprie tasche un solo euro, anzi giustificando inconsciamente un incremento del consumismo”.

Leggende e crimini

Non mancano, però, ostensioni più sanguinose. Non come in Urban Legend, certo, ma a volte le leggende metropolitane hanno ispirato delitti. Da molti decenni il rito del dolcetto o scherzetto ad Halloween si porta dietro un’ombra. Il 31 ottobre legioni di sadici non aspetterebbero altro che ammazzare bambini usando dolciumi avvelenati o adulterati. Il cosiddetto sadismo di Halloween però, dati alla mano, non esiste. Ma c’è stato chi, come Ronald Clark O’Bryan, ha trasformato la narrazione in realtà. La notte di Halloween del 1974 O’Brian ha ammazzato suo figlio di 8 anni per intascare l’assicurazione. L’arma del delitto era stata una caramella avvelenata: sperava che la colpa ricadesse sui sadici. È stato giustiziato nel 1984.

Anche gli animali, formidabili attrattori di leggende metropolitane, possono andarci di mezzo. Quella della vecchina che tanta di asciugare il barboncino nel microonde (era andato tutto bene per brevi periodi con il forno normale) è chiaramente una leggenda. C’è tutta la paura di una nuova tecnologia che si affaccia, dove la nostra ingenuità può costare molto cara. Allo stesso tempo purtroppo esiste una manciata di casi documentati di persone che hanno davvero acceso un forno a microonde con un animale dentro. È facile supporre che l’atto, mosso da pura crudeltà, sia stato informato dalla leggenda. È successo anche di peggio, perché esiste una leggenda simile con al posto della nonna una baby-sitter (drogata), e al posto del cagnolino c’è naturalmente bambino. Finora non ci sono notizie di baby-sitter sotto acido che abbiano ucciso un bebè in questo modo, ma qualche genitore lo ha fatto (senza essere drogato).

Come ha scritto il folklorista Bill Ellis nel 1989 a proposito di un possibile caso di ostensione: “Gli studiosi di folklore non concordano sul fatto che le leggende descrivano eventi accaduti o meno nel passato. Ma alla luce dei recenti studi ed eventi, sembra più corretto descrivere le leggende come definizioni normative della realtà, mappe tramite le quali si può determinare cosa è successo, cosa sta succedendo, e cosa accadrà.  Questa terza dimensione del leggendario, che si estende indefinitamente nel futuro, è davvero pericolosa”.

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